"Ciapa Scioira" in dialetto ligure significa ‘pietra liscia’: è la pietra su cui le lavandaie lavavano i panni lungo i fiumi. Il riferimento non è casuale, perché al centro della trama sta la Memoria. Infatti questo romanzo epico è ambientato nel ponente ligure, a Taggia, tra il 1944 e il 1945, e si protende, con un salto di vent’anni, fino ai primi anni ’60 a seguire l’esito dei suoi protagonisti. La guerra mondiale fa da sfondo alle vicende di personaggi presi dalla vita comune, gente che attraversa la tragedia bellica come può o come sceglie: ci sono gli ‘eroi’, che si impegnano per la collettività schierandosi contro l’occupazione nazista – come Bartolomeo, jazzista italo-americano che torna per fare da collegamento fra le truppe alleate e i partigiani; o come Giacomo che combatte sui monti della Valle Argentina –; ci sono gli egoisti che continuano a truffare approfittando del clima tempestoso – come Maria Vittoria, impiegata notarile – o che fuggono dalla guerra emigrando – come suo fratello Gabriele, che lavora nelle esportazioni –; ci sono le vittime – i bambini come Lucia e il piccolo ebreo Joseph; o come Luisa, lavandaia visionaria –; infine ci sono le ‘signore’ come Elsa, prostituta per miseria, una “per cui la guerra non è mai finita”. Qualcuno sopravvivrà alla guerra, qualcuno no, tutti ne resteranno segnati. Un affresco di piccole storie sullo sfondo della grande Storia, un omaggio alla memoria che si sedimenta sulle pietre delle case, mentre mani infaticabili cercano di cancellare lo sporco e il sangue dalla memoria comune.
Gianni Cascone, scrittore e regista di Bologna, è uno dei capostipiti della formazione alla scrittura espressiva in Italia. Dopo avere partecipato al Laboratorio Teatrale di Luca Ronconi, nel 1991 ha fondato (e condotto per 20 anni) il Laboratorio di Scrittura Grafio, una delle più interessanti esperienze in Italia. Fra il 1999 e il 2010 ha organizzato a Prato il Festival Internazionale di Letteratura Forme del Narrare, curando diverse pubblicazioni fra cui Grafio, De-scrittura 1 (DeriveApprodi). Conduce i laboratori di scrittura IndiMondi (dal 2001 a San Lazzaro di Savena) e Banchéro (dal 2003). Fra i suoi libri il romanzo Quadrante Nord (Manni 2004) e il saggio Un treno che attraversa la democrazia: generazione di un’opera, l’opera di una generazione (CLUEB 2013), La coda dell’occhio (Giraldi 2016).
Questo è uno di quei libri che tieni li per tanto tempo nella libreria, poi quando leggi ti chiedi perchè non l'hai letto prima.... Andiamo con ordine...parto dalla superficie perché anche gli editori a volte meritano di essere citati ed apprezzati. Ho il piacere di conoscere la Giraldi Editore tramite il mio gruppo di amici e scrittori collettivo (Indimondi, per chi ancora non lo sapesse...) e devo ammettere che sin dall'inizio la disponibilità e la costante ricerca letteraria contemporanea hanno fatto dell’editore stesso un grande punto di riferimento. Non a caso lo stesso ha creato una sezione dedicata alla scrittura collettiva e credo che sia l’unico sino ad ora ad aver creato una categoria nei suoi indici e lo ha fatto apposta e non siamo solo Indimondi, ma anche: Banchèro, Immagici, Navigadour e se mi sono dimenticata qualcuno, chiedo venia. Ma torniamo un secondo in superficie, non solo l’editore ci piace, ma ci piace anche sfogliare fisicamente i suoi libri. (Passatemi sta piccola deviazione di percorso, ma ormai ritengo sia doverosa…). Giraldi infatti utilizza una carta bianca giallina ruvidina, ma carina, e le copertine sono sempre realizzate su cartoncino non rigido (mi piace perché è più maneggevole secondo me, ma non disdegno neanche la copertina rigida che quando ce vo’ ce vo’). Una carta che mai è stata più azzeccata anche per il tema del libro di cui vi parlerò a breve. Insomma un vero piacere leggere i libri stampati da Giraldi, non solo per la mente ma anche per gli occhi. Tornando al libro, ora non posso non parlarvi di Banchèro. Chi è Banchèro? Ma ovvio, è il collettivo di Taggia (grazie a loro ho scoperto che le olive taggiasche, na leccornia da piura!, sono tipiche di sto paesello vicino a Sanremo..che ignoranza...). Ho il piacere di conoscere il gruppo tramite il grande intellettuale e carissimo amico Gianni Cascone, ma come dire, anche se forse ci siamo intravisti una volta, è come conoscerli da sempre. Il collettivo nasce da una capillarizzazione della vena teatrale che vede la sua concretizzazione nell'Associazione Culturale del Teatro di Banchèro, mai vena varicosa è stata più gradita. Fervente gruppo che macina libri a spron battuto (maledetti, che invidia), di loro ho già avuto il piacere di leggere 1,2,3 TOCCA A TE e con questo spero di apprezzare al più presto un altro loro libro (ma giù uno me lo sto coccolando sul comodino: QUELLO CHE NON SEI). Eeee ora parliamo del libro…finalmente, direte….Ciapa Scioira, già solo il titolo è uno sbocciare di curiosità e voglia di leggere. Per chi è ligure forse sa cosa vuol dire, per chi non lo è…è giusto che si legga il libro. Scherzi a parte, la ciapa scioira ho scoperto essere la pietra liscia usurata dalle lavandaie…e già qui capiamo che non si tratta di certo di un romanzo ambientato nei giorni nostri. Santa lavatrice. Il romanzo tratta un periodo storico molto particolare, che ha segnato la svolta contemporanea : la Seconda Guerra Mondiale. Non la tratta tutta, perché probabilmente sarebbe risultata una saga tipo “Trono di spade”, solo l’ultima fase, quella più animata, in cui la Resistenza si è fatta più furba e spietata, la paura dei tedeschi si inasprisce nella consapevolezza che probabilmente avrebbero perso la guerra (della serie salviamo le apparenze fino alla fine), della fame, dell’abbandono, delle ultime morti inutili e via discorrendo. Non esiste un protagonista, ma tanti protagonisti, legati dal fino comune della guerra, che ha portato alcuni sulla via della liberazione dal fascismo come altri sulla via dell’opportunismo meschino. Il cinismo di un periodo che speriamo non torni più. La consapevolezza di essere vivi e voler sopravvivere, consolidata a ogni pagina , fino alla fine anche quando il romanzo si consuma con un finale di vent'anni dopo. Il libro fa riflettere su ciò che siamo oggi, ciò che eravamo allora, ciò che forse non saremo più e che ti fa arrabbiare, perché si è coscienti di essere degli “smemorati”. Ciò che traspare in tutto questo marasma di guerriglie e rastrellamenti è la voglia di andare avanti. Il coraggio di molti giovani che hanno rischiato grosso per sopravvivere. Davvero molto commovente e struggente e cerco di capire se noi oggi saremmo cosi…forse, chi lo sa, del resto “di necessità si fa virtù”, disse quello, ma io mi sono chiesta se in questo mondo del 2018 cosi individualista saremmo capaci di creare una comunità cosi forte per reagire ad un eventuale "oppressore". Scorrevole, intrigante, evocativo, ma anche educativo. Se penso che mia nonna ha vissuto tutto questo…mah. Spero di riuscire a leggerglielo (sapete l’età, gli occhiali…) sono sicura che le piacerà.