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Il paese dei desideri. Il ricordo di Hiroshima

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Pubblicati tra il 1949 e il 1951, i racconti Hi no kuchibiru (Labbra di fuoco), Chinkonka (Requiem), Eien no midori (Verde infinito), Shingan no kuni (Il paese dei desideri) sono incentrati sullo stato del Giappone del dopoguerra e soprattutto sulla complessa condizione psicologica dell'autore che, comune a molte persone, e in particolare a molti intellettuali del tempo, lo faceva oscillare tra ansie, paranoie, senso di colpa e apatia. Nei racconti qui presentati si ravvisano frammenti di memoria che affiorano e intervengono a riempire gli spazi vuoti di una realtà incompleta, ma il risultato non è mai rassicurante. La speranza di ritrovare una parvenza di normalità è frustrata, nelle persone più sensibili, da un senso di precarietà che sembra impossibile da estirpare. In Utsukushiki shi no kishi ni (Sulle rive di una morte meravigliosa), il quinto racconto, vi predominano le due immagini del protagonista maschile che, ormai presago del lutto della moglie, colpita da grave malattia, che lo colpirà di lì a poco, cerca di inventarsi una nuova quotidianità all'interno della città in guerra, e sua moglie che, nell'approssimarsi della morte, si rivela sempre più bella. Il paese dei desideri è considerato il testamento di Hara, poiché ne anticipa in maniera agghiacciante il suicidio.

130 pages, Paperback

First published January 1, 2015

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About the author

Tamiki Hara

97 books18 followers
Hara Tamiki was a Japanese author who survived the Hiroshima bombing by US forces in World War 2, he used that experience to influence the work he is most well known for, his atomic bomb literature.

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Displaying 1 - 3 of 3 reviews
Profile Image for Sephreadstoo.
667 reviews38 followers
August 9, 2021
Ben lontano dal resoconto lucido del dottor Hachiya in "Diario di Hiroshima" che ho letto in concomitanza, mentre mi preparavo per un approfondimento su Instagram, Hara Tamiki racconta la sua esperienza, i suoi ricordi e i suoi pensieri da un punto di vista strettamente personale, evocando l'orrore a cui ha assistito attraverso descrizioni forti, d'impatto, che dopo la bomba saranno materia dei suoi incubi e dei suoi demoni interiori.

Subito da poco il lutto della moglie molto amata, Tamiki ritornò a Hiroshima con l'intenzione di ricongiungersi con la sua compagna di vita, ma ad agosto lo colse lo sgancio della bomba.
Tutta la sua produzione successiva fu fortemente influenzata dalla sua drammatica esperienza tanto da essere considerato uno dei grandi scrittori della Genbaku bungaku, o "letteratura della bomba atomica".

I racconti raccolti in "Il paese dei desideri" sono drammatici resoconti di ciò che visse, vide, udì in prima persona, dove il dramma della bomba si unisce al dramma personale della perdita dell'amata e il senso di colpa di essere invece sopravvissuto.
La sua scrittura è frammentata e cruda, il protagonista non è nessun'altro che l'autore stesso mentre osserva il decadimento fisico della moglie, i cadeveri e rievoca lo spettro del futuro, ormai strettamente legato al terrore del nucleare.

Imperdibile!
Profile Image for Matteo Celeste.
409 reviews16 followers
July 12, 2025
Mi trovo qui a tentare di scrivere qualcosa su uno dei testi più importanti della “letteratura dell’atomica” (原 爆 文学 Genbaku bungaku): “Il paese dei desideri. Il ricordo di Hiroshima” di Hara Tamiki, e ne sperimento tutta la difficoltà. Come si possono trovare infatti adeguate parole per raccontare di uno strazio che trasuda da ogni singola lettera e che ti lacera l’animo con tutto il suo peso? Che non ti consente più di vivere…
Hara Tamiki fa parte della generazione di scrittori hibakusha (被爆者), ossia coloro che subirono i danni provocati dallo scoppio della bomba atomica e furono esposti alle radiazioni. In questa raccolta di racconti, che con difficoltà definirei tale, preferendo dire che sono descrizioni verosimili frammiste a troppo dolorose, reali memorie, si viene trasportati nell’intimo di Hara, perché a trasparire è ogni volta il suo stato psicologico, provato da quanto ha vissuto, anche quando sono i paesaggi devastati quelli di cui ci vengono descritti i tratti: l’interno e l’esterno, così, presentano allo stesso modo il quadro dell’immane distruzione portata dalla bomba atomica.
Ma nel discorso dello scrittore giapponese, per la verità, si sovrappongono due fatti di capitale importanza per la sua biografia: da un lato, le atrocità prodotte dalla bomba atomica, dall’altro, il ricordo dell’adorata moglie – Sadae – deceduta un anno prima dello scoppio. A dolore, così, si aggiunge dolore; a strazio si aggiunge strazio. Se nel 1944 Hara si era trovato a perdere la persona che per lui rappresentava idealmente la propria dimora e che dava un senso alla propria esistenza, nel 1945 l’atomica divelleva la sua casa, presentava ai suoi propri occhi un «campionario di morte» e una devastazione generale che rendevano ogni cosa irriconoscibile e priva di senso, tanto che le domande su come si possa andare avanti, su come addirittura il mondo possa continuare a esistere dopo quanto accaduto ritornano con costanza nel discorso di Hara, perché a perdere di senso risulta essere l’esistenza stessa.
Hara deve dunque affrontare due volte questo irrimediabile senso di perdita e di impotenza che hanno inciso profondamente anche sulla sua psiche, e sulla sua scrittura. Ciò che troverete perciò ne “Il paese dei desideri.” sono episodi che si configurano come «brandelli di esistenze interrotte anche quando riguardano i vivi», come scrive nell’Introduzione Gala Maria Follaco, e in cui persino «il periodare stesso è fatto di frantumi, è un ammasso di macerie che cresce per accumulo: frasi brevi, essenziali, spezzate che impediscono al testo di respirare e costringono il lettore a rinunciare a una visione limpida e unitaria per concentrarsi sui singoli elementi». D’altronde, come ricorda Ōe nella Prefazione, una volta Hara Tamiki ebbe a scrivere che «in fondo lo stile non è altro che il riflesso dell’anima che lo inventa». E la sua era stata sconquassata, aveva vissuto il frantumarsi del mondo di Hara e si era forse perduta in quella «voragine carbonizzata» che ogni cosa aveva per sempre inghiottito. Ricordatevene, ve ne prego, quando vi troverete a leggere quest’opera…
Questo sentirsi «a pezzi», questo suo mondo «finito un’altra volta in frantumi», così come l’instabilità e la precarietà che esperiva come caratteristica propria della sua vita e di ciò che lo circondava, o ancora il senso di disconnessione, di straniamento e l’inconcepibile realtà dell’essere sopravvissuto, trovano tutti in “Requiem” (Chinkonka, 1949), uno dei testi della raccolta, vivida espressione; in uno dei suoi «frammenti», che comunica di questo profondo stato di patimento, scriverà: «Io sono qui. Non sono lì. Sono qui. Sono qui. Qui. Questo sono io. Ma perché devo gridare a me stesso una cosa del genere? Il divano su cui sono sdraiato lentamente mi consola, si trasforma in uno spazio di serena meditazione… Io sono qui. Non sono laggiù. Io sono qui. Ma perché voglio ancora gridarlo?» Già, perché volerlo ancora gridare, e farlo a sé stesso? Per dirsi presente, credo, per poter consapevolmente riconoscere, ricordandoselo con costanza, come un mantra, di essere ancora vivo, lui che, svuotato di tutto da quella «massa nera», ha oramai, come molti altri che lo attorniano, più l’essenza di un morto, che è ancora vivo solo per caso, solo per comunicare il lamento dei morti attraverso un requiem che mai si posa, fuori e dentro di lui.
Il discorso di Hara, quindi, si fa testimonianza diretta; ma il suo è un dire che vaga, spesso interrotto, tra macerie reali e fantasmi; è un vagare tra il ricordo delle macerie lasciate a corredo di una irriconoscibile città e di quelle che, sole, “corredano” il cuore dei vivi, macerie dalle fattezze di fantasmi che vagano anch’essi disperati in cerca di qualcosa di familiare, di qualcosa di sé per sempre perduto, di un senso introvabile per questa immane tragedia. Hara racconta dunque dei morti, che paiono più vivi e presenti, e dei vivi, come lui, che paiono già morti, trascinantisi, vagabondi, senza più vita, senza più speranze né mete, sensi o comprensione. Da qui la sua persistente domanda: «Non c’è una possibilità di salvezza?» E poi la lapidaria risposta che si dà: «Non vi è alcuna possibilità di salvezza. […] Non vi è speranza di salvezza per gli uomini che non hanno un posto in cui tornare».
Il lamento che «è ancora dentro di [lui]» durerà qualche anno. «E infine la notte», che gli concederà di scrivere solo più “Il paese dei desideri” (Shingan no Kuni; 1951), considerato la sua lettera d’addio, e da alcuni il suo testamento; «il canto della notte si propaga dentro di [lui]» oramai in modo così implacabile, infatti, da condurlo al suicidio il 13 marzo 1951, in un giorno di tardo inverno, risparmiandogli in questo modo una primavera all’insegna del ricordo di un’altra estate da vivere, per lui evidentemente gravida di troppo insopportabili memorie.
Profile Image for Dalla carta allo schermo.
207 reviews13 followers
May 12, 2020
Cinque brevi e intensi racconti che riportano ciò che l'autore ha vissuto in prima persona durante la tragedia del 6 agosto 1945.
All'interno di queste pagine avremo modo di conoscere l'aspetto psicologico dell'autore che impregna molto la narrazione. Le digrazie vengono raccontate con una tecnica di scrittura molto frammentata ma allo stesso tempo di forte impatto.
Sono molti gli aspetti autobiografici che influenzano questi racconti, come la malattia e la morte della moglie Sadae, o il suo suicidio annunciato nelle pagine del racconto "Il paese dei desideri" che da il titolo alla raccolta.
Un libro consigliato non solo per ricordare la tragedia di Hiroshima, ma anche per uno stile di scrittura crudo che l'autore sfrutta per farci addentrare negli abissi più profondi delle sue esperienze e dei suoi timori.
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