Ilaria ha ingoiato delle benzodiazepine, ha dato le spalle a Roma e si è lanciata nel vuoto. Vive mesi lunghissimi in unità spinale; non sarebbe dovuta sopravvivere, invece torna addirittura a camminare. Il dolore mentale lascia spazio a quello fisico, spesso si sovrappongono, a volte esplodono, altre si silenziano in apatia. Le elucubrazioni raccontano il passato, gli uomini che si sono susseguiti, gli incubi, l’angoscia, un amore smodato per la letteratura e per la filosofia, cosa ha portato al suicidio ma anche ciò che è stato il ritorno alla vita dopo il “grande salto”.
Purgatorio è un memoir che segue un andamento poetico, dove i personaggi riscrivono la propria identità nell’impossibilità di fissarla. Ilaria Palomba fronteggia interrogativi estremi e come Bernhard fa dialogare vita e morte in uno stile lirico che si lega agli eventi. Il lessico aulico, gli arcaismi, l’ossessività martellante, il movimento spiraliforme conducono il lettore a soffermarsi: ogni frase cerca di contenere il tutto.
Allora, gli ho dato 4 stelle perché penso le meriti data la sua profondità e le citazioni così condivisibili e potenti, ma ammetto di sentirmi confusa perché lo stile di scrittura è abbastanza complesso e ci sono molti riferimenti che personalmente non ho capito (mi sono sentita stupida svariate volte). Non è un libro leggero e nemmeno scorrevole, ma è potente, sono sicura che un giorno vorrò rileggerlo e lo comprenderò maggiormente.
Purgatorio di Ilaria Palomba è un'antologia del dolore, ove emerge con forza la chirurgica volontà dell'autrice di reinterpretarsi ed interpretare, alla luce della sua permanenza in Purgatorio, quanto è stato della sua esistenza.
Ho molto apprezzato l'autenticità che emerge dallo scritto, la profondità dell'analisi e l'uso del linguaggio, estremamente raffinato ed evocativo, nonché le suggestioni a carattere filosofico.
Consiglio questa lettura a tutti coloro i quali abbiano voglia di perdersi dentro i luoghi della coscienza, in bilico tra sacro e profano, dentro stanze che la mente rende prigioni - o Purgatori.
Perdermi in questi spazi, infatti, mi ha consentito un po' di ritrovarmi. Ritrovarmi nella ricerca dell'eccesso, della vertigine amorosa, che spesso l'autrice cita e capire, in fondo al viaggio, che nonostante tutto e tutti la cosa, l'it ha la meglio: l'acqua viva continua a scorrere.
“Ciò che non si comprende degli insopportabili come me, dei livorosi, dei passionali è che esiste un luogo a loro accessibile, una piccola luce in fondo al corridoio, è molto banale, è la possibilità di essere accolti nonostante l’insopportabilità. Non posso occuparmi del sistema se ho questa mancanza, non sono abbastanza risolta per pormi questioni sistemiche, riesco solo a pensare alla distanza che mi separa dal desiderio, dalla possibilità di essere amata.”
“Superficie e abisso sono la stessa cosa. Manca il contorno. Senza confini non esistono radici. Le mie radici sono aeree. I miei confini acquosi. Il corpo è un confine? La gabbia di cui mi sento prigioniera? Sul piano di realtà nulla si è mosso di un millimetro.”