Jump to ratings and reviews
Rate this book

Romanzi

Rate this book
Luigi Di Ruscio è stato poeta e narratore. Dagli anni cinquanta è stato subito riconosciuto come un talento violento, dissacrante, che si è presto smarcato dall'etichetta sbrigativa di poeta-operaio per costruire una possente, vorticosa avventura letteraria che comincia dentro l'Italia ferita del dopoguerra. Quando Di Ruscio, nel 1957, lascia le Marche per trasferirsi in Norvegia, dove ha lavorato e costruito una famiglia, le sue prose si fanno ancora più intense e febbricitanti. La sua lingua, esiliata, si apