Sardegna anni Cinquanta. Raimondo Quesada è il rampollo di una ricca e vecchia famiglia. Corpo estraneo a essa, come a tutta la piccola ma complessa società locale. Rifiuta la corte lunga e assidua della quasi cugina Paola e mantiene invece in "Continente", a Roma, una donna emigrata dal paese, dalla quale ha un figlio. Scomparirà in modo triste e misterioso, così come in modo triste e misterioso ha vissuto.
Le tipiche cime a forma conica del massiccio del Montiferro.
Romanzo dalla gestazione travagliata: sembra che fosse terminato e pronto già nel 1966, e Vittorio Sereni cercò di farlo pubblicare da Mondadori, ma invano. Vent’anni dopo ci prova di nuovo Natalia Ginzburg, che all’epoca era collega di Mannuzzu in parlamento: lo scrittore, sardo ma nato in Toscana, a Pitigliano, per caso (“por accidente” avrebbe detto Che Guevara, che nacque a Rosario d’Argentina appunto per caso) è stato parlamentare nella sinistra indipendente per tre legislature, che in quegli anni erano usualmente più brevi della durata canonica, e quindi dieci anni di deputato ma ben tre legislature consecutive. La Ginzburg più che adoprarsi per farlo pubblicare, lo spronò a continuare nel mestiere di scrivere, a non lasciar perdere.
Veduta del Montiferro con il territorio di Cuglieri.
E così Mannuzzu rimette mano al manoscritto originale, ma scrive anche altro, nel 1988 debutta per così dire, con “Procedura”, credo a tutt’oggi il suo titolo più famoso (da cui diversi anni dopo derivò un film molto brutto), va avanti a scrivere e pubblicare altri titoli: finalmente nel 1994 esce questo romanzo, che nel frattempo ha italianizzato il titolo (da Montiferru all’attuale Montiferro), il suo quarto. Dicevo che “Procedura” è in un certo senso il suo debutto editoriale in quanto circa trent’anni prima, nel 1960, sotto lo pseudonimo di Giuseppe Zuri aveva già pubblicato per Rizzoli il suo vero debutto, “Un Dodge a fari spenti”.
Un dicco, formazione rocciosa nella campagna di Santu Lussurgiu.
Le ceneri del Montiferro è romanzo dalla struttura complessa: non solo perché diviso in tre parti, a loro volta suddivise in capitoli, ciascuno col proprio bel titolo, e ogni capitolo composto da più capitoletti, anche questi debitamente intitolati (e quindi, solo per leggere tutti i titoli, che sono diverse decine, di impegno ne è richiesto). La maggior complessità deriva dall’uso di materiali narrativi diversi: lettere, telegrammi, testimonianze, articoli di giornale, verbali di polizia, perfino volantini elettorali, che non mi sento di ritenere omogeneamente amalgamati.
Tutta questa bella impalcatura serve a dire la storia di Raimondo Quesada, di antica e prestigiosa famiglia sarda, che negli anni Cinquanta, mentre rifiuta l’insistente corte della quasi cugina Paola, mantiene a Roma (in “continente”) una donna emigrata, di umili origini, dalla quale ha un figlio. Raimondo Quesada finisce con lo scomparire.
Veduta di Santa Caterina di Pittinuri dalla sorgente di Elighes Uttiosos a circa 1000 metri di quota.
La sua storia è il pretesto per dipingere quella familiare, del paese, la vita di provincia, il Montiferro.
L’uso di queste “fonti” dovrebbe servire a far luce e chiarezza sulla vicenda di Raimondo Quesada. In realtà, i diversi materiali confondono, sfumano, frammentano, sembrano allontanare la verità. L’ex magistrato Mannuzzu, che nella sua professione giuridica ha per forza di cose dovuto inseguire verità e fatti oggettivi, nei panni di scrittore diventa un campione dell’irresoluto, dell’incompiuto, del sospeso, della molteplicità di lettura.
Monte Oe, nel massiccio del Montiferro. Quota 859 m s.l.m. Veduta da Bau 'e Mela. Il nome deriva dal sardo "boe" dovuto alla caratteristica forma di bue coricato. Dista poco più di un chilometro in direzione nord-ovest dall'abitato di Santu Lussurgiu. In primo piano Punta Pala Frearzu a quota 776 m s.l.m.