Paul Klee: Mazzarò, 1924. La scelta di queste immagini nasce dalla copertina dell’edizione Einaudi in mio possesso (ora è fuori catalogo), un dipinto di Klee insolito, la baia di Mazzarò, località marina siciliana.
Piero è il padrone di Zero. Nel senso che Zero è il cane di Piero. L’io narrante Piero parte da Genova e si porta l’amico cane per una vacanza estiva al mare (Asinara), ospite, ma pagante, del nipote Sergio, ultimo erede di una famiglia tragicamente segnata. Oltre che narrare direttamente in prima persona, Piero racconta attraverso il romanzo che sta scrivendo e le lettere che manda alla moglie. L’età di Piero e quella di Sergio, zio e nipote, la condivisione domestica, seppur per il tempo di una vacanza, favoriscono tra loro un rapporto che ha il sapore di padre-figlio.
Un’incredibile quantità di titoli citati, di libri, canzoni, film, coi rispettivi autori e interpreti, un dispiego di riferimenti che in uno scrittore come Mannuzzu è ancor più fuorviante, frastornante.
Paul Klee: Panorama di Kairuan, 1914.
Purtroppo, nell’andamento della prosa di Mannuzzu, nella struttura inquisita delle sue narrazioni, in dettagli sparsi che assumono il valori di indizi paradigmatici, si scorge una forma mentis duramente raziocinante e una moralità risentita (non immune da asprezze) tipiche di chi deve muoversi fra le strettoie del diritto e l’incommensurabile molteplicità della vita. Si avverte insomma l’alta tensione, spesso sofferente, che deriva dalla necessità di far combaciare mistero e verità, di eliminare le zone oscure dell’inconoscibile. Purtroppo, quindi, lo scrittore Mannuzzu è un po’ troppo giudicante, sia con le situazioni che con i suoi personaggi.
Paul Klee: Hammamet.
Devi soffrire è il titolo di una canzone che in una nota a fine libro ci viene spiegato viene attribuita a Mina nel corso della narrazione con errore voluto.
La trama di per sé non sarebbe nulla di originale, ma è come viene raccontata a incuriosire e attrarre l’ignaro lettore. Piero è uno scrittore di mezza età che per caso trascorre un periodo di vacanza al mare in Sardegna, in compagnia di Sergio, il nipote molto più giovane che lo ospita, frequentato poco o nulla in precedenza e del vecchio cane Zero; la moglie Miriam è a Londra per lavoro ma un’altra Miriam entra in scena come intrigante nuova vicina di casa. Sta anche scrivendo un libro vagamente ispirato alla Scuola delle mogli di Moliere – Un morso di formica ovviamente il titolo che la vita è così breve rispetto all’eternità da esservi paragonata. Nulla di nuovo ma l’inevitabile intreccio viene raccontato su tre linee narrative che si intersecano fino a ricongiungersi nel finale. La prima è quella “mainstream” della vacanza vera, la seconda è quella di fantasia narrata nel libro in scrittura, la terza (di comodo) descritta nelle lettere alla moglie. Così gli stessi personaggi assumono ruoli e atteggiamenti diversi, anche antitetici a secondo del racconto: Sergio ha una relazione con la moglie, con la vicina o ha altre inclinazioni? La moglie rimane lontana o arriva a instaurare una sorta di menage a tre? E il ruolo della vicina, a flirtare con lo scrittore o amante del nipote? Neppure il cane è risparmiato, ancora baldanzoso o vecchio e sciancato in attesa di una morte pietosa? Curioso esperimento, che regge abbastanza bene fino alla fine, senza troppi intellettualismi e altre lungaggini, sempre a rischio in storie di questo genere. Non conoscevo ovviamente questo scrittore ma le sezioni modernariato delle librerie, con i vecchi Einaudi fuori catalogo, si rivelano spesso una miniera di sorprese. Tre stelle e mezza in attesa di leggerne altri.