Saggio del 1935 che risente profondamente dell’ascesa del totalitaristico e della diffusione del pensiero spengleriano. Testo definito da più parti (anche nell’introduzione italiana degli anni ’70) troppo pessimistico sfogo di di un intellettuale cui non piace nulla, vive invece di intuizioni brillanti e di qualche passaggio pedante, entrambi fondati sulla critica all'irrazionalismo. In testa alle prime, il riconoscere una crisi della cultura nel non banale allineamento fra progresso (fine a se stesso) tecnologico, divisione del lavoro e istruzione di massa. Fra le seconde, la critica del cinema, dell’arte contemporanea e del generale “puerilismo” della società.