Oggi, 5 agosto 2021, si sono svolti i funerali di Antonio Pennacchi nella cattedrale di San Marco, in Piazza San Marco a Latina. L'autore è stato stroncato da un infarto il 3 agosto: aveva 71 anni.
Il caso ha voluto che in uno dei suoi romanzi abbia predetto di che morte sarebbe morto. Il protagonista di Palude è un uomo grande e grosso, un operaio, che aveva preso il soprannome dal ruolo che aveva quando giocava a calcio: faceva il portiere e pur di parare il pallone, era disposto a tutto, anche ad andare a finire nel fango.
Ma Palude è anche la palude dell'Agro Pontino che fu bonificata durante il Fascismo e dalla cui bonifica nacque Latina, all'epoca nominata Littoria.
Latina, la palude pontina e Palude sono un po' i tre protagonisti di questo romanzo: è il primo che leggo di Antonio Pennacchi. È da tantissimo tempo (anni) che voglio leggerlo e doveva arrivare la sua morte per spingermi a farlo. Lo stile è arguto ed emerge la cultura e la sofferenza dell'autore che ha spasimato tanto prima di farsi pubblicare da un editore.
Palude è l'alterego di Pennacchi. E anche Palude si ammala di cuore a tal punto da dover subire un trapianto, per guarire.
“E c'è infine Palude che ne ha bisogno, Palude che quando era ancora in forze ti alzava con una mano sola, se non stavi zitto. Adesso ha il cuore stanco. Peccato solo che sia un operaio rosso e comunista. Ma non importa, è deciso: il trapianto si farà. Per procurarsi un donatore basta in fin dei conti spargere una latta d'olio sopra la Pontina. Anche se a volte, insieme al cuore, al trapiantato cambia pure l'anima...”
L'abilità di Pennacchi è (era) quella di farti ridere, riflettere e al tempo stesso commuovere, di parlarti di Storia nella storia della gente comune.
Davvero tanti i temi trattati e il fantasma del Duce in giro in motocicletta per Latina è uno spasso.
E leggere parti in dialetto veneto mi ha fatta sorridere, perché non me le aspettavo di trovarle in un romanzo scritto da un autore di Latina.
Se ne è andato così, il suo cuore non è riuscito più a battere come l'Orient-Exprès. In fondo, lo aveva scritto e predetto pure lui: doveva finire qua.
“... non c'è niente da fare, lo mettono in una stanza e il cuore fa solo «Gnèu gnèu t...» ogni tanto, poi all'improvviso entra Hodjà il siriano dagli occhi azzurri, gli tocca la mano, e il cuore riparte a tutta callara: «Tututùm tututùm tututùm» come l'Orient-Exprès. Ecco, doveva finire qua e secondo me era pure meglio.”