Langone ha visto il cuore dell'Italia vuoto per apostasia, le vene dell'Italia vuote per crollo demografico, e prima che la deculturazione e l'immigrazione riducano i suoi connazionali a indiani nelle riserve ha voluto provare, incoraggiato dal vino, il lambrusco, unico vero vino autoctono italiano, a riempire di parole una parte di quel vuoto. Riflettendo sull'ambientalismo, sull'animalismo, sul buddismo, sul femminismo, sull'immigrazionismo, sull'islamismo, sull'omosessualismo, sul pauperismo, sullo statalismo, sul veganismo... Nel suo stile mai così brillante e conciso, intelligente, pungente, a volte tragico, a volte comico, sempre libero.
Langone è un polemista codino molto compreso dell'immagine che ha di se stesso, i suoi debiti spaziano da Houellebecq a Veneziani, da Hughes a Sgarbi. Vorrebbe scrivere pamphlet velenosi e arguti tipo Wolfe, ma non ce la fa. Però, come capita a questo tipo di profilo, quando non è irritante è divertente.
questo libro sprizza cultura italiana autentica da ogni pagina, davvero pregno di riferimenti interessanti, meno male che c'è Camillo Langone in un panorama piatto e silente
Langone scrive corsivi brevi, taglienti, e non chiede scusa a nessuno. Ambientalismo, islamismo, femminismo, veganismo: ogni "ismo" contemporaneo passa sotto la sua lente e ne esce ridimensionato, spesso ridicolizzato, quasi sempre con una battuta che resta in testa più di un saggio intero. Il lambrusco — vino autoctono, non nobile, bevuto e non contemplato — diventa il simbolo di tutto ciò che l'autore rivendica: un'identità italiana che non si vergogna di sé stessa.