Henrik Pontoppidan racconta una disillusione, un risveglio sconquassato da un falso sogno, attingendo al libro della Genesi. Adamo e Eva divengono Arnold e Emmy, sposi da sei anni, che vivono serenamente nel loro paradiso personale di campagna, lontani dai tumulti della capitale danese.
In una serata di forte nevicata il serpente fattosi uomo misterioso, busserà alla loro porta per chiedere ospitalità, ridestandoli da un placido sogno, liberandoli da una monotona quiete. Le parole, i modi e la musica del Principe Carnevale infatti non strapperanno il cielo di carta, lo squarteranno. È tanto le luci, quanto le ombre che i due coniugi saranno quindi in grado di vedere, mostreranno una realtà innegabile. Alla caduta seguirà un nuovo livello di percezione, alla perdita di armonia, l'acquisizione di un tumulto interiore vitale. In ciascuno, la presa di coscienza e l'avvenuta conoscenza dell'altrə tramuteranno anche la visione dell'intorno sociale: il paesaggio non è più il paradiso che sembrava loro e gli screzi con i vicini non li sfiorano più.
Pontoppidan ha sia indagato l'animo umano concentrandosi sul singolo, sia finemente osservato "numerose questioni di attualità, dalla funzione sociale dell’arte, all’istituzione matrimoniale". La reinterpretazione della cacciata dal paradiso terrestre è quindi un'analisi dell'ipocrisia della società borghese di allora – le stesse motivazioni per l'assegnazione del premio Nobel per la letteratura nel 1917 sono da ricercare nella maestria analitica e artistica di Pontoppidan; “for his authentic descriptions of present-day life in Denmark”.
Ancor prima di essere sostenuto dalle parole autorevoli di Fulvio Ferrari che evidenziano l'interesse di Pontoppidan per i protagonisti, l'ammirazione per i romanzi russi dell'Ottocento e criticano coloro che hanno rilegato l'autore danese a mero "«cronista» del proprio tempo", ho letto nel racconto un altro significato: l'assurdo potere, quasi magico, degli incontri fondamentalmente casuali della nostra vita. È spaventoso – in senso buono – come l'ingresso, anche breve, di una persona che potrebbe rimanere sconosciuta nella nostra esistenza possa radicalmente cambiarci, o meglio, avvicinarci a noi stessi. E è terrificante – ancora con accezione positiva – quando lo svelamento avviene dopo il contatto con un libro, un brano musicale, un film, o un quadro, con l'arte tutta. Leggere è predisporsi a continue epifanie sul mondo esterno e quello interno, una perdita e un acquisto, una condanna e una scarcerazione.
Questo è il mio primo incontro con questo scrittore danese. Ho il sospetto che non sarà l'ultimo. Il suo pensiero e la sua trama sono semplici ma sorprendenti.