L’esperienza di lettura ha avuto, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, un andamento “ad altalena”. La prima (Fiume) parte del volume si è rivelata molto piacevole, interessante e coinvolgente. La parte centrale (Fuga), invece, è stata una vera e propria faticaccia, con continui salti temporali tra passato e presente (diciamo che si salta avanti e indietro nel tempo più o meno ad ogni pagina). La terza (Fame) e ultima parte è stata un po’ una risalita ma sono arrancata comunque faticosamente verso la meta.
Ci ritroviamo ai margini della società, in una Roma trasteverina di disagio e di emarginazione ma coesa al suo interno, una sorta di comunità nella comunità. Camminiamo, un po’ come estranei, tra chiatte, fognature in disuso trasformate in abitazioni, pescatori di anguille, ristoratrici sudamericane, zingari prostitute (redente o meno) e persone in fuga da sé e dalla società. Poi arriva il flashback sulla vita del protagonista: un passato ammorbato da una moglie francamente odiosa, una figlia malata, un matrimonio in frantumi, una carriera abbandonata. Il tutto mi è sembrato non approfondito a dovere, confusionario, convulso, un insieme di pensieri affastellati e contorti che oscillano tra il rapporto malato e ormai compromesso con la moglie Anna e quello assoluto ma comunque fuori dalla realtà, con la figlia Teresa.
Se il libro si fosse sviluppato seguendo la pista tracciata nella prima parte avrebbe potuto essere davvero bello, ma ma parte centrale è stata eccessivamente tediosa.