«Sono stata ossessionata dalle fotografie. È un mezzo che ha esplorato fino in fondo, nella sua storia relativamente breve, quasi tutti i problemi estetici, morali e politici di una certa importanza». Nulla meglio di queste parole, pronunciate a suo tempo da Susan Sontag, descrive il ruolo e l’importanza assunta dalla fotografia nella cultura contemporanea. Una presenza imponente, ramificata e sempre più significativa che il libro ripercorre in maniera sintetica, pur senza rinunciare a una originale riflessione teorica circa il senso degli avvenimenti tecnici, estetici e di costume che hanno segnato l’intera vicenda del mezzo. Un percorso affascinante e ricco di sorprese che prende avvio nei primi decenni dell’Ottocento e giunge fino ai nostri giorni, segnati dall’avvento del sistema digitale.
Nella rilettura che abbiamo tentato dell’intera vicenda fotografica, la ragione pragmatica ha senz’altro fatto da guida privilegiata. Dall’intricata questione delle origini fino agli ultimi sviluppi, sopraggiunti con l’introduzione del sistema digitale, si è cercato di ragionare sull’identità della fotografia sempre a partire dagli usi, dalle pratiche, dai contesti, dalle situazioni che hanno contribuito a costruirne il senso. Due esempi diametralmente opposti nel tempo. Per quanto riguarda le origini, se tutti siamo disposti a credere nella verità della fotografia, ciò non deriva, come abbiamo cercato di spiegare, da questioni di essenza tecnica del mezzo (come dire che la fotografia non è vera in sé stessa), bensì dal fatto che un intero sistema culturale, a partire dai luoghi di presentazione dell’invenzione (istituzioni scientifiche, dunque patrocinatrici di verità), ha favorito lo sviluppo di tale identità. Allo stesso modo, e ci riferiamo all’oggi, se diversamente da quanto hanno fatto altri autori non siamo disposti a considerare quella digitale una rivoluzione del significato di ciò che chiamiamo fotografia, è perché la pratica, la quotidianità ci dicono che la fotografia continua a svolgere, anche in epoca di pixel e byte, le stesse funzioni di sempre, in barba a chi sostiene che la rinuncia alla traccia su pellicola le avrebbe sottratto quel rapporto privilegiato con la realtà che storicamente l’ha contraddistinta e caratterizzata. Dunque privilegio assoluto della ragione pragmatica, perché in effetti la fotografia è, e non può che essere, la fotografia. Ciò però non esclude che la domanda del “Cos’è?” sia possibile e legittima, se non altro come molla e come avvio dell’indagine. Chiedersi Cos’è la fotografia? è certo lecito. Il problema, casomai, riguarda cosa, e soprattutto in che modo, si risponde. Proprio perché la riflessione che più ci stava a cuore era quella sull’identità del mezzo, lo sviluppo del volume ha intenzionalmente mescolato aspetti storici e questioni teoriche, mettendo chiaramente in preventivo che la componente storica non potesse, nemmeno lontanamente, essere svolta in modo esaustivo. Diciamo che ci siamo limitati a ricordare alcuni snodi fondamentali, utilizzandoli come casi-studio attorno ai quali si è definito e discusso il ruolo e il senso della fotografia, con dei limiti evidentissimi, lo ripetiamo, come ad esempio quello che ci ha indirizzato, volendo riflettere sul contributo portato dalla fotografia all’evoluzione della cultura moderna, sui soli sviluppi dell’informazione e della moda. Anche solo avvicinarsi a un resoconto completo sarebbe stato praticamente impossibile, perché, ci si conceda il richiamo evidentemente troppo ambizioso, ogni discorso sulla fotografia dovrebbe realisticamente prendere avvio parafrasando l’incipit evangelico: «In principio era la fotografia!». In principio era la fotografia e poi è venuto tutto il resto. Tutta la cultura dell’immagine mediale è infatti debitrice nei confronti dell’invenzione di Niépce e Daguerre, e non solo per ragioni di puro carattere cronologico. Anche oggi la fotografia continua a interpretare l’essenza più pura della medialità tecnologica: i problemi dell’autorialità, dell’automatismo e del rapporto con la realtà, veri nodi gordiani di tutta la questione, hanno trovato nella fotografia la loro interpretazione più diretta e totale, facendo di tale strumento un termine di riflessione imprescindibile. E se così è, non si può che chiudere questa breve nota introduttiva ricordando le parole assolute pronunciate a suo tempo da Susan Sontag: «Sono stata ossessionata dalle fotografie. È un mezzo che ha esplorato fino in fondo, nella sua storia relativamente breve, quasi tutti i problemi estetici, morali e politici di una certa importanza, a partire dal concetto stesso di modernità e di gusto modernista».
Claudio Marra graduated in Aesthetics in 1976 with a thesis titled “Photography's Theory and Practice in the Historical Avant-gardes”. He taught Photography at the Accademie di Belle Arti in Ravenna, Florence, and Rome. From 1997 to 2000 he has been a History of Photography lecturer at the University of Bologna College of Liberal Arts where he became tenured as Associate Professor in 2001. He also teaches at the University of Bologna Postgraduate School for the Art-Historical Heritage. His research is focused on the historical and theoretical issues concerning photography's position within the broader and more organic field of aesthetics. He is also interested in the relationship between photography and the visual arts. Besides his academic research, Claudio Marra is also actively engaged in both historical and contemporary art criticism as witnessed by his many collaborations with the MAMBO (Museum of Modern Art of Bologna), other important public institutions and several private galleries. From 2001 and 2006 he also taught at the Master for Contemporary Art Curators held by the MACRO (Museum of Contemporary Art of Rome) and by the School of Architecture of Villa Giulia. In 2007 he taught a class in the Course for Curators of Photography Archives held by the Fondazione Zeri at the University of Bologna. He was a consultant for the Emilia-Romagna I.R.R.S.A.E., an upgrade project for visual arts professors and teachers.