“I miei genitori sono morti, tutti e due. Vivevano in Francia, e hanno avuto un incidente. Io ero da mia zia, a Roma. E lì sono rimasto. Era l’83. Quando finisco per parlare di loro mi si apre un rubinetto, un flusso di frasi slegate e nervosette. Succede questo agli orfani? O solo agli orfani per terrorismo?” – Tommaso è diventato una persona normale.Non era detto, considerando i disastri dei primi quattro anni di vita. Oggi, a trentasei anni, ha un contratto a tempo nella redazione romana del Corriere della Sera, una fidanzata esigente, e una zia, Diana, della consistenza di una quercia, che l’ha cresciuto da quando, nel 1983, suo padre l’ha lasciato lì, davanti alla porta di casa, prima di scomparire nel nulla, nel bel mezzo di un temporale estivo.Già, perché per quanto ne sa dai racconti frammentari di sua zia, i suoi genitori, Michele e Alice, facevano i terroristi.Nei giorni dispari della settimana Tommaso va a correre. Allena il fiato, allena il distacco, svuota la mente. Sono tanti anni che non pensa più a quelle parole che gli erano così familiari quando era piccolo: terrorismo, Brigate rosse, morte misteriosa. Ma la mattina del 3 febbraio il respiro s’ingolfa, e quando il dottor Pinto, cardiologo, diagnosticandogli un attacco di panico, gli chiede se sia figlio di quel Michele Musso, che lui ha conosciuto a Grenoble nell’84, qualcosa si rompe, come uno strappo in una rete.Perché quella data fa tanto rumore? Quante versioni esistono della stessa storia? In quale punto puoi ricucirle insieme senza che il racconto faccia troppo male? Seguendo prima una intuizione, e poi una serie di verità sempre più sorprendenti, Tommaso comincia un’inchiesta sulla vita dei suoi genitori prima che lui nascesse.Ma la biografia delle persone che ti hanno messo al mondo diventa inevitabilmente autobiografia, e così, mentre si addentra in quel territorio inesplorato che va dal 1969 al 1984, Tommaso scopre che la verità ha sempre un prezzo.
Nicola Ravera Rafele (Roma, 1979), ha esordito a quindici anni con Infatti purtroppo. Diario di un quindicenne perplesso. Nel 2014 ha pubblicato Ultimo Requiem, con Mimmo Rafele. Nel 2017 per Fandango Libri è uscito Il senso della lotta, selezionato nella dodicina del Premio Strega 2018.
Sono partita per le vacanze carica di libri e con zero aspettative. Avevo voglia di leggere e di fare nuotate in un mare ghiacciato, di bere vino bianco e di mangiare guardando il mare e nient'altro. Pare poco. Quindi ho scelto i libri da scaricare e da portare con me, in velocità e con scarso approfondimento. A caso? No, perché non leggo libri a caso, ho sempre una lista aggiornata. Però c'era molto altro che pensavo di leggere prima e invece è andata così.
È andata che ho scelto un libro che racconta gli anni del terrorismo, o meglio, i protagonisti di quegli anni con degli occhi diversi, con degli occhi da figlio, innocente e abbandonato. Ho sempre letto libri dalla parte delle vittime di quegli anni, ho letto Calabresi, la Tobagi, la Giralucci, e ho letto moltissima saggistica storica perché proprio non me ne capacito. Ci ho scritto pure parecchio. Poi arriva questo autore e mi presenta un libro che non riesco a mollare fino alla fine. E che mi lascia dentro un amaro in bocca e le sue stesse mille domande senza risposta.
È un libro scritto bene e la parte scritta meglio è quella in cui il figlio non parla in prima persona, quella è una parte debole. Fossi stata io l'editor qualcosina sui punti di vista gliel'avrei fatta rivedere, ma tant'è. È un libro che cerca di dare delle risposte, ma, ahimè, risposte ce ne sono poche. È un libr durissimo e qualche volta un po' troppo indulgente, per i miei canoni, ma è un libro sentito che qualche sberla ben assestata riesce a dartela.
'Quella rivoluzione che poi non si è fatta. È per quello, perché quella rivoluzione annunciata si era rivelata un baraccone, che ti sei messo a sparare?'
