La mostra ha presentato, attraverso una importante selezione di gioielli, di documenti d’archivio e un innovativo allestimento multimediale (che prevede l’animazione di tre importanti dipinti: il Sant'Eligio nella bottega di un orefice, Petrus Christus, 1449, New York, Metropolitan Museum; la bottega dell'orefice, Alessandro Fei, 1571, Firenze, Palazzo Vecchio e il Retablo di Sant'Eligio, Maestro di Sanluri, Pinacoteca Nazionale di Cagliari), la storia dell’oreficeria italiana nel XIX secolo in un momento culturale e politico di grande fermento, in cui predominano le vicende dell’Unità d’Italia e le grandi scoperte archeologiche nel Lazio ed in Etruria.
Protagonista principale dell’esposizione è stata la famiglia Castellani, che ha rappresentato un punto di riferimento imprescindibile nella storia dell’oreficeria italiana. I suoi esponenti furono raffinati collezionisti, cultori del mondo classico e soprattutto eccellenti e abilissimi orafi, che dettarono per un secolo in Europa e nel mondo una nuova moda, quella del “gioiello archeologico”.
Uno dei più importati meriti dei Castellani fu quello di essere riusciti a riscoprire e ad affinare le tecnologie antiche, riuscendo perfettamente a riprodurre le tecniche originarie della granulazione e della filigrana, fino a giungere ad ottenere quella particolare tonalità di giallo intenso, tipica dell’oro antico, sui gioielli moderni, ricreando così quel particolare colore caratteristico dell’oro etrusco, definito dagli stessi Castellani “giallone”.
Gli anni cinquanta e sessanta dell’Ottocento segnano il più alto momento dei Castellani. La bottega conosce grandissimi successi arrivando fino a Parigi e Vienna e divengono tra i più richiesti orafi, ricevendo addirittura ordinazioni dalla casa Savoia e dalla casa Reale Inglese. Fu alla fine degli anni ottanta che la famiglia Castellani conobbe la sua parabola discendente e nel 1919, per volere dell’ultimo erede, Alfredo Castellani, l’intera collezione passò allo Stato italiano e fu accolta dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, da cui provengono la maggior parte dei prestiti.
Nel 1927 con la chiusura definitiva della bottega, terminava anche la lunga e infaticabile saga di questi raffinati artigiani, che hanno saputo conferire prestigio e fama alla tradizione orafa italiana e a quel “made in Italy” che allora come oggi afferma con orgoglio la propria eccellenza e unicità, anche ed in particolare nella città di Arezzo.
La mostra è stata arricchita dalla ricomposizione di un’antica bottega orafa, ricreata appositamente per la mostra grazie alla collaborazione di Argenterie Giovanni Raspini. Nella bottega, arredata con antichi coralli, vasi e stampe del settecento, i visitatori hanno potuto ammirare un orafo al lavoro al suo banco con tutti gli strumenti del mestiere. Cesello, utensili per ottenere l’antica lavorazione a sbalzo e una macchina schiacciafilo, insieme ad un laminatoio hanno completato la bottega, immergendo il visitatore nell’atmosfera operosa degli artigiani orafi del tempo.
Senza dubbio un libro di pregio, molto buono il bilanciamento tra informazioni storiche e le immagini della collezione. Particolarmente interessante la scelta del percorso proposto dai vari autori: il lettore entra nel mondo dell'oreficeria italiana attraverso le vite di due generazioni dei Castellani e conclude il viaggio con le riflessioni di Giovani Raspini in merito al panorama contemporaneo. Impeccabile la sezione dedicata al catalogo, foto chiare e suggestive accompagnate da descrizioni esaustive pur se succinte. Promosso a pieni voti.