Luglio 1996. Un viaggio estivo in Croazia porta il protagonista, insieme a un amico, fino a Mostar e a Sarajevo, per toccare con mano i segni di una guerra non ancora finita. Attraversando con una Panda le montagne bosniache, Bertante racconta con pagine toccanti e di grande impatto narrativo le devastazioni e le paure del conflitto balcanico, una storia che ci riguarda più di quanto siamo stati ancora in grado di capire. Durante questo avventuroso percorso di formazione, il narratore si mette a nudo con coraggio, raccontando la sua generazione cresciuta negli anni Ottanta, un serpente che vediamo snodarsi attraverso le canzoni, i film, l’abbigliamento, l’esplosione della tv commerciale, Drive In e i paninari, la new wave e i centri sociali, fino alla mattanza delle droghe pesanti e alla tragedia dell’AIDS. Anni Ottanta che paiono trovare nella guerra in Iraq e in Mani pulite la loro conclusione per spegnersi nella prima metà del decennio successivo tra l’ascesa di Berlusconi e la fine della guerra nella ex Jugoslavia. Gli ultimi ragazzi del secolo è un romanzo crudo e potente dove la memoria di un adolescente randagio e ribelle si fonde con l’incauta, dolorosa presa di coscienza di un giovane uomo di fronte al dramma della Storia, al suo incedere feroce, struggente, radicalmente insensato.
Un adolescente ribelle, cresciuto tra i fumi delle droghe degli anni '80. Un uomo adulto che tra le rovine di Sarayevo vede il racconto di una storia falsa e falsata.
Bertante - gli ultimi ragazzi del secolo - 6.5 - bella l’idea, molto. La generazione dei luccicanti anni 80, nella Milano da bere, ma vista con gli occhi di chi si è ribellato, occupato, visto ed assaggiato del vuoto promosso dalla pubblicità, dai paninari e dal drive-in. E dalla morte dei grandi ideali con la droga compagna di ogni giorno. Una generazione distrutta che si interroga sull’assurdo guerra in Bosnia. Parte per me più debole del romanzo, rafforza il senso di disillusione e il vero no future. Punk’s not dead
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A tratti interessante, altrove avvitato su se stesso, racconta in modo parallelo la sua adolescenza nella Milano da bere anni Ottanta, e una vacanza in Bosnia a metà degli anni Novanta, dopo gli accordi di Dayton. Mi sarei aspettato maggiore profondità su questa parte, invece dedica molta più introspezione interiore ad un viaggio in Grecia alla fine degli anni Ottanta.
Non male ma avrei preferito più approfondimento sulla parte relativa alla guerra nei Balcani che alla prodezze adolescenziali (spesso narrate in modo piuttosto "machista") dell'autore, che poco c'entrano con quello che pensavo fosse il focus del libro.
Il racconto dell’esperienza in Bosnia ed Erzegovina si alterna ad un’altra intensa memoria, che risale alla Milano metropoli degli anni Ottanta... http://www.piegodilibri.it/recensioni...