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La fine del mondo

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Uno dei «romanzi» più toccanti ed esilaranti della nostra letteratura recente «Estremamente potente e ricco, di una ferocia senza precedenti… Erede degli eroi tormentati di Céline, Malcolm Lowry, Don De Lillo» la Repubblica «Con la sua scrittura travolgente riesce a catturare, nella filigrana delle ossessioni di un singolo, il trauma storico di quel ‘groviglio' che chiamiamo Italia» Tuttolibri-La Stampa - Andrea Cortellessa «Spesso insuperabile. Un classico moderno. Una nuova Odissea» El País «Pecoraro è autore di quello che andrebbe definito il Grande Romanzo Italiano» Il Venerdì di Repubblica Roma, duemilaventi e rotti; un’Italia, un mondo simili ma non identici ai nostri. Un narratore avanti con gli anni, residente nell’«Ipotassi Cetomedioide», roccaforte piccoloborghese a ridosso del centro storico, prende il consueto caffè di cialda sul tavolo di cucina dell’appartamento che condivide con la compagna Carla. Parla fra sé: ricorda, disprezza, rimpiange, sogna, teme, scevera il tempo passato, la storia in cui è immerso, il poco futuro che sente di avere. Fantasie, memorie, ossessioni dell’uomo vertono sulla fine di un mondo – la fine del mondo? – e di un’esistenza, dando forma a una lettura integrale della nostra epoca, memorabile per intensità, umorismo, lucidità, crudeltà, stile. In questo libro, care lettrici e cari lettori, non sentirete il bisogno di una trama; potrete finalmente farne a meno! Ma il nostro uomo, questo sì, racconta la sua vita, racconta dell’amata Isola greca e dei suoi personaggi «più umani» di noi, racconta la città demmerda in cui vive, la nazione fascistoide che è diventata la nostra, racconta la Rete, racconta la molteplice, deprecabile e ammirevole umanità di cui partecipiamo. Racconta la realtà senza esserle servo, implicitamente ribellandosi, eppure – ripete l'uomo con amara ironia – accettandola. Con La fine del mondo, Francesco Pecoraro ci offre un «romanzo»ai confini del genere, sommamente divertente, di vertiginosa intelligenza, di commozione assoluta e profondamente innovativo, confermandosi tra i pochi scrittori italiani degni della grande modernità letteraria

352 pages, Kindle Edition

Published February 20, 2026

12 people are currently reading
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About the author

Francesco Pecoraro

12 books28 followers
Francesco Pecoraro è uno scrittore e poeta italiano. Architetto e urbanista a 62 anni pubblica la raccolta di racconti Dove credi di andare, che si aggiudica il Premio Napoli.
Con La vita in tempo di pace si aggiudica il Premio Viareggio.

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Displaying 1 - 3 of 3 reviews
Profile Image for Gianni.
402 reviews52 followers
March 7, 2026
Ad una conduttrice radiofonica che lo intervistava sul libro chiedendo del pessimismo che lei intravvedeva, Pecoraro rispondeva che lui non si sentiva pessimista, era realista. I tratti che emergono, però, sono così nitidi, vividi, veritieri, che più che realismo siamo forse nel campo dell’iperrealismo, tanto da sembrare quasi una distopia.
La fine raccontata è quella del mondo novecentesco causata da una contemporaneità che sembra allontanarsene con una cesura netta, ma il distacco viene da lontano, mascherato dalla finzione a cui il capitale, presente in modo pervasivo in tutto il libro, spinge.
Forse è anche qui il senso di fallimento di un mondo e di una vita che impietosamente si materializza alla fine del racconto. Non mi sembra che ci sia nulla di esilarante, come invece promette la quarta di copertina; c’è ironia, sì, ma anche tanta amarezza, lagnanza, flagellazione e autoflagellazione, un mettersi a nudo che, nella vecchiaia, non è un gran bel vedere; c’è il decadimento fisico, la malattia insorgente e le sue paure, il tutto accompagnato e sottolineato dall’interesse, quasi perverso, verso l’anatomia, le dissezioni, lo squartamento delle carcasse degli animali, il corpo che letteralmente viene scomposto più che smembrato; e c’è la morte, quella degli ideali e del loro mondo, e quella fisica. Più che altro ci siamo anche noi, in questo gioco sottile del guardare e stare a sentire ciò che Pecoraro fa fare e dire al protagonista (sé stesso?) e il narratore (sé stesso?) che improvvisamente si alternano; noi guardiamo dal buco della serratura e ci accorgiamo di osservare noi stessi o, perlomeno, lo fanno quelli di noi che hanno attraversato una discreta porzione del novecento e vivono la disillusione di questa porzione di futuro.
I temi e gli ambienti sono ancora quelli de Lo stradone, ma in una vista esplosa, amplificata, c’è la microcittà rappresentata dal quartiere attorno a piazza Mazzini che diventa l’Ipotassi cetomedioide, un segmento subordinato caratterizzato, un tempo, dalla presenza del ceto medio. Critica e autocritica si fanno sempre più pungenti e dissacranti. Si salvano solo l’isola greca frequentata e amata come approdo felice, anche se quasi più nel ricordo che nella sua attuale connotazione e la bella figura della compagna Carla, che, sicuramente, ha una funzione stabilizzatrice.
Soddisfatto, alla fine, anche per il fatto che… sia finito.
Profile Image for Marcello S.
648 reviews293 followers
March 3, 2026
Uno di quei libri fuori-controllo, senza-trama, spaventa-editor. Al netto di ripetizioni e mancanza di novità rispetto ai romanzi precedenti, continua a sembrarmi strano che che non stiamo tutti qui a parlare di quanto Francesco Pecoraro sia oggi un autore fondamentale. Temi: diagnosi precaria degli ultimi 80 anni, fallimento personale e sociale, deragliamenti cerebrali, architetture, corpi, mare, romanità.

[82/100]
Profile Image for Laura Gotti.
610 reviews604 followers
March 9, 2026
‘Cosi vanno a male i rapporti genitori-figli, e poi i corpi dei genitori morti, abbandonati nei grandi cimiteri urbani. Vanno a male tutti i personali wannabe, le aspirazioni, le ambizioni, che anche quando si realizzano lo fanno in modo deragliato rispetto alle premesse. E vanno a male naturalmente gli amori e le amicizie e i raggruppamenti per uno scopo, restando magari raggruppamenti, ma mutando lo scopo, sempre, inesorabilmente. E si deteriorano i copri, i fegati, i reni, i denti soprattutto, da subito…Si deteriorano la vista e l’udito. Quindi cos’è che cerchi, che cerchiamo tutti, se ogni cosa collocata nel tempo e nello spazio - - - tranne l’oro, il platino, il diamante - - - segue questo schema di deterioramento? Cerchi di tirartene fuori?’

No no, Francesco, figurati. Quasi quasi vengo a Prati e ti invito a cena, ma evitiamo i locali libreria, che fanno tanto sinistra presentabile ma che legge a caso, o evitiamo il mercato rionale dove incontri i tuoi simili, architetti, notai, avvocati e tutta la buona borghesia di cui fai parte ma che tanto detesti. Perché santiddio (tu avresti messo una buona bestemmia) come scrivi e come cazzo sai tenere il periodo tu pochi altri. La morte incombe, la senti, la odori, la fuggi - come tutti - mentre compri i pesci al banco senza, per il momento, poterli pescare nell’isola, la tua Itaca personale, dove abbandonarsi a estati fra i tuoi simili, pance cadenti e sguardo rassegnato, deve essere greca l’isola, però perché altrimenti che altre isole esistono? E dovete dibattere di massimi sistemi quando poi, davvero, ti interessa andare a pesca con Kostas, o sederti, la sera, con gli altri, a bere vino bianco e a non pensare alla morte. Oppure ci sono mattine in cui ti svegli e vuoi solo stare al buio a piangere, perché la senti vicina sta morte, e scrivi al tuo amico chirurgo, e sezioni il corpo umano con gli occhi posati su quel bel libro illustrato che tieni a portata di mano, ma tu non vuoi morire, quanti lo vogliono?, cederesti pure tua moglie in cambio, e la sincerità che ci vuole per scrivere e per ammetterlo e la paura che trasuda tra le righe insieme alla meschina verità. Francesco sai che mi frega dell’architettura romana ma niente, davvero niente, di come si pulisce una cernia o di quanto sia importante osservarne i corpi, ma io ti seguo, sono con te nell’Ipotassi, in un futuro (vicino) e, ovviamente, distopico, dove le estati saranno sempre più lunghe, per tua gioia, e pure la tua Roma, città eterna e città di merda a seconda delle pagine, sarà lambita dall’acqua. Dicevo, ti seguo Francesco perché io, come te, come tutti, noi siamo dei falliti, e mentre fallivi compravi Levis 501 e mentre fallivi amavi, e amavo pure io, e mentre fallivi tua madre moriva ‘apriva un buco nel petto più largo, degli altri che già avevo’ e che ci mise vent’anni, dici, a richiudersi e a me ne mancano ancora dieci e intanto il buco è lì, e non si chiude. Francesco come scrivi, come sai guardare la vita che ti è passata tra le mani, quanto cinismo, quanto verità, quante ferite che vanno esposte in nome della letteratura, e sì, avrai fallito, avremo fallito, ma finché esiste una capacità di raccontare il fallimento in questo modo, con questi occhi, con un prosare non sempre perfetto ma, certo, profondo e denso di dolore, finché sai scrivere così ai miei occhi il fallimento è molto lontano, il tuo, perché il mio lo respiro ogni giorno, tra le pagine che leggo e le poche parole che scrivo.
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