Quali sono i criteri con cui la crudeltà, ampiamente mostrata dai media vecchi e nuovi, è occasione di sdegno o di intervento "umanitario"? La risposta è che lo sdegno dipende da un complesso di circostanze, tra cui gli interessi materiali in gioco e la fondamentale indifferenza delle opinioni pubbliche occidentali. Come si è determinata questa strana mescolanza di insensibilità e moralismo? Riprendendo il tema della crudeltà nel mondo classico e moderno, come si manifesta soprattutto nella letteratura e nella cultura di massa, il saggio analizza la complessità dello "sguardo" come ottica culturale: non è la crudeltà a essere finita ma il nostro sguardo culturale a non vederla più. È così che dalla fine della guerra fredda, ormai da quasi venticinque anni, l'Occidente combatte guerre in mezzo mondo senza che la sua vita quotidiana sia alterata e in un'indifferenza appena venata di voyeurismo.
Visto l'intento che si scorge nelle prime pagine, cioè chiedersi perché determinate forme di crudeltà suscitano più attenzione o sdegno di altre, il libro avrebbe anche potuto essere interessante e stimolante, e invece si rivela ben presto una lunga tirata a senso unico sulle guerre portate avanti dall'Occidente (dove tra l'altro quelle portate avanti da altri paesi sembrano invece inesistenti, ma su questo ci torno in fondo). L'autore parte dicendo che un tempo (diciamo circa fino all'Illuminismo) la crudeltà era pervasiva e ostentata, finché di seguito diventa aborrita, ma permane comunque in forme nascoste. E già qui ci sarebbe da dire, perché sembra che secondo l'autore anche la nostra società che ha superato certe forme di crudeltà estreme, ad esempio quella della pena di morte pubblica tramite supplizio, in realtà continua a essere crudele, ad esempio perché c'è l'ergastolo e via dicendo. Ora, premettendo che sono tra i primi a dire che è giusto e doveroso continuare a interrogare il senso del sistema punitivo vigente e che certo attualmente non viviamo nella miglior società possibile, il problema del libro è quello tipico dei discorsi che finiscono per mettere sullo stesso piano qualunque sistema sociale, quelli esplicitamente oppressivi e quelli meno o molto meno oppressivi affermando che anche questi ultimi "in realtà" lo sono. In questo modo se ne va a quel paese ogni possibile criterio per distinguere tra sistemi sociali desiderabili o meno, e anche ogni possibile prospettiva di miglioramento, visto che anche il miglioramento potrà sempre essere retoricamente rovesciato dicendo che "in realtà" non è cambiato nulla, perché l'oppressione si è fatta nascosta, inconsapevole, subdola, ecc. (può esserlo diventata, certo, ma ci vogliono comunque criterî robusti per affermarlo). Partendo da queste premesse l'autore allarga lo sguardo e si mette a sparare ad alzo zero contro le guerre condotte da Stati Uniti e alleati nei decennî più recenti e soprattutto il modo in cui sono state giustificate (la famosa "esportazione della democrazia"). Anche qui, la guerra al terrorismo seguita all'11 Settembre è criticabile da ogni punto di vista, è stata un colossale fallimento anche solo in termini pragmatici, ha pericolosamente eroso i diritti all'interno degli stessi paesi che, in nome della democrazia, l'hanno condotta. Ok, ma accertato che questa cosa chiamata Occidente è spesso ipocrita e cerca di nascondere sotto il tappeto natura e conseguenze delle proprie imprese militari in giro per il globo, vogliamo un po' ampliare la prospettiva? L'autore afferma a un certo punto che gli interventi militari occidentali in altri paesi sarebbero una forma di "razzismo", perché presupporrebbero gl'indigeni come incapaci di risolvere da soli i proprî problemi. Ok, ma potremmo anche rovesciare il discorso, e pensare che sia molto razzista anche l'idea che gl'indigeni non debbano essere mai toccati in un senso o nell'altro, come animali in un zoo, perché troppo diversi da noi, perché parte di un Mondo altro. Il problema è che in entrambi i casi si suppone che ci sia una differenza incolmabile tra l'Occidente e il resto del Mondo, e questo sia che venga declinata nella visione dell'Occidente unico salvatore del Mondo che quella dell'Occidente colpevole di tutti i mali del Mondo. Difatti è significativo che nel libro non sia mai, mai, mai (ripeto: mai) riportata l'eventuale prospettiva di paesi, popolazioni, individui, pensatori esterni all'Occidente. Se l'impresa coloniale e la sua ideologia sono frutto di un eurocentrismo che ignora le prospettive altre, forse si può dire lo stesso anche di tanto antioccidentalismo. È l'Occidente continua a guardare il proprio ombelico, in un modo o nell'altro. E a questo punto forse possiamo chiederci se per valutare il senso di interventi, militari ma anche non, di un paese su un altro, dovremmo usare criterî più solidi e pragmatici e non appelli a delle etichette astratte di razzismo e antirazzismo. Poi, un'ultima cosa. Il libro è stato scritto intorno a inizio anni Dieci, e se la prende soprattutto con l'intervento militare in Libia che ha contribuito al rovesciamento di Gheddafi, paventando poi un ulteriore intervento in Siria. Sono passati circa quindici anni, l'intervento occidentale in Siria, almeno in forme dirette, non c'è stato. Ci è intervenuta un paese non occidentale, la Russia, e com'è noto non l'ha fatto per portare alla popolazione i pasticcini. Russia che poi, giusto due anni fa, ha invaso un paese vicino chiamando la propria aggressione militare "operazione militare speciale". Chissà, forse l'autore, ripensando a questo suo libro, si sarà reso conto che il colonialismo, l'imperialismo e l'ipocrisia in guerra non sono un'esclusiva dell'Occidente.
"Essere consapevoli fino in fondo che si uccide in nostro nome, e che quindi anche noi siamo coinvolti, è il primo passo per riconquistare una cittadinanza perduta nel mondo dei conflitti globali. Narrare la crudeltà e la guerra, chiamare le cose con il loro nome, dissolvere l'ipocrisia dell'umanitarismo e dell'esportazione della democrazia è la sola strada per diminuire la violenza che ci circonda." (excipit, pp. 207, 208)
Bro usa il pretesto di parlare dello spettacolo della guerra e della violenza nella società di oggi per droppare un saggio sulla letteratura europea degli scorsi tre secoli