Ecco io questa domanda me la sono fatta un milione di volte e nessuno mai mi ha dato una risposta concreta. Per me le risposte sono le vittime, sono i morti, sono stragi senza risposta.
Bianco ghiacciato, in accompagnamento. Possibilmente con del mare davanti verso cui alzare lo sguardo quando, un po', il respiro ti manca.
Il libro si propone di far luce su una vicenda personale durante gli anni di piombo. Tommaso vuole conoscere i suoi genitori, i quali all'età di quattro anni lo abbandonarono agli zii materni. È un viaggio alla ricerca del perche. L'inizio e la scrittura promettente e mi avevano catturata, il finale però è alquanto fantasioso e inverosimile, tanto da farlo assomigliare quasi a un thriller di spionaggio, mettendomi in confusione, non sapendo cosa fosse verità e cosa finzione.
nicolaraverarafele scrive bene, a tratti in modo semplice, in altre pagine con più elaborazione e talvolta con un esubero di metafore e similitudini. Però il libro passa veloce. I contenuti, tuttavia, sono molti e spesso già visti e già affrontati. Nulla di particolarmente nuovo, quindi. Dal punto di vista storico, stante l'attendibilità degli eventi, trovo un po' fastidioso che due personaggi di finzione vengano inseriti nella realtà come coautori di fatti davvero accaduti o che, ad esempio, uno di essi finisca per essere l'erede "politico" di Feltrinelli. Sono interessanti alcuni spunti di critica positiva e negativa a quelli che sono stati anni durissimi per il nostro Paese. La storia del protagonista e il suo scavare nel passato alla ricerca di verità nascoste ha una sua presa sul lettore, ma, a costo di ripetermi, nulla che non abbia già visto. Come al solito dico queste cose con l'umiltà di una lettrice e so che vi sono molti pareri contrari al mio. Vedremo se finisce nella cinquina dei finalisti dello Strega!
Uno splendido romanzo. Un viaggio dentro se stessi, alla ricerca dei genitori e della verità. Un viaggio alla ricerca di un'esperienza di vita, l'esperienza della lotta armata negli anni di piombo.
Nicola Ravera Rafele scrive, nel 2017, “Il senso della lotta” edito per Fandango Libri e candidato al Premio Strega l’anno seguente.
Il racconto si suddivide in quattro macro capitoli che prendono il nome della città in cui la narrazione si sviluppa: “Roma” (I), “Parigi” (II), “Pouillac” (III) e “Milano” (IV). Il primo è quello più ampio da cui la vicenda prende inizio. Ci viene presentato il nostro protagonista Tommaso Musso, giornalista del Corriere della Sera e figlio di due terroristi di estrema sinistra appartenenti alle Brigate Rosse. Proprio da questa storia tanto intima e personale, quanto collettiva e politica - sullo sfondo troviamo, infatti, le reali vicende che segnarono l’Italia degli anni Settanta e Ottanta - prende vita il romanzo. Costruita come un’inchiesta giornalistica, la ricerca delle proprie origini porterà il protagonista ormai adulto a ripercorrere quella che è stata la vita clandestina dei suoi genitori tra Milano, Roma e Parigi.
Il libro ripercorre così la disillusione di una generazione intera convinta di aver scorto nella lotta politica lo strumento di cambiamento della società, e ritrovatasi poi a confrontarsi con la realtà attuale nella sua complessità.
A colpirmi maggiormente è la verosimiglianza della storia narrata: Tommaso è un ragazzo qualunque in cui chiunque potrebbe tranquillamente riconoscersi e ritrovarsi; così come anche le persone che lo circondano, dagli zii Diana e Luca che lo hanno cresciuto, fino ai genitori Alice e Michele che hanno scelto di dedicare la loro vita alla lotta armata.
Per concludere vorrei citare una frase che mi è rimasta impressa, quella che Tommaso arriverà nelle ultime pagine ad affermare, mettendo nero su bianco in una lettera indirizzata a un vecchio amico dei suoi genitori: «Ti basti sapere che è stato, tutto questo percorso, una specie di viaggio verso la leggerezza».