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Il cinema del no. Visioni anarchiche della vita e della società

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Se è vero che la grande arte ha sempre avuto in sé qualcosa di anarchico, di critica dell’esistente e delle sue forme, di contestazione diretta o indiretta della “razionalità” dell’ordine sociale, il cinema ha sempre avuto due anime: quella pacifica della consolazione e quella minoritaria della messa in questione, della provocazione. Ed è di quest’ultima che si occupa Fofi mostrando come il cinema abbia esplorato territori e linguaggi né banali, né consolatori. In questo pamphlet si parlerà dei grandi esempi di questo rapporto diretto o indiretto tra cinema e anarchia, che sono rintracciabili tanto nel cinema del passato – in particolare con le figure di due maestri come Jean Vigo e Luis Bunuel (e della loro geniale “inattualità” rispetto alle mode di oggi), quanto in quello contemporaneo, insistendo anzitutto sull’opera di Aki Kaurismaki e di Daniele Ciprì e Franco Maresco, ma segnalando anche altri autori e opere d’ogni paese.

108 pages, Paperback

First published November 1, 2015

44 people want to read

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Goffredo Fofi

224 books8 followers
Goffredo Fofi was an Italian essayist, activist, journalist and film, literary and theatre critic.

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Displaying 1 - 4 of 4 reviews
Profile Image for Matteo Fumagalli.
Author 1 book10.7k followers
November 14, 2020
Cinema libero, anarchico e del rifiuto, da tutto il mondo.
Una bella carrellata, non c'è che dire. Peccato che il libro sia molto sbrigativo, liquidando in poche righe sia mostri sacri (Nagisa Oshima, Jean-Luc Godard, Tsai Ming LIang), che autori marginali da riscoprire e che avrebbero meritato più spazio (Ciprì e Maresco su tutti).
E neanche una parola su Koji Wakamatsu o Masao Adachi?
Un bel saggio a cui mancano almeno 200 pagine.
2 reviews1 follower
August 14, 2018
Un libro piuttosto interessante, accessibile a tutti: tanto a chi di cinema non si intende molto ma vuole approcciarsi a quest'arte, quanto a chi è un appassionato. La lettura risulta scorrevole e piacevole, grazie anche alla sua breve lunghezza. Nella quale, tuttavia, si cela anche la grossa pecca del volume: l'eccessiva superficialità di certi passaggi. Se per alcuni registi, infatti, il Fofi si prolunga in un'analisi sì sbrigativa ma comunque abbastamza approfondita da risultare interessante (si vedano le parti dedicate a Vigo o a Rocha, ad esempio), per molti altri risulta eccessivamente sbrigativo, non rendendo giustizia ad autori interessanti che, con un approfondimento anche solo un minimo maggiore, sarebbero risultati assai più intriganti, anzichè svanire in un marasma di nomi appena abbozzati e subito dimenticati.
Per questo motivo, trovo che l'introduzione ed il primo capitolo, che precedono la trattazione cinatografica vera e propria, siano le parti più interessanti del libro, seppur non scevre da un'iper-soggettività a tratti fastidiosa che assume toni da "ai miei tempi; si stava meglio quando si stava peggio; qui una volta era tutta campagna!". Pur vero che le posizioni politiche di Fofi son ben note o, comunque, facilmente individuabili, anche perchè assai esplicite in queste pagine, e pur vero che, dunque, il linguaggio e l'atteggiamento dell'autore sono inevitabilmente dirette, "senza peli sulla lingua", certe espressioni e certe opinioni su alcuni film (penso alle parole decisamente poco eleganti riservate a Will Hunting di Gus Van Sant, film che nemmeno io ho apprezzato) siano più adatte in una discussione tra amici o in un gruppo su Facebook, piuttosto che in un saggio.
Profile Image for Cristina Rold.
Author 3 books34 followers
December 30, 2017
Non mi intendo nulla di cinema, per cui tante osservazioni su specifici registi non le ho colte, ma mi sono comunque goduta lo sguardo acuto ma pacato di Goffredo Fofi in questo breve libro, le sue argute riflessioni intorno al concetto di pensiero anarchico e autarchico, in particolare in relazione allo scopo dell’arte.

Il pensiero (tutto sommato militante) di Fofi è chiaro: l’arte non può che essere anarchica, nel senso di espressione di una “disperazione creativa”. Solo questo impegno dell’artista nell’esprimere una disperazione creativa può far sì che l’arte riesca ad assolvere al proprio compito, che è alla fine fine quello di “contrastare il presente e le sue mistificazioni difendendo il vero e il giusto e il bello”. Per questo abbiamo bisogno di più arte, un’arte che non sia solo comunicazione.
Con questi occhiali Fofi esamina gli esiti del cinema del secolo scorso, continente per continente.

Alcuni passaggi interessanti:

«Mai fidarsi troppo dei dizionari e delle loro perentorie definizioni di questo e di quello. […] E di dizionario in dizionario i lemmi si consolidano, si fissano, le definizioni si fanno luogo comune, opinione corrente, giudizio inappellabile. […] per definizione i dizionari definiscono e per un bel lasso di tempo la loro sarà vox populi, veridica spiegazione, sintesi piena, scienza».

«La definizione di anarchia che mi pare più consona ai nostri tempi è quella che ci dette un pomeriggio di qualche anno fa, in un incontro con pochi giovani che sapevano chi era e ammiravano i suoi scritti, Colin Ward, il mite e saldo Colin […] Gli chiedemmo: cos’è in primo luogo e in definitiva, per te e proprio per te l’anarchia? La sua risposta ci sconcertò e mi entusiasmò, e ancora mi entusiasma: una forma di disperazione creativa».

«C’è un’arte astuta e una ingenua, una finta dominata soltanto dall’ambizione dell’artista e dalle febbri del mercato, e una vera, che si inquieta e si interroga sullo stare al mondo, sul senso da cercare e da dare al nostro passaggio».

«In un mondo in cui la scienza è ricattata dal denaro e ne è a servizio, la politica è serva e schiava dell’economia, e ancora di più lo sono l’urbanistica e l’educazione. Di arte abbiamo bisogno, più che mai, per contrastare il presente e le sue mistificazioni difendendo il vero e il giusto e il bello».

«Che cos’è l’arte di Tolstoj, con la sua idea di un’arte che non può e non deve essere che arte popolare, espressa dal basso e con lo sguardo rivolto all’alto».

«La Woolf rispose dicendo che tra cultura alta e bassa c’era stato sempre uno scambio, da Shakespeare a Dante, da Rabelais a Boccaccio, da Dickens a Tolstoj, e che il nemico di entrambe era la cultura media, la cultura piccolo borghese che non sa più considerare l’elevatezza straordinaria che può raggiungere l’arte, l’arte come ricerca di verticalità, l’arte come possibilità di cercare o dare un senso alla propria esistenza, né sa tener conto del basso, lontana dal basso per i suoi pregiudizi classisti».

«Nel mondo in cui viviamo l’oppio dei popoli non è più la religione, l’oppio dei popoli è la cultura».
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