Dopo il folgorante esordio con Uvaspina, Monica Acito si conferma una voce unica, capace di plasmare sulla pagina personaggi, luoghi, sentimenti con una scrittura immaginifica, piena di colori e di vita.
Marianeve ha i capelli bianchissimi ma trascorre le sue giornate nella penombra del retrobottega di suo padre Sarchiapone, che gestisce una pizzicheria nel cuore del Cilento. Marianeve è disprezzata dalle compagne per via del mestiere di suo padre, ma lo ama di un amore purissimo che lui ricambia come se quella figlia speciale fosse un dono del cielo.
Marianeve cresce tra la luce e l'ombra, fino al momento di trasferirsi per l'università: sarà Napoli, meravigliosa e fatiscente, a metterla di fronte a sé stessa come uno specchio rivelatore. Proprio qui, infatti, si consumò l'esistenza terrena di suor Giulia Di Marco, protagonista di un grande scandalo all'inizio Seicento. E come suor Giulia predicava "in lode della carità carnale", così Marianeve scoprirà le virtù segrete del proprio stesso corpo e dovrà decidere cosa fare del suo immenso, impudico potere...
La carità carnale è la storia del legame tra un padre e una figlia, più forte di ogni peccato e di ogni silenzio; è il romanzo di formazione di una ragazza di provincia che diventa donna in una città grandiosa e conturbante.
È il primo titolo scelto per un gruppo di lettura in presenza a cui non vedevo l'ora di partecipare, quindi lo mollo con particolare amarezza ma la vita è davvero troppo breve per forzarsi pure con i libri che non ci piacciono. Ho letto poco meno di cento pagine quindi posso dare un giudizio solo parziale, ma tanto mi è bastato per farmi un'idea e non proseguire oltre. Intuisco quali possano essere i caratteri che sanciscono il successo di un libro del genere, immagino nemmeno troppo lontani da quelli che hanno consacrato titoli come l'Amica geniale (che non ho letto), ma non è proprio la mia tazza di tè. Trovo tutto estremamente stucchevole: l'immaginario di un Meridione fermo nel tempo, farcito di luoghi comuni francamente anacronistici (e lo dico da calabrese che vive e soffre alcune consuetudini della propria terra) e di un linguaggio ingenuo e artificioso con cui si esprimono personaggi poco credibili. Non so se riesco a tradurre con parole coerenti e comprensibili un'idea che si è consolidata nella mia testa di lettrice, ma ci provo: per me un libro funziona quando vive di vita propria, e leggendolo non si ha l'impressione che sia stato scritto per chi lo legge. Come una finestra sul mondo che se ne infischia di noi, come una sala al cinema che proietta una storia sempre nuova e in cui il lettore si intrufola senza un vero invito, ma come una spia o un guardone. A volte con lo stesso grado di morbosa curiosità di un guardone. Qui invece mi sembra che tutto sia costruito ad hoc per chi legge, dallo stile poetico ed evocativo in cui mai nessuna parola sembra fuori posto, alle immagini che sembrano confezionate per il prossimo film di Tornatore. Mi sembra tutto un estenuante esercizio di stile da scuola di scrittura. Non fa per me.
Monica Acito ha una scrittura talmente bella che le 450 pagine di questo suo nuovo romanzo si percepiscono appena: tutto scorre via non veloce ma con passione e calore. La storia di «La carità carnale» è quella di Marianeve, giovane ragazza degli anni Dieci del secondo millennio che vive tra l’entroterra del Cilento e Napoli, tra l’infanzia da cui è uscita da poco e l’inizio dell’età adulta, tra la famiglia povera e ignorante ma piena di amore in cui è nata e la sua strada di presupposta gloria da giovane studiosa. Ma soprattutto è la storia della scoperta della carità carnale che la caratterizza: Marianeve riesce a guarire le persone, a fare i miracoli, attraverso gli effluvi e gli umori della propria vulva, come fossero delle insolite stimmate. E diventa così una nuova Giulia Di Marco, santa del popolo, vissuta nel Seicento, che aveva la stessa particolare caratteristica. Il romanzo ha una trama molto ricca, piena di sfumature e di personaggi, piena di colpi di scena e di crescita. Ma soprattutto è un libro con una lingua meravigliosa che fa vivere sulla pelle la bellezza della vita, in tutta la sua potente violenza.
La scrittura di Monica Acito sembra rispondere a un richiamo ancestrale. Le sue parole sono vibrazioni e percosse profonde. Si riconferma il talento che aveva già trovato espressione in Uvaspina. Brava!