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La Repubblica di Barbapapà: Storia irriverente di un potere invisibile
Dopo aver lavorato quattordici anni a “Repubblica” e diciassette all’“Espresso”, Giampaolo Pansa svela in questo libro protagonisti, retroscena e faziosità che hanno portato il quotidiano diretto da Eugenio Scalfari a diventare un impero editoriale con pochi uguali nel nostro Paese. Grazie ai molti ricordi personali e a un diario tenuto per decenni, l’autore riporta sulla scenale stagioni che hanno reso forte “Repubblica”: l’epoca violenta del Settantasette, l’assassinio di Moro, il caso P2, le battaglie con il Psi di Craxi e il Pci di Berlinguer, l’intesa con De Mita, la guerra contro Berlusconi per il possesso della Mondadori. E nel far emergere vizi e virtù dei personaggi che nel corso degli anni hanno affiancato o contrastato “Barbapapà”, Pansa non solo ripercorre le vicende di “Repubblica” con il ritmo e i colpi di scena di un thriller politico, ma costruisce anche un ampio percorso di vita italiana che appartiene a tutti noi.
333 pages, Kindle Edition
First published February 13, 2013
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Community Reviews
Displaying 1 - 3 of 3 reviews
September 18, 2014
Ho un debole per Giampaolo Pansa, una sorta di infatuazione adolescenziale. Mio padre era abbonato all'Espresso e io avevo quindici anni, oppure sedici, massimo diciassette. Per un Natale, oltre al numero consueto, ci era stato spedito anche un volumone con la raccolta degli articoli di Bocca, Eco, Scalfari e Pansa. Mai regalo fu più apprezzato. In barba alla memoria corta dei giornali, quel libro permetteva di tornare indietro, capire cosa pensavano i nostri in un dato momento, quali previsioni avevano azzeccato e quali cannato, che posizioni ridicole oppure fondatissime (talvolta contemporaneamente) avevano preso. Per chi non c'era, o non ricorda, erano gli anni del primo governo Prodi (poi D'Alema I e II e ancora Amato), gli anni della traversata nel deserto di Berlusconi, di Bertinotti che non aveva niente da dire ma lo diceva divinamente, di gente tipo Diliberto e Cossutta, Pecoraro Scanio e Agazio Loiero. Anni bui.
Di quegli articoli mi resta il ricordo di un Bocca che letto un articolo li hai letti tutti, di uno Scalfari che letto un articolo non ne leggi più, di un Eco accattivante e spocchioso come sempre, e poi di Pansa. A costo di sembrare una groupie, ricordo quei pezzi con piacere. Lucidi, ben scritti, altrettanto bene argomentati, capaci di tenere alta l'attenzione dall'inizio alla fine. E soprattutto erano articoli che difficilmente sbagliavano un'analisi o un previsione. Ne apprezzavo il punto di vista poco ideologico e lo sberleffo sempre dietro l'angolo (sberleffo di una qualità infinitamente superiore rispetto alla boutade da seconda media tipica dell'odierno Travaglio). Purtroppo ho perso quel libro, forse è ancora a casa sommerso sotto altri millemila libri. Lo rileggerei con piacere, anche per capire se i ricordi che ho sono fondati oppure è il pregiudizio a nutrirli.
Non mi sono interessato, poi, alla noiosa querelle sui libri che Pansa ha pubblicato in tema di resistenza, guerra civile, sangue dei vinti e violenza dei vincitori. Avevo letto troppo De Felice per lasciarmi abbindolare da una sterile polemica revisionismo sì/revisionismo no. Mi è solo un po' dispiaciuto che, a causa dell'ottusità di alcune teste di Rep e della voglia di protagonismo del Nostro, Pansia sia finito a scrivere dalle parti di Libero.
Tutto ciò c'entra poco con il libro in questione, oppure tantissimo. Resta il fatto che Pansa ci regala un bell'affresco della storia di Repubblica, credo scritto sinceramente e con tanta tanta tanta nostalgia.
Di quegli articoli mi resta il ricordo di un Bocca che letto un articolo li hai letti tutti, di uno Scalfari che letto un articolo non ne leggi più, di un Eco accattivante e spocchioso come sempre, e poi di Pansa. A costo di sembrare una groupie, ricordo quei pezzi con piacere. Lucidi, ben scritti, altrettanto bene argomentati, capaci di tenere alta l'attenzione dall'inizio alla fine. E soprattutto erano articoli che difficilmente sbagliavano un'analisi o un previsione. Ne apprezzavo il punto di vista poco ideologico e lo sberleffo sempre dietro l'angolo (sberleffo di una qualità infinitamente superiore rispetto alla boutade da seconda media tipica dell'odierno Travaglio). Purtroppo ho perso quel libro, forse è ancora a casa sommerso sotto altri millemila libri. Lo rileggerei con piacere, anche per capire se i ricordi che ho sono fondati oppure è il pregiudizio a nutrirli.
Non mi sono interessato, poi, alla noiosa querelle sui libri che Pansa ha pubblicato in tema di resistenza, guerra civile, sangue dei vinti e violenza dei vincitori. Avevo letto troppo De Felice per lasciarmi abbindolare da una sterile polemica revisionismo sì/revisionismo no. Mi è solo un po' dispiaciuto che, a causa dell'ottusità di alcune teste di Rep e della voglia di protagonismo del Nostro, Pansia sia finito a scrivere dalle parti di Libero.
Tutto ciò c'entra poco con il libro in questione, oppure tantissimo. Resta il fatto che Pansa ci regala un bell'affresco della storia di Repubblica, credo scritto sinceramente e con tanta tanta tanta nostalgia.
August 15, 2026
Di cosa parla "La Repubblica di Barbapapà"? Il sottotitolo ci spiega che parla della storia di quel quotidiano... ma cos'è di preciso la storia di un quotidiano? Di fatto Pansa ci parla della sua storia da giornalista, ma perlopiù mai di se stesso ma delle redazioni nelle quali ha lavorato. Però parlare della storia delle redazioni di quotidiani come "La Stampa" o il "Corriere" significa alla fine dei conti narrare della storia d'Italia e Pansa lo fa per il periodo che va dal 1968 al 1989 circa. Dal punto in cui Carlo De Benedetti diventa azionario del gruppo l'Espresso viene completamente perso di vista il contesto, di conseguenza per l'ultimo terzo del libro vediamo narrata prima l'entrata in scena dell'Ingegnere e successivamente del Cavaliere. Ma tutti questi eventi, a partire dal 1968, passando per gli anni di piombo, l'attentato a Carlo Casalegno e poi a Tobagi (entrambi colleghi e amici di Pansa), finendo con il Lodo Mondadori e la divisione del "Gruppone", viene affrontato sempre in modo superficiale, trattando più di come questi eventi hanno condizionato le redazioni nelle quali ha lavorato il narratore e non gli eventi stessi; questo richiede significative conoscenze storiche sulla prima repubblica italiana pena non comprendere assolutamente nulla di ciò che ci viene raccontato.
Inoltre, un buon quarto dei capitoli riguardano nient'altro che le vicende professionali (a volte anche personali) di Pansa, che nulla hanno a che vedere con Repubblica e "Barbapapà": l'esempio più lampante sono gli ultimi due capitoli dove si parla delle reazioni al suo celebre libro "Il sangue dei vinti" e il suo lavoro per Panorama.
Da tutto ciò risulta un libro confuso, disordinato, superficiale, che in poco meno di 300 pagine riesce a non raccontare quasi niente, se non qualche informazione sulla redazione di Repubblica e del Corriere sicuramente interessante ma che avrebbe potuto occupare benissimo lo spazio di un editoriale su un periodico.
Alla fine mi è sembrato impossibile non chiedermi perché Pansa si è voluto mettere a scrivere questo libro: dal mio personalissimo punto di vista l'intenzione era nulla più che togliersi qualche sassolino dalla scarpa nei confronti di Scalfari, Mauro, Giorgio Bocca e pochi altri. Ha riempito in qualche modo le restanti 250 pagine per arrivare al numero di parole necessarie per la pubblicazione, in realtà dicendo molto senza dire nulla come un vero giornalista di professione sa fare.
Inoltre, un buon quarto dei capitoli riguardano nient'altro che le vicende professionali (a volte anche personali) di Pansa, che nulla hanno a che vedere con Repubblica e "Barbapapà": l'esempio più lampante sono gli ultimi due capitoli dove si parla delle reazioni al suo celebre libro "Il sangue dei vinti" e il suo lavoro per Panorama.
Da tutto ciò risulta un libro confuso, disordinato, superficiale, che in poco meno di 300 pagine riesce a non raccontare quasi niente, se non qualche informazione sulla redazione di Repubblica e del Corriere sicuramente interessante ma che avrebbe potuto occupare benissimo lo spazio di un editoriale su un periodico.
Alla fine mi è sembrato impossibile non chiedermi perché Pansa si è voluto mettere a scrivere questo libro: dal mio personalissimo punto di vista l'intenzione era nulla più che togliersi qualche sassolino dalla scarpa nei confronti di Scalfari, Mauro, Giorgio Bocca e pochi altri. Ha riempito in qualche modo le restanti 250 pagine per arrivare al numero di parole necessarie per la pubblicazione, in realtà dicendo molto senza dire nulla come un vero giornalista di professione sa fare.
December 2, 2013
A more apt title would be: My career as a journalist. Pansa focuses more on his professional history than on Scalfari. He often mentions they are no more on speaking terms, but he even fails to explain exactly why.
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