Il mammut è la classe operaia che si è estinta numericamente, politicamente, culturalmente: così proclama il Benassa negli anni 80, storico sindacalista della Supercavi in provincia di Latina, prima di dimettersi dopo dieci anni di lotte. È finita la sua idea di sindacato, quello di base dei consigli di fabbrica con gli operai che, figli del ‘68 credono ancora nella rivoluzione. Ha accettato la proposta di due anni di distacco a scrivere un libro sulla storia della fabbrica a stipendio pieno e posto garantito, un modo elegante per la proprietà di toglierselo dai piedi perché Benassa è un sindacalista con le palle, un rompicoglioni leader operaio ma inviso oltre che ai padroni agli stessi sindacati unitari, quelli della triplice per intendersi. La trama, non molto lineare, racconta l’ultima settimana di permanenza: l’autore inserisce ampi excursus sulla vita e l’organizzazione del lavoro (i turni, gli stabilimenti, le macchine) e soprattutto rievoca con uno stile tra l’ironico e il drammatico, che lascia poco spazio a retorica e sindacalese, gli anni delle lotte, delle tante sconfitte e delle poche vittorie, i picchetti, i primi blocchi stradali, le occupazioni, i rapporti complicati con la dirigenza padronale obbligata dalla crisi economica a profonde ristrutturazioni se non alla chiusura. Episodi spesso divertenti, al limite del grottesco, uno su tutti “l’involontaria occupazione” della centrale termonucleare, che assume un carattere epico per come è narrata. Mammut è il primo libro scritto da Antonio Pennacchi in cui ha riversato molte delle sue esperienze in fabbrica (trent’anni, sindacalista più volte espulso dalle diverse sigle); nella prefazione all’edizione Mondadori ricorda di aver ricevuto 55 rifiuti da 33 case editrici prima di arrivare alla pubblicazione e di aver rivisto e tagliato il testo più volte nel frattempo. Non è un libro perfetto, tutt’altro, ma ha un suo fascino, stile “la classe operaia va in paradiso” (citando un famoso film degli anni ’70), malinconicamente vintage. Tre stelle e mezzo.