Costanza non è vecchia però presto lo sarà. Convinta che il terzo tempo sia da vivere pienamente, senza mai smettere di cercare la felicità, ne scrive con spirito battagliero in una rubrica. "Insegno malinconia positiva. Soffrire da vecchi è la regola. Soltanto i vecchi speciali ce la fanno. E i vecchi speciali sono quelli che stanno bene." Quando eredita dal padre un austero ex convento a Civita di Bagnoregio si lascia prendere da un progetto vagamente sconsiderato: radunare in quella casa bella e nuda, incastonata in un luogo simbolico che si sfalda lentamente, i compagni con cui giovanissima ha condiviso a Milano la vita e l'impegno politico, per ricreare una comune, una famiglia larga in cui spartire gli affanni e discutere del futuro perché un futuro c'è sempre, fino alla fine dei giochi. È un tentativo di tornare all'età delle illusioni, "la leggenda d'aver ragione che ha nutrito la nostra seconda infanzia"? Energica, accentratrice, un po' egoista, Costanza è il magnete da cui tutti finiscono per essere catturati: gli amici di un tempo, con i loro dolori, le rivalse, i fallimenti; il compagno di una vita, Dom, che lei ha scelto di allontanare ma che la sorveglia con la tenacia di un'affettuosa sentinella; il figlio Matteo, che cova da grande distanza un suo carico di pena. Mentre tutti convergono su di lei, Costanza si sente soffocata dall'enormità del suo disegno. Riuscirà a portarlo a compimento? È proprio sicura di volerlo? E che cosa succederà?
Lidia Ravera is an Italian writer, journalist, essayist and screenwriter. She became famous in 1976 for Porci con le ali, co-written by Marco Lombardo Radice, a novel dealing with the myths and ideals of the years around 1968.
Ohibò, qui qualcuno ha sbirciato nella mia vita e ne ha tirato fuori un romanzo! Ci ha messo una donna, Costanza, della mia precisa età (verso la metà del libro scopro addirittura la data di nascita, distante dalla mia appena due settimane), identica pregressa professione di professore associato nonché recente pensionamento (essendosi avvantaggiata del riscatto degli anni di laurea, quello che ho fatto io), un solo figlio, un nonno farmacista, un padre per alcuni aspetti (che non ho voglia di dettagliare) similissimo al mio, persino un cane di nome Bisulin (guarda caso ho avuto una gatta di nome Bisou, vezzeggiativo Bisulina)...addirittura un camper, Bersaglio Mobile, più che altro un furgone camperizzato come quello che noi chiamavamo Nuvolone. Sorprendente. Questo romanzo di Lidia Ravera aveva tutte le premesse per creare in me un fortissimo senso di immedesimazione e farsi amare molto, per le analogie personali con la mia vita, per le descrizioni degli ambienti e del clima dei miei vent’anni (quelli, d’altra parte, già descritti dall’autrice in Porci con le ali). Ma forse quando una donna della mia età compra un libro della Ravera (classe 1951) e dall’evocativo titolo Il terzo tempo queste cose può anche aspettarsele. Tuttavia. È un romanzo tristissimo, nel quale la parola vecchiaia è ripetuta ossessivamente, declinata con tutte le sfumature possibili e aggettivazioni variate ma mai troppo edificanti, volutamente nostalgico, anche patetico nell’obbligo che ti impone di fare autocoscienza come si usava allora, facendoti sentire davvero vecchia e del tutto fuori moda. Scritto benissimo, pieno di notazioni intelligenti, elegante ed anche raffinato in molte sue pagine: ma davvero deprimente. Con un trama poco verosimile e un finale molto vago. Donne della mia età, lasciate perdere. :-)
Raramente ho incontrato un personaggio tanto insopportabile quanto Costanza. Si unisce alla piccola cerchia, tanto fastidiosa quanto indimenticabile, composta dalla ragazza di Tre metri sopra il cielo e i protagonisti della Solitudine dei numeri primi. Costanza è una signora sull'orlo della vecchiaia, più immaginata che reale, quel periodo che si definisce Maturità. Ma lei di maturo non ha nulla. Anche il nome, Costanza, è un ossimoro addosso a questa donna puerile, sconclusionata , egoista e querula. Tutto e tutti sono al servizio dei suoi capricci. Ha un marito che le fa da chaperon e un figlio vittima del suo narcisismo. Se la trama può essere graziosa, la protagonista rende il tutto molto indigesto
A livello stilistico il libro mi è piaciuto molto in quanto la lettura risulta molto scorrevole. La storia al contrario l’ho trovata molto deprimente, le azioni della protagonista sono un continuo contraddirsi, ho pensato più volte di lasciar perdere e passare ad un altro libro, forse non ero nello stato d’animo giusto per godere appieno dalla storia ma l’unico messaggio che ho colto è che arrivati ai 60 anni non vale la pena vivere. Al momento sono molto indecisa se provare un altro titolo dell’autrice perché, ripeto, lo stile mi è piaciuto moltissimo ma se le storie sono sul genere di questo beh non sono sicura di riuscire a finirne un altro.
Quello della terza età è un tema ricorrente nei romanzi di Lidia Ravera e offre sempre spunti di riflessione soprattutto alle persone "mature". Costanza è la protagonista un po' paranoica, incapace di accettare il tempo che passa, spaventata, abituata a muovere i fili delle sue marionette a suo piacimento finché succede qualcosa che sconvolge tutti i suoi programmi e che la costringerà a rivedere parecchie sue convinzioni
Dopo aver divorato più volte "Piangi pure" ho subito acquistato questo libro. Che delusione. Ho apprezzato soltanto lo stile di scrittura. Ho trovato le vicende confusionarie, iniziate e poi lasciate lì, appese. La protagonista, Costanza, è detestabile: un'attempata bambina capricciosa e viziata, che non sa ancora cosa vuole, che pretende e ottiene con vari pretesti l'attenzione generale, egoista con chiunque. Gli altri fanno un po' da sfondo, si intuisce qualcosa ma sono molto abbozzati, e in generale sono abbastanza irritanti anche loro. L'unico che si salva è l'ex marito, Dom, l'unico che dimostra di aver superato l'età adolescenziale. In più è un libro triste, che mette di cattivo umore, sconfitto. Che peccato davvero.
Una storia circoscritta a lettori over 60. Non credo che persone ancora attive nel lavoro o più giovani siano in qualche modo interessate a vicende, sentimenti ed emozioni così appartenenti alla nicchia dei nuovi pensionati. Seppure sotto forma di romanzo, con momenti di tensione, svolte improvvise, imprevisti dietro l’angolo, colpi di testa pseudo-adolescenziali (o tardo-senili), il susseguirsi di quotidianità condivisa a distanza da una coppia di anzianotti fa sorridere ma non appassionare. Fanno tenerezza, i due protagonisti; fanno tenerezza le persone che li circondano, le loro reazioni alle presunte manipolazioni. Il tutto immerso in una Roma come al solito caotica e decadente. Il lato positivo? La scrittura della Ravera è sempre piacevole.
Il terzo tempo è la vita dopo i sessant’anni, la vecchiaia da esorcizzare e da affrontare con l’obbligo di mantenersi in forma, il combattere con il decadimento del corpo, la malattia, l’aver bisogno degli altri… e potrei continuare a lungo che questo libro è intriso di considerazioni più o meno amene sulla vecchiaia. Lidia Ravera, che nel terzo tempo ci è entrata già da qualche anno, confeziona con la solita garbata irriverenza una storia tanto malinconica quanto improbabile e rocambolesca. Protagonista Costanza che a 64 anni “non è vecchia ma presto lo sarà”, che tiene una rubrica, Happy aging, (sulla rivista dei pensionati) dove dispensa consigli sull’età che avanza e che per portarsi avanti ed evitare un triste crepuscolo a due ha divorziato dal marito dopo trenta e passa anni (ma tutti i martedì cenano insieme). Poi il grande folle progetto quando eredita dal padre una porzione di convento in quel di Civita di Bagnoregio, “il paese che muore”, frazione di ben 11 abitanti, appollaiata su una montagnola di tufo accessibile solo da un lungo ponte pedonale: trascorrere in questo “buen retiro” gli ultimi anni insieme ai vecchi compagni con cui aveva diviso casa, una sorta di comune, e lotta di classe a vent’anni; un ritorno al passato nel segno di “formidabili quegli anni”. E sono ancora tutti vivi, i compagni, di cui lei, la più giovane del gruppo aveva quasi all’epoca soggezione, timorosa di non essere all’altezza, anche se cambiati, malati, acciaccati: il leader vive da eremita sui monti, un altro ha fatto i soldi ed è un albergatore, un terzo fuoriuscito in Francia è una specie di mantenuto nullafacente; tra le compagne una è ancora sulla breccia e lotta per i migranti, mentre la più carismatica e ammirata è ammalata terminale e vede nel convento l’ultimo viaggio prima della dipartita. A completare la rassegna dei personaggi oltre al marito, il figlio dall’America in crisi sentimentale e una bellissima ragazza madre inglese. La storia è frenetica, tra Roma, Torino, Civita, la Francia, in un correre continuo, nonostante l’età …, tra arrivi, partenze, appartamenti e serrature, smartphone dimenticati o lasciati spenti, messaggi attesi, non letti o letti da altri (stile i primi film di Muccino, così ansiogeni con i cellulari). Costanza un po' egoista vuole essere al centro dell’attenzione; fa, briga, parte, arriva, ospita, lascia, fugge senza dir nulla un po' in crisi e un po' no… e gli altri chi più come il marito, chi meno dietro ai suoi ghiribizzi. Non è una stupida commedia senza capo ne coda e lo stile è quello diretto e essenziale di sempre, ma, oltre che a eccedere nella malinconia - senza lacrime facili e con molti divertenti siparietti - la trama questa volta si perde un po' in troppi giri e quasi cinquecento pagine sono forse tante. Ancora un romanzo in cui traspare la nostalgia della scrittrice per quegli anni dove era giovane e contestatrice? Sì, come in altri (La festa è finita, Avanti parla, L’amore che dura…) dove i personaggi hanno in comune quelle esperienze, ma questa volta il risultato non è alla stessa altezza. Tre stelle.
Questo libro è, dopo Donne che corrono con i lupi, uno dei migliori libri che ho letto sull'essere donna. Se Donne che corrono con i lupi ci ricongiunge con la Donna Selvaggia che è insita in tutte noi, Il terzo tempo ci ricongiunge con la realtà delle cose: siamo donne che invecchiano immerse nella società attuale dove non ci sono lupe ma amiche, amici, mariti, figli, amanti con cui rapportarsi. Nonostante una visione pessimistica e senza appello dell'invecchiamento femminile che non condivido affatto, vi sono spunti che fanno riflettere e specchi nei quali riflettersi. Vi sono situazioni già vissute e quindi riconosciute, altre che viene voglia di conoscere, punti di vista, idee, sconfitte, fughe, delusioni, conquiste. Insomma tutto ciò che ognuna di noi vive, ha vissuto o vivrà. Una storia scritta con uno stile sobrio ma mai noioso che trascina in una lettura senza sosta per il continuo nuovo affacciarsi di personaggi e situazioni, il tutto nello spazio di una vita. Consiglio questa lettura alle ex sessantottine, alle giovani donne che si affacciano ora alla vita, alle cinquantenni con figli grandi, alle single contente di se, alle ottuagenarie con rimpianti, alle settantenni intellettuali, alle ragazzine curiose
Un romanzo ben scritto, scorrevole e piacevole. Un personaggio femminile controverso, finto ( anche nel suo nome, Costanza) quanto profondamente vero, portavoce di tutte quelle ansie di un trapasso generazionale comune, in bilico da presunti ideali giovanili e la realtà scaturita da una condizione borghese in cui adagiarsi. Con un finale aperto riconducibile ad un grande viaggio onirico introspettivo.
Si può parlare della morte senza essere macabri. Si può ricordare il '68 e dintorni senza farne un mito, un'epopea o un totem da abbattere. Si può parlare del passato e collegarlo al presente senza troppa nostalgia. Questo fa Lidia Ravera in questo libro, con una prosa sciolta e accattivante. Belli i personaggi, scolpiti con grande maestria. Una narrazione da non perdere, da leggere con cura e consigliare.
Dopo il mio primo approccio all'autrice mi aspettavo un romanzo più scorrevole e coinvolgente, proprio com'era stato nel caso di Avanti, Parla. Tuttavia sono rimasta un po' delusa nel trovarmi a leggere un libro lento e - a tratti - distante anni luce da me e dalla mia quotidianità. L'ho trovato poco realistico.
C'è tutto in questo libro! La morte, l'inizio della terza età, le difficoltà della giovinezza e dell'età adulta, ma ogni aspetto viene trattato con delicatezza e gentilezza, in modo che tutto appare naturale e credibile e infinitamente vero.
Un libro scritto in maniera così intelligente da darmi nostalgia di situazioni che non ho mai vissuto. Costanza è un personaggio incredibile, avrei voluto seguirla ancora in mille nuove stagioni della sua vita.
Indubbiamente scritto molto bene, come scrive la Ravera da sempre, eppure qualcosa non convince, forse una mia personale antipatica per la protagonista, non saprei... Però non me convince fino in fondo.
La Ravera scrive bene è certo, ma la protagonista del romanzo mi ha irritato, troppo egocentrica per i miei gusti. Considerazioni sul “terzo tempo” interessanti, bisogna viverle per capire meglio.
Cosa non si farebbe per sfuggire alle insidie della vecchiaia! Costanza, protagonista di questa storia sconclusionata, decide di lasciare il marito prima che a uno dei due venga la tentazione di mettere all’altro le dita negli occhi (ma di incontrarsi improrogabilmente in un ristorante di lusso ogni martedì – cascasse il mondo). Poi ha la bella pensata di recuperare il gruppetto di trasgressivi con i quali da ragazza aveva trascorso qualche mese in una comune a Milano (una comune in via Carducci? Mah!) e di trasferirsi con loro, che non aveva più né visto né sentito - nell’ex convento ereditato dal padre a Civita di Bagnoregio. Difficile imbattersi in un personaggio più improbabile e detestabile di questo: narcisista appassita, non tragica, con comica, solo odiosa. Ma anche gli amici di gioventù sono un bel campionario di stucchevolezza.