potremmo sottotitolarlo rollo e i suoi fratelli. anche se qui non ci sono la boxe, la degenerazione, la violenza. e anche se la morte arriva sì drammatica, ma senza ammazzamenti: a bordo di una cinquecento che non si ferma a un semaforo, nel cuore della notte, nel cuore degli anni '70.
del film di luchino visconti, e dei racconti di giovanni testori da cui la pellicola era tratta, c'è però l'ambientazione contigua. identica quella geografica di emigrati dal sud, diversissima pur nei tratti comuni quella sociale: la famiglia di rocco parondi cercava l'avanzamento sociale come un riscatto, mentre i rollo in quegli anni '50 e poi a seguire avevano nell'appartenenza operaia una ragione fondativa, alimentata di concretezza e orgoglio. la vergogna era semmai l'ambizione piccolo-borghese della stanza in più, del tinello separato, del chiamare fabbrichetta quella che per il padre dell'autore sarebbe rimasta sempre un'officina. e poi in comune sullo sfondo c'è soprattutto il ponte della ghisolfa vicino al quale l'autore è cresciuto, e che torna infatti come citazione lungo tutto questo libro che sguiscia un po' via dalle classificazioni. perché con un'educazione milanese rollo ha scritto (invero proprio bene) qualcosa che è autobiografia e insieme recherche di un'identità collettiva, politica e moltissimo di classe.
un'opera che mi è piaciuta (qualche capitolo parecchio, altri decisamente meno) ma che credo mi avrebbe appassionato di più se non avessi percepito così forte il continuo tentativo di riprendere il filo del titolo, come quando a scuola si aveva paura di andare fuori tema. e sicuramente molto di più (mi avrebbe appassionato) se non avessi letto a suo tempo milano dopo il miracolo di john foot. un testo - che rollo conosce indubbiamente bene, anche solo per esser stato pubblicato dalla feltrinelli di cui era fino a pochi mesi fa direttore letterario - che racconta le trasformazioni sociali dell'ultimo mezzo secolo attraverso la storia della città che più ne ha fatto propri i linguaggi, i codici, le contraddizioni. detta diversamente: foot passa dalla morfologia, dai quartieri, dalla trasformazione urbana di milano per raccontare quel che è avvenuto in generale in italia, a livello politico, economico, culturale. quel che ha fatto sì che gli armani e i prada abbiano preso il posto dei falck e dei breda nell'élite meneghina e nazionale. e lo fa innestandovi un'analisi del mito della cosiddetta cultura della classe operaia urbana, muovendo da una provocatoria citazione dell'"operaista" franco fortini: «nessuno è così ingenuo da credere che ci sia davvero una cultura proletaria».
in quel caso si trattava di scandagliare degli stereotipi, nel caso di testori di raccontare storie che hanno saputo imprimersi nell'immaginario. qui siamo tra le due cose, tra la discussione antropologica e la ricognizione affettiva. nondimeno non riesco a non percepire un po' troppo sapore da luci-a-san-siro-di-quella-sera. dove alla 600 possiamo sostituire forse il guzzi rosso del padre su cui rollo saliva da bambino, ma resta l'epica dei suoi 20 anni e una ragazza che lui sa. in più, quantunque io sia un'appassionata delle metamorfosi urbanistiche (tipo che mi fermo a guardare gli scavi nei cantieri come i pensionati, sì) tanto all'inizio quanto alla fine ho trovato troppo dettagliato il resoconto (lo dico? lo dico) site-specific (l'ho detto) delle multiformi creazioni di architetti star. e questo pur comprendendo quanto l'idea alla base sia militante: nel momento in cui milano assume una nuova fisionomia, e recupera rieditandoli i luoghi della vecchia, farsi testimone pensante di fronte a una sorta di piano-regolatore-umano, prima ancora che architettonico. un genius loci che ha a che fare tanto col senso di spaesamento quanto con quello di appartenenza che la città sa rendere inscindibili. il punto è che l'operazione nostalgia è sempre in agguato ed è roba delicata, anche e soprattutto quando si intreccia con incursioni variamente analitiche: l'ultimo libro di questo campionato che ricordo di aver letto (fronte coscienza di classe borghese e non proletaria, però) è gli anni di annie ernaux. sul quale pure mantengo qualche riserva, infatti.
tre stelle e mezzo, anche in questo caso.