Ormai, della letteratura sull’Olocausto, posso modestamente dire di aver letto di tutto: saggi, romanzi, testimonianze. Le persecuzioni, i rastrellamenti, i ghetti, le deportazioni, gli orrori dei campi di sterminio e delle camere a gas. Eppure non avevo ancora letto un libro che ci svelasse il terrore di quei viaggi interminabili sui treni della morte, i treni che conducevano ai campi di stermino. Vagoni simili a carri bestiame in cui venivano stipate, per giorni e giorni, nel caldo asfissiante dell’estate o nel freddo meschino dell’inverno, migliaia di povere persone, disumanizzate e ignare del loro destino.
Arnaud Rykner ci racconta uno di questi viaggi della morte, quello del treno partito da Compiège, nella Francia del Nord, il 2 Luglio 1944 e diretto a Dachau: delle oltre duemila persone, stipate in ventidue vagoni, lungo il tragitto ne sono morte più di cinquecento.
Una carneficina prima della carneficina, un dolore continuo, un male incredibile, nauseante.
In “Il vagone” non esiste un vero e proprio protagonista: il protagonista è l’umanità intera, messa a nudo, brutalizzata, spogliata di ogni dignità. Sembra di sentirlo uscire dalle pagine il fetore della morte, del sudore, degli escrementi dal quale queste persone erano avvolte, fra le urla, i pianti e le preghiere. Sembra di avvertirle noi stessi, la loro paura, la loro disperazione, ma anche il loro panico, la loro fame e la loro sete, e la loro spaventosa perdita di empatia per gli altri, la loro rabbia per il vicino.
E’ un libro brutale, verrebbe da sconsigliarlo ai deboli di stomaco, come si fa coi film più forti….eppure io lo consiglio a tutti, perché tutti dovrebbero anche solo immaginare di quale bestialità l’uomo è stato capace in tale contesto, ancor prima che i prigionieri scendessero dalla rampa del treno ed entrassero nei campi dell’orrore che oggi tutti conosciamo.
Particolare lo stile dell’autore, che a tratti mira verso il filosofico, risultando un po’ artefatto per una vicenda del genere. Ma il libro è senza dubbio da leggere.