Celeste è una giovane e talentuosa ballerina, che danza schiacciata dal peso di un cognome importante e sotto l'ombra di una madre autoritaria ed esigente, che arriva a coreografare ogni suo movimento. La nostra protagonista riflette pienamente l'immagine della ballerina di un carillon, rinchiusa in una scatola soffocante, manovrata da qualcun altro. L'incontro fortuito con Samuel accende in lei una sorta di scintilla, che le apre una nuova visione di se stessa e della sua vita; lui incarna la libertà che lei non osa concedersi, oppressa dai sensi di colpa nei confronti di sua madre. L’immagine delle “due anime racchiuse in un solo corpo” è straordinariamente efficace: da un lato c’è la Celeste figlia d’arte, disciplinata, erede di una madre idealizzata e temuta; dall’altro, la Celeste autentica, che vorrebbe solo essere libera di vivere e amare, anche sbagliando, soprattutto essendo per la prima volta lei a scegliere per se stessa. La vergogna per il suo non essere mai abbastanza e ancora di più per le scottanti verità che emergono si trasforma da combustibile distruttivo alla spinta, alla prima nota per cambiare la musica dei suoi passi. L’autrice lascia che siano le parole, nude, a detonare il dolore. Nei capitoli dal pov di Samuel, la voce maschile introduce una dimensione più concreta, più terrena: lui osserva il mondo con uno sguardo gentile, ma a volte anche distaccato, permeato di ironia e affetto, ma anche di malinconia e di rabbia. La sua riflessione sul “fare scorta di ottimismo come fanno loro con l’acqua”, riferendosi alle piante grasse, rivela una spiritualità semplice e profonda: l’idea di trasformare la resilienza naturale in lezione di vita, in cui le riserve d'acqua diventano simbolo delle riserve emotive. Samuel, come Celeste, vive un conflitto interiore tra fiducia e disillusione, ma lo esprime in modo diverso: lui si misura con la siccità dell’animo, con la mancanza di vitalità e di speranza. Quando pensa di avere una “falla da qualche parte dentro di me”, si percepisce la sua fragilità psicologica. Insieme sembrano ricominciare a respirare, ma il consumare l'altro per nutrire se stessi e mettere un cerotto sulle loro ferite potrebbe condurre alla distruzione di entrambi. Quella fame disperata di amore, che Celeste non ha mai conosciuto e che Samuel vede come delle sabbie mobili, li guiderà verso un bivio inevitabile: da un lato c'è un precipizio, in cui buttarsi, incuranti delle conseguenze, accontentandosi delle briciole di un rapporto tossico; dall'altro c'è una salita tortuosa, dolorosa e difficile, che insegna ad amare per primi se stessi e a lasciare che quei sogni silenziosi ci mostrino la strada verso una piena consapevolezza. L'amore non è possesso, ma custodia; è ascolto, non è assenza; è comprensione, non è compassione. Nelle loro catarsi le maschere cadono e resta solo la nuda umanità dei sentimenti. La parola “errore” non appare come giustificazione o senso di colpa sterile, ma come ammissione lucida e adulta di responsabilità. Ora entrambi comprendono che la libertà passa dal riconoscimento dei propri desideri autentici, quelli che spesso tacciono, soffocati dal rumore delle aspettative altrui. Lo stile della scrittrice è poetico, intenso, vibrante, ma mai artificioso e rispecchia appieno le emozioni dei personaggi, alternando introspezione psicologica e tensione narrativa. Le frasi brevi, ripetute, spezzate dal punto fermo, creano un ritmo interiore che ricorda la respirazione irregolare dell’anima ferita. Faccio tantissimi complimenti all'eccezionale autrice Alis Artieri per il suo magnifico romanzo e vi consiglio assolutamente di leggerlo perché è una storia di emancipazione interiore, di resilienza e di autenticità ed è il ritratto di due persone che, pur segnate dalle ferite, trovano il coraggio di non mentire più, specialmente a se stessi. Le parole compongono una melodia struggente, che arriva al cuore con estrema potenza e che denuda l'anima di ogni paura, trasformando le fragilità nel coraggio di essere se stessi senza se e senza ma.