Non so voi ma di solito quando leggo un libro tendo a partire con l’immaginazione, invento luoghi o cerco di attingere a ricordi passati se ho visitato quei posti e copro i buchi lavorando di fantasia.
Mi creo un vero e proprio mondo personalissimo, molte volte mi capita di associare i protagonisti del libro ad amici o conoscenti, cercando quindi di vivere ogni volta un’avventura diversa con persone che in qualche modo fanno parte della mia vita.
Poi, a volte, ci sono le eccezioni.
Questa è una di quelle volte.
Da bambino frequentavo lo stesso oratorio a Cremona di Sante, per un breve periodo abbiamo fatto gli scout insieme. Avevo nove-dieci anni, lui era di qualche anno più grande.
Quando tu hai dieci anni e chi ti sta davanti quindici la differenza d’età è un abisso, per cui non mi stupirei se lui non si ricordasse minimamente di me oggi.
Spesso inoltre mi capita di vedere in giro per Cremona Andrea con il suo bambino.
L’ultima volta è stato in una libreria della città, lui con la maglia dei Nirvana, il bambino guardava curioso i libri.
Ricordo di aver chiesto alla commessa questa cosa “Secondo te gli scrittori vanno a vedere i propri libri negli scaffali delle librerie?”
Probabilmente mi ha preso per matto. Io lo faccio sempre, e ho fatto tre copertine. Ci tengo un sacco.
Altra cosa che mi ha fatto vivere questo libro come una sorta di ricordo non mio è Cremona.
Non c’è niente da immaginare qui, ci sono nato e cresciuto a Cremona, nello Zaist, mia madre ha lavorato trentacinque anni al Maggiore, l’ospedale.
Ogni luogo raccontato da Cisi io lo conosco come le mie tasche ed è forse questa la cosa che mi ha legato incredibilmente a questo libro.
E ragazzi ci sono finito sotto di brutto, è come se mi avesse investito un treno merci.
“Cronache dalla ditta” è un libro tristemente divertente, mi ha fatto veramente piegare in due dalle risate per i momenti surreali vissuti in ditta, ma il vero significato che traspariva dalle righe del libro lasciava veramente poco spazio al divertimento.
Ecco, qui l’atmosfera è decisamente più pesante. Non mancano i momenti buffi, i racconti del campionato amatori con i suoi improbabili protagonisti su tutti (mai giocato a calcio, ma ho provato un moto di orgoglio nel vedere la società sportiva a cui sono iscritto, il CRAL, tra gli avversari), ma quello che ti scava dentro è la relazione tra i due protagonisti: lo capisci alla terza pagina che sta andando tutto a puttane, è una lenta discesa negli inferi, popolati da silenzi assordanti e totale apatia. Ed ero lì immerso nella lettura che pensavo “Dai ragazzi cazzo, parlatevi, fate qualcosa, svegliatevi perdio!”, è questo il motore vero del romanzo, quello che mi ha tenuto sveglio la notte prima di andare a dormire e alle 6:30 del mattino sul treno invece di dormire.
Mi ha spaccato a metà, in alcuni punti è decisamente una mattonata in faccia, ma è un libro che consiglio a tutti, perché Cisi è veramente uno scrittore enorme, che racconta con semplicità emozioni complicatissime e ti obbliga a fare i conti con te stesso anche e soprattutto quando la risposta finale è ben lontana da quella desiderata.