La passione storica, il gusto per la ricerca, la sensibilità inventiva di Maria Attanasio si ritrovano in questo suo nuovo romanzo che percorre il Settecento, in Sicilia e non solo, tra rivoluzioni, Illuminismo, massoneria, restaurazione. Lo scenario principale è Caltagirone, l’immaginaria Calacte, un luogo che per l’autrice è «un destino di scrittura».
«Una Yourcenar siciliana, con i suoi labirinti, le sue stregonerie, la sua pura e scandalosa capacità di sconvolgerci». Nadia Terranova, TuttoLibri – La Stampa
Romanzo storico che si infila nella scia lunga di questa moda letteraria che ormai dura da anni. Come ogni romanzo storico la sua validità quindi si misura dalla somma di quanto permette a chi leggere di apprendere su un determinato avvenimento o periodo e luogo storico (e lì dipende dal livello di conoscenze pregresse e dal livello di approfondimento storico del testo) e delle riflessioni che il narrare di ciò genera in connessione con i tempi presenti (altrimenti uno può leggersi anche un saggio, sicuramente più preciso e puntuale). A ciò si aggiunge la qualità narrativa e stilistica, cioè la forma del contenuto. Venendo al primo aspetto del contenuto, non posso dire di aver appreso tantissimo. Diciamo che ho potuto verificare come movimenti di pensiero generali di quegli anni e macroavvenimenti, che già conoscevo, hanno influenzato il territorio siciliano. Considerato il numero di pagine, non certo un investimento di tempo fruttuoso. La narrazione piuttosto serrata e rapida non permette infatti molto approfondimento e il contenuto romanzesco pretende il suo spazio, erodendo ulteriormente tale possibilità. Per quanto riguarda il secondo aspetto del contenuto, ci sono alcune riflessioni nel testo, ma assai esplicite e un po’ fiacche, come quella sul potere che altera i fatti e riscrive la storia (già anticipata dalla tendenziosità con cui Henares selezionata le fonti per la sua grande storia di Calacte, escludendo ed eliminando tutte quelle che non rientrano nei suoi valori morali e che non aderiscono alla sua posizione ideologica). Soprattutto l’idea chiave che questo romanzo e le vicende delle logge massoniche, con il loro piglio egalitario, la ricerca della verità e la contrapposizione al potere, possano esserci d’esempio in questi tempi bui, di governi sempre più autoritari e di verità sempre più piegate verso le esigenze delle persone al potere (economico o politico), la trovo assai forzata. In primo luogo perché le logge non erano paritarie: accoglievano raramente donne e gli affiliati erano per lo più persone benestanti, oltre a essere luoghi spesso sfruttati per la propria affermazione personale. Infatti l’autrice inventa un personaggio particolarmente illuminato, ma che rappresenta una netta minoranza all’interno delle logge (cosa che, va precisato, la narratrice lascia intendere). In secondo luogo perché le logge vengono sconfitte e smantellate alla fine del romanzo e, nella storia, non hanno certo lasciato grandi tracce collettive o aiutato a creare un mondo più giusto (la scintilla di ciò essendo piuttosto nella rivoluzione francese, che però si è rivelata infine il desiderio del ceto borghese di sostituirsi a quello aristocratico nel governo della nazione e solo in parte la volontà di una vera e universale uguaglianza). In terzo luogo perché oggi non è certo tramite gruppi di persone che operano dentro la logica capitalista (ricordiamo che le logge non mettevano in dubbio il sistema economico vigente) che si può sperare di arrivare a un mondo più giusto e vero, dato che questi due concetti sono proprio estranei ai meccanismi capitalisti. L’intento è comunque lodevole, anche se il doverlo esplicitare rende già evidente quanto in sé il romanzo sia poco efficace nel promuoverlo e trasmetterlo. A livello stilistico l’autrice è stata fin troppo cauta, sia per quanto riguarda lingue e registri (scarso l’uso del dialetto anche per figure che l’avrebbero parlato, ma senza neanche però la scelta precisa di rinunciarvi del tutto, e scarso anche la differenziazione di registro, fermatasi in superfice, tramite screziature che non toccano davvero la struttura delle battute di dialogo), sia per la differenziazione stilistica tra le varie parti del romanzo, poiché la riscrittura del diario di Henares si avvicina alla fonte solo tramite screziature superficiali, con picchi di innalzamento lessicale e stilistico. Insomma, è tutto uniformato in un unico stile di base, piuttosto sostenuto, che per me già toglie intensità alla lettura e rende più difficile l’immedesimazione e la ricostruzione visiva dell’ambientazione e delle scene. Trovo anche assolutamente non convincente la parte di trascrizione del diario per altri motivi: salti in avanti lessicali ridicoli (parlare di cachet e di star per l’ingaggio dei predicatori) e riferimenti a fatti storici successivi forzati. Certo, la precisazione all’inizio di questa parte che si tratta di una riscrittura per adattarla e metterla in dialogo alla contemporaneità è già una motivazione di questa scelta, ma alla fine i riferimenti sono pochi e non necessari (si può lasciare a chi legge il compito di fare collegamenti con il presente senza doverli spiattellare, a meno di non stringere una rete più fitta e davvero stretta, come non è il caso), finendo per stonare e rovinare di nuovo l’immedesimazione. In più nella parte del diario sono riportati episodi di personaggi diversi dal protagonista e autore di tale diario che lui non avrebbe potuto conoscere. Insomma, l’autrice si rifà al topos ormai trito del documento storico ritrovato, ma poi lo gestisce male, senza coerenza, adottando la via più facile per narrare gli eventi che le interessano. E la fine un po’ moralista e didascalica con protagonista il migrante è la fotocopia dell’intero testo: teso a dare un messaggio, ma pronto a cogliere le scorciatoie per farlo.
Incipit La Relazione dell’enorme delitto e della seguita giustizia – un opuscolo compilato e dato alle stampe alla fine del 1790, nella stamperia dei Fratelli Sassi, operanti a Bologna e a Napoli – arrivò a Calacte circa cento anni dopo la pubblicazione. Continua su IncipitMania
Immagino un grande lavoro di studio e rielaborazione alla base di un'affascinante storia che si dispiega nella Sicilia (e non solo) del 1700. Maria Attanasio è una scrittrice.
Mi è piaciuto! Apprezzato lo stile narrativo che ricalca quello dei classici dell'800 e che apre uno spiraglio sul secolo dei Lumi. Ambientato in Sicilia, il libro è un excursus storico che giunge fino ai nostri giorni e che apre gli occhi non solo sul tema della verità, ma anche su quello della post-verità. Un parallelismo tra censura e inquisizione e l'odierna battaglia alle fake new. Molto consigliato!
L'unico motivo per cui ho letto questo libro è che ho partecipato alle votazioni del Premio Strega Giovani 2026. Mi sono ridotta all'ultimo, e l'ho letto in una sola giornata. La recensione che ho mandato per il concorso è stata la più positiva che sono riuscita a fare rimanendo comunque sincera, ma è stato veramente frustrante.
Molto spesso questo mi è sembrato un romanzo nato dall'idea di voler esercitare un certo stile, che nonostante ambisse abbastanza in alto è risultato banale.
I personaggi -tutti!- sono insopportabili. Flerez è altezzoso e ridicolo. Dovrebbe essere un modo di far vedere come il Potere "riscrive", ma lui si concentra su una storia di una persona di un paese sperduto nel nulla, mentre Henares voleva portare questa riflessione almeno sul piano europeo. Il barone è il meglio tra il peggio, perché anche se molto poco viene mostrato di lui invece che detto, ha un carattere definito, che lo stile sembra voler riflettere. Il problema di questa cosa è che usare un linguaggio "normale" la maggior parte del tempo, condito da eventuali parolacce, parole inglesi e strutture sintattiche questionabili rende la lettura del tutto sconnessa, anche per chi come me ha aperto e chiuso il libro in più o meno quattro ore. Questo stile forse si adattava (in parte) al personaggio di Henares, ma durante i capitoli incentrati sugli altri personaggi nasceva una grande dissonanza che appiattiva ogni possibile spunto di riflessione. Anche l'editoria a volte lasciava a desiderare. Molte frasi dette dai paesani sono scritte come vengono dette, risultando però di difficile interpretazione a chi legge questo romanzo senza sapere il dialetto siculo. Anche le parole inglesi strappavano fuori dal flusso della narrazione, e potevano benissimo essere risparmiate. Viene anche scritto male il nome di Isidoro all'inizio di uno dei capitoli finali.
Nessuno dei personaggi ha un vero momento di crescita e tutti vanno semplicemente per la loro strada. Henares non impara davvero a controllare la sua ira, Saverio Crisafulli non lascia andare i suoi sentimenti di superiorità, Amalia non trova una soluzione al suo conflitto interiore e Peppino continua ad andare avanti per la sua via fino alla pazzia (anche se lui, essendo esistito davvero, non è sotto la responsabilità dell'autrice).
Inoltre non c'è una singola donna intelligente o buona in questo romanzo, fino al punto che sembra una scelta fatta per scusare il sessismo che era parte degli uomini dell'epoca. La madre di Henares è assente, Isabella non si interessa a lui, Gretha è quasi come una sgualdrina, Lorenza è una traditrice spaurita, Onofria è una megera e Amalia lo abbandona perché non aveva la forza di lasciare davvero la fede. Dopo un po' leggere diventa veramente pesante, perché mentre il messaggio sul Potere ci viene quasi tirato in faccia con la sua banalità la pessima vita amorosa di Henares è ricostruita con una cura inutile.
Questo romanzo non mi ha lasciato assolutamente nulla. Non mi ha stupita, non mi ha divertita e non mi ha fatto riflettere per via della sua banalità complessiva. Se avesse avuto una sintassi decente e fosse stato un romanzo storico basato sulla ricostruzione di un fatto reso anonimo forse non sarebbe un candidato al Premio Strega, ma sarebbe un bel libro.
Maria Attanasio firma un romanzo dove la Storia con la "S" maiuscola fa da vera padrona. Partendo dal documento “Relazione dell’enorme delitto” trovato per caso nella biblioteca di Caltagirone, l'autrice inventa un protagonista fittizio muovendolo in un contesto di personaggi reali e fatti storici rigorosamente documentati.
Nota dolente: lo stile a volte è un po' ridondante e la trama tende a perdersi dietro ai saggismi storici, appesantendo il ritmo.
Nonostante questo, la lettura vale assolutamente la pena. Ci restituisce l'orgoglio di noi siciliani, da sempre "insopportabilmente ribelli", e ci regala il fascino di un mistero storico che può ancora avere qualcosa da dire al nostro presente.