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La figlia perduta

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Sei racconti legati da identità di temi, da luoghi che ritornano 'quasi' se stessi passano da una storia all'altra, in un gioco di echi e "false relazioni". Sono tutti percorsi di ricerca tra una figura maschile, adulta e anzi paterna, e una figura femminile più giovane, sfuggente e vitale. Il rapporto parentale può variare e anche non esserci, ma si tratta sempre, in fondo, di un padre e una figlia che si muovono pericolosamente lungo la frontiera tra il perdersi e il trovarsi, con provocazioni, malintesi, bugie e soprattutto reticenze da cui, in ogni momento, possono esplodere il rancore o l'amore ugualmente sopiti. In tutto questo, il tempo ha la parte del grande corruttore: avvelena e trasforma le vicende, o le spegne anno dopo anno. Ma non spegne il senso della ricerca, anzi, proprio quando il contatto o solo la vicinanza delle due figure sembra più improbabile, padre e figlia imparano a reinventarsi: si raccontano storie che ripetono la loro storia, oppure scelgono un ruolo e lo recitano come in un teatrino di famiglia. Racconti nel racconto e racconti paralleli non servono solo a schermare, a evitare la collisione frontale, a colpirsi di lato: sono la strategia con cui i personaggi di Mannuzzu cercano di cogliere i barlumi della vita nel silenzio calato su di loro, tentano ancora di far impigliare sensazioni e desideri alla rete delle loro esistenze.

239 pages, Hardcover

First published January 1, 1992

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Salvatore Mannuzzu

24 books3 followers
Salvatore Mannuzzu was an Italian writer, politician, and magistrate.

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Profile Image for Orsodimondo.
2,483 reviews2,461 followers
August 31, 2025
SI PUÒ GUARIRE DALLA VITA?

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Mannuzzu mi ha accompagnato per un periodo all’inizio degli anni Novanta durante i quali ho letto i suoi primi cinque titoli: poi, qualcosa si è incrinato, mi sono stancato di lui, m’è suonato monocorde.
Oppure, è lui che si è stancato di me, gli sono sembrato un lettore monocorde.
E neppure il fascino delle edizioni Einaudi per cui ha sempre pubblicato (l’unica casa editrice che secondo me faceva la differenza – ora non più) sono riuscite a convincermi a proseguire nella lettura.

Questa raccolta di sei racconti è la sua terza pubblicazione. 1992.
Il primo racconto da solo è quasi metà del libro: si chiama “Dedica” e anni dopo (2011), Mannuzzu lo ha rielaborato e pubblicato a sé stante col titolo “La ragazza perduta”, segno che lo reputava il più fecondo.
Anche per me è il migliore dei sei. Il mio gradimento è andato scendendo progressivamente di racconto in racconto attestandosi sulla sufficienza per media aritmetica.

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Max Ernst: La femme visible. È l’immagine che compare sulla copertina.

“Dedica” è il racconto che un giudice scrive come regalo di compleanno per la moglie e per il loro anniversario di matrimonio. I due sono ormai avanti con gli anni, ma lei è comunque più giovane di lui di una decina.
Il racconto nel racconto parla di un magistrato che dal ‘continente’ (la penisola) arrivò sull’isola, per la precisione a Sassari.
Qui s’insediò, prese alloggio in una stanza in affitto, si dedicò con tutta l’anima al lavoro e condusse una vita grigia e grama (Mannuzzu ha un’attrazione particolare per le esistenze affievolite).
Ma una sera riceve una telefonata, ben strana. Chi lo chiama è una donna, che impiega del tempo a rivelarsi: la diciassettenne Zezi. È sola e come lui ha bisogno di compagnia – si dichiara infelice e perduta. Parla, parla, gli propone di andare a lavorare nello studio di suo padre che si è suicidato: è sfacciata, puerile, divertente, un po’ matta ma soprattutto insolita, narcisista, anche mitomane: parla di amori, tanti, di un aborto a Londra, della madre risposata che è andata a vivere a San Francisco.
Parla e rompe il cerchio della solitudine del giudice.

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Lei è diversa da lui, molto, sembra il suo opposto. Chiaro che lui s’innamora e non può più fare a meno di lei: come si fa a resistere a una donna tormentata, infelice, bisognosa di affetto e protezione? Zezi è pure bella.
Chiaro che lei non si sottrae. Chiaro che hanno bisogno l’una dell’altro.

Non racconto altro, ci sono un paio di momenti che si potrebbero definire colpi di scena che è meglio leggere direttamente che sentirseli raccontare.

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Gabriele Münter: Panni stesi sulla spiaggia di Sestri Levante (1907 circa).
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