Nel 1972 Emilio Della Torre, giovane antropologo, fa un viaggio in Salento per alcune ricerche sul tarantismo. A Tricase conosce Mira. Tra loro è tutto un gioco di sguardi e silenzi, ma la notte prima del suo ritorno a Roma – dopo aver assistito al rito su una “tarantolata” –, Mira lo invita a raggiungerla nei campi, lì fanno l’amore imitando le movenze del ragno. Da questo incontro e dopo la frenesia di quella notte, la vita di Emilio non sarà più la stessa, il morbo del tarantismo sembra averlo infettato e la sua stessa casa, a Roma, pare scuotersi di oscure presenze e sinistri presagi. Sarà una lettera di Mira, ad anni di distanza, a riannodare i fili di una storia mai interrotta, a scatenare l’inconscio e forse l’ignoto, non solo dei personaggi ma anche dei luoghi. Con il passo di un gotico che si fa solare, Manuela Maddamma rilegge l’horror attingendo alle radici profonde della tradizione magica del Meridione. Un libro di culto.
Bello, parte benissimo. La scrittura, lo stile quasi poetico nel descrivere tutto convincono nelle prime pagine. Poi da bello, cambia e diventa un MEH.
Sono arrivata a questa lettura grazie alla recensione (bellissima!) di Jonathan Bazzi su d. repubblica. È un libro che ripongo sul ripiano delle letture gotiche per le quali ho sviluppato curiosità e gusto in questo ultimo anno da lettrice. Ci sono tante trame che attingono a loro volta a tante suggestioni, in primis quella dichiarata del tarantismo salentino e poi la superstizione, la religione cattolica, la magia nera… Non conosco bene questa autrice ma leggo che si tratta di una studiosa di molte cose affascinanti e che sicuramente voglio scoprire e approfondire. Forse mi aspettavo qualcosa di diverso da questo libro, come ad esempio un viaggio più ravvicinato e meno turistico nel tarantismo e nelle tradizioni della terra dalla quale provengo. Le aspettative come sempre tradiscono e deludono e continuerò a esercitarmi a non averne in futuro. Quello che senz’altro posso però dire è che ho avuto la pelle d’oca da pagina 40 fino alla fine.
Ho seguito una conferenza sull’opera e letto il romanzo con attenzione, e ciò che mi ha colpito maggiormente è la forte stratificazione dei livelli interpretativi presenti nel testo.
Sul piano antropologico, il romanzo descrive la figura della donna colpita dal “morso” — simbolico — della taranta: una crisi del vivere che conduce a una condizione liminale, di soglia. La possessione appare come irruzione di un’energia altra, mentre il rito musicale-coreutico funziona come dispositivo di liberazione e reintegrazione. In questo senso il tarantismo emerge come risposta culturale e simbolica al disagio di donne inserite in strutture sociali fortemente vincolanti.
Accanto a questo livello, si avverte però anche un registro più arcaico e simbolico. È possibile cogliere risonanze con l’immaginario dei culti dionisiaci e delle menadi, almeno sul piano archetipico, dove il femminile entra in contatto con forze eccedenti, estatiche, talvolta distruttive ma anche profondamente trasformative.
In questa chiave, Emilio appare come una figura simbolicamente esposta, simile a certe figure rituali poste in posizione di rischio o di offerta. La sequenza con Mira possiede la qualità di un passaggio quasi rituale, leggibile non solo sul piano narrativo ma anche simbolico.
La perdita della bambina può essere interpretata non soltanto come evento tragico, ma anche — sul piano mitico — come sacrificio simbolico all’interno di una logica più ampia di trasformazione e scioglimento del nodo. Analogamente, l’invio della figlia molti anni dopo verso la stessa casa e lo stesso uomo sembra configurarsi come una nuova soglia trasformativa, una ripresa del ciclo.
Questa dimensione colpisce perché raramente la narrativa contemporanea affronta in modo così esplicito la spiritualità femminile non come semplice disagio psicologico, ma come esperienza — talvolta gravosa — di vivere tra due piani dell’essere: quello umano e quello invisibile, simbolico, numinoso.
Si tratta, naturalmente, di possibili chiavi di lettura, non di interpretazioni definitive, ma è proprio questa apertura simbolica a rendere il romanzo così denso e perturbante.
Memorie, misteri, tradizioni si intrecciano fin dalle prime pagine di questo romanzo che si snoda con raffinatezza tra razionalità ed enigmi, tra riti antichi e sogno. I luoghi che accompagnano la vicenda di Emilio Della Torre, giovane antropologo romano che parte da Roma alla volta del Salento per provare a comprendere - forse a spiegarsi, a spiegare - il tarantismo, sono uno scenario a volte cupo, a volte di un nitore accecante; quasi partecipano alla trasformazione profonda del protagonista, che si ritrova imprigionato nella tela di un amore travolgente e posseduto dalle sue conseguenze. Il passato riaffiora, impossibile da ignorare, sempre sospeso tra la sua dimensione reale e quella sovrannaturale. Lo stile, evocativo e mai lento, accompagna e coinvolge fino alle sconvolgenti rivelazioni finali. Una lettura che resta, consigliatissima.
Se la seconda metà fosse stata bella come la prima, questo libro avrebbe preso il massimo dei voti. Prima parte molto descrittiva dei luoghi interessati, descrizioni accurate ed evocative, la trama si comprende molto bene e viene messa curiosità per ciò che verrà dopo. La seconda metà crolla miseramente in un abisso di confusione, non si comprende bene dove voglia arrivare la storia, le tecniche narrative si fanno confuse ed è un gran peccato