"Era destino che questa esposizione monografica su Corcos, la più completa mai realizzata per numero e qualità delle opere presentate, approdasse a Palazzo Zabarella, proseguendo così la serie delle rassegne dedicate ai grandi protagonisti dell'Ottocento italiano: Hayez nel 1998, Boldini nel 2005, Signorini nel 2009, De Nittis nel 2013. Soprattutto dopo la riconsiderazione di Boldini e De Nittis, i due grandi italiani a Parigi, era inevitabile rivolgere l'attenzione a un pittore di eguale livello che, pur non scegliendo come gli altri due di stabilirsi per sempre nella capitale francese, vi rimase tuttavia per sei lunghi anni, dal 1880 al 1886, decisivi per la sua formazione e la sua affermazione professionale, per poi ritornarvi periodicamente, facendone per sempre il proprio punto di riferimento. Questo rapporto privilegiato e i viaggi di lavoro a Edimburgo e a Berlino confermano la sua statura internazionale e un aggiornamento che ne ha fatto uno dei testimoni più significativi della Belle Époque, quella leggendaria stagione della cultura e del costume che era destinata a interpretare gli slanci, ma anche le tensioni, della modernità e che terminava con lo scoppio della Grande Guerra, di cui proprio quest'anno ricorre il centenario. Corcos è stato un insuperabile interprete della società del suo tempo dedicandosi in maniera quasi esclusiva, anche se non mancano i capolavori in altri generi come il paesaggio e le scene di vita moderna, al ritratto..." (Federico Bano)
Quando facoltosi banchieri e teste coronate, giovani seducenti e ragazzini vestiti alla marinara si facevano fare i ritratti, anche come status symbol, Vittorio Matteo Corcos era ai massimi livelli internazionali nel settore, come un Boldini o un Sargent. Tanto per dire: ritrasse la grande danzatrice Isadora Duncan, il poeta Carducci (due volte) e l'editore Emilio Treves; nel 1904 andò a Postdam per ritrarre Guglielmo II di Germania, seguirono l'anno dopo i reali di Portogallo, e ancora nel 1931, due anni prima della morte, fu convocato per dipingere la giovane Maria José da poco Principessa di Piemonte. E in mezzo, soprattutto, tante tante bellezze femminili. A volte i suoi quadri risultano troppo leziosi (soprattutto quelli realizzati per onorare il contratto con la Maison Goupil, durante l’immancabile soggiorno parigino; quelli per cui scriveva a Theo van Gogh nel 1890 dicendosi scontento di dover produrre un’arte «fardé et poudré que je n’aime pas»…); e a volte troppo smaccata è la volontà di compiacere i soggetti ritratti o di vellicare un erotismo palpabile ma sempre socialmente accettabile; in ogni caso, ovunque spicca la maestria nel riprodurre i particolari (riflessi di luce su scarpe di vernice, frammenti di manifesti strappati su ponti parigini, rughe e baffi, gioielli e orologi, pieghe e iridescenze di lunghi abiti alla moda, meravigliose gamme di bianchi, dal cremoso al raggelato, dal giglio alla luce abbagliante, per le tenute estive, preferibilmente a Castiglioncello); e quegli occhi: molti di quegli occhi ci guardano ancora e ci interrogano.
Oltre al celebratissimo Sogni, che giustamente campeggia anche sulla copertina, rimane impresso tra gli altri In lettura sul mare, che nel catalogo (si tratta di una mostra padovana di qualche anno fa, e ovviamente le riproduzioni che richiamo qui sono solo suggerimenti, pallidi riflessi di quelle luci e di quei colori) Fernando Mazzocca descrive così: «dominano i gesti intensi, bloccati con una sommessa teatralità che avvicina questi giovani vestiti di bianco, l’elegante divisa delle vacanze di allora, ai personaggi fragili e smarriti di Čechov.»