Fabio Geda torna in libreria con “La casa dell’attesa” opera che dimostra nuovamente le sue grandi capacità narrative. Stiamo parlando infatti di un autore che, con la sua prosa, sa descrivere e delineare storie tra loro variegate mutando di stile e mutando di impostazione con grande agilità e naturalezza. Quest’ultima fatica non è un romanzo quanto un vero e proprio reportage narrativo che si ambienta in Angola, tra la capitale Luanda e il sud del paese, a Chiulo. È qui che sorge la “casa dell’attesa”, una casa molto speciale che si situa accanto all’ospedale rurale sostenuto da medici con l’Africa Cuamm. Questo luogo è ancora più speciale se si pensa che è il rifugio ove le donne in procinto di partorire si recano per cercare protezione per sé e i nascituri.
Molto bello è lo scopo e l’obiettivo dell’autore nel cercare di raccontare l’impegno, la costanza, la devozione ma anche le difficoltà di quei Medici con l’Africa Cuamm che cercano ogni giorno di accogliere e curare. Si tratta di una tra le maggiori organizzazioni non governative sanitarie italiane, una organizzazione ad oggi attiva in nove paesi sub-sahariani ove gestisce ospedali e assiste le future madri nell’ultimo mese di gravidanza. Prevalentemente ha due obiettivi: migliorare lo stato di salute in Africa (cosa già di per sé estremamente complessa) in virtù della consapevolezza e certezza che questa sia un diritto universale e non un privilegio di pochi e promuovere e sostenere un atteggiamento positivo e solidale nei confronti di un continente che spesso è bistrattato e abbandonato a se stesso.
«E ogni volta che viene sbattuto in carcere, se non può studiare scrive. Poesie. E la poesia, si sa, è liquida, passa sotto le porte, se ne frega delle sbarre e delle finestre, s’infiltra delle crepe, e neppure i topi di Aljube coi denti lerci di sangue, i topi che rosicchiano le unghie strappate ai prigionieri, neppure loro riescono ad afferrarla.»
Geda parte da Agostinho Neto, poeta, medico e politico angolano che rappresenta un filo conduttore tra il Cuamm, l’autore e la politica. Ci racconta delle sue peripezie, dei tanti arresti ma anche di quella poesia che sgorgava rapida e fluida senza sosta, a maggior ragione quando non poteva portare avanti i suoi studi.
Tra queste pagine il lettore è incuriosito e affascinato. Riscopre letteralmente l’attesa. Perché attendere è “tante cose”, un momento di intercalare, uno stare fermo tra un prima e un dopo, un tempo che si muove nel bilico dello sperare. E vi è anche la paura per quel che è stato e quel che sarà, per quel che verrà. Per un dopo che è ignoto forse tanto quanto il prima. Sempre attento è lo sguardo dei medici che ricompongono per l’autore e insieme all’autore memorie, attimi di guerra, viste mozzafiato, sogni infranti di popolazioni che hanno perso tutto e sogni da coltivare per un futuro in cui auspicare.
«A Chiulo, vedrai, a Chiulo non c’è niente. Niente in che senso? Niente, ha detto. Ma fai attenzione perché potresti comunque trovare tutto. Tutto cosa? Ciò che stai cercando. E cosa sto cercando? Se ancora non lo sai, be’, lo scoprirai arrivato a Chiulo.»
In libreria dal 25 marzo scorso, “La casa dell’attesa” di Fabio Geda (Editori Laterza) è un reportage che sa trattenere e coinvolgere, un testo che apre gli occhi su una realtà a noi lontana e molto differente da quelle che conosciamo. È una dimensione fatta di dolore ma anche di speranza, di caparbietà, di coraggio e di voglia di riscatto. Un libro che suscita immedesimazione e che è adatto a chi cerca testi di riflessione.
“Spaccare pietre
Trasportare pietre
Spaccare pietre
Trasportare pietre
Sotto il sole
Sotto la pioggia
Spaccare pietre
Trasportare pietre
La vecchiaia viene presto
Una stuoia nelle notti buie
Gli basta per morire
Riconoscente
E di fame.”
Poesia “Civilizaçao ocidental” di Antonònio Agostinho Neto