Italiani senza patria, italiani senza padri, italiani e le loro piccole patrie. L’Italia dello Stato, l’Italia nazione, l’Italia mosaico di feudi e l’Italia mosaico di campanili. La definizione dell’idea di patria in Italia è ancora un problema aperto. Di tante piccole patrie è composto il paese. Patrie nere, patrie rosse. La patria bianca, quella cattolica. E la patria verde, quella della Lega Nord, sorta a pochi chilometri dal luogo di nascita dell’autore. Non una patria, ma piccole patrie in questi centocinquant’anni. La patria, quella vera, non esiste. Quale patria ha tradito nel 1943 il nonno di Andrea Tarabbia durante il servizio militare, quando riuscì a nascondersi da qualche parte e a disertare? Quale patria ha sfidato? Andrea Tarabbia, trentenne di Saronno, ha pubblicato La calligrafia come arte della guerra (Transeuropa, 2010). A settembre 2011 un suo romanzo uscirà per la casa editrice Mondadori.
Andrea Tarabbia (Saronno, 1978) è uno scrittore italiano. Ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi Il demone a Beslan (Mondadori, 2011; poi Bollati Boringhieri, 2021) e Il giardino delle mosche (Ponte alle Grazie, 2015, Premio Manzoni 2016 e Premio Selezione Campiello 2016). Nel 2012 ha curato e tradotto Diavoleide di Michail Bulgakov per Voland. Nel 2013 è uscito il racconto La ventinovesima ora (Mondadori Xs). Nel 2018, per NN editore, ha scritto Il peso del legno, un saggio narrativo con tema la croce. Ha curato l’antologia Racconti di demoni russi (Il Saggiatore, 2021). Con Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri, 2019), ha vinto la 57esima edizione del premio Campiello. Vive a Bologna con la moglie e i due figli.
Il giorno delle elezioni mi è saltato addosso questo libricino. Mi ha sempre interessato poco il tema. Tarabbia mi ha ricordato subito il perché: “la parola «patria» mi ha sempre fatto paura…. è una parola che odio fin da piccolo. Mi evoca la retorica fascista e fascistoide, e mi ha sempre dato l’idea di qualcosa di chiuso, piccolo, gretto e fondamentalmente stupido”. Senonchè, adesso che il mondo aperto, senza confini, è governato dal pensiero unico del globalismo neoliberista, il vecchio internazionalismo sembra non garantire più chi si sente più minacciato o è più povero. Ed è tornata l’antica tentazione stupida di tentare di ritirare la linea dell’orizzonte dentro la vecchia linea dei confini nazionali. Magari anche restringendoli. Mi è sembrato giusto quindi rifare un punto sul concetto. Poche decine di pagine, ben scritte. Una lettura utile.
La patria bianca dei cattolici, irrilevante rispetto a quella celeste. Quella antifascista risorgimentale di Carlo Rosselli. E quella dei vecchi e nuovi fascisti, che continuano a confondere patriottismo con nazionalismo. Chiarisce le cose molto bene su questo versante Tarabbia. Ed è utile ricordarselo di questi tempi: ”La differenza tra patria e nazione non è sempre evidente e priva di conflitto, ma presenta, oltre all’aggressività, almeno un altro punto di notevole importanza: la nazione è tale su base etnica. L’altro contro cui ci si pone, da nazionalisti, è percepito come diverso in quanto non appartenente allo stesso ceppo linguistico e culturale. Come dicevo, la nazione è un dato di cultura e il nazionalismo presuppone l’esclusione del diverso sulla base di questo dato; il nazionalismo peggiore prevede la lotta contro questo diverso, e dunque la xenofobia, il razzismo, le leggi razziali e così via”. Al contrario ci può essere, pensavo, e ci sono, infatti, una patria e una madrepatria, una patria di origine e un’altra di adozione. Da cui si conferma ancora una volta il principio generale che i bagni di sano relativismo fanno sempre bene ai concetti che pretendono di essere assoluti. Li fanno sembrare meno stupidi. Leggendo mi è tornata in mente anche un’intervista a Paolo Nespoli, l’astronauta italiano; mi colpì molto, nella sua semplicità (o banalità se si preferisce), quando disse che il suo mestiere lo ha aiutato a ri-misurare dalla giusta distanza la validità di certi concetti. “Un romano o milanese o palermitano visto da Londra diventa un italiano. Visto da Tokyo diventa un europeo. Visto da lassù, da una navicella spaziale in orbita, diventa solo un terrestre.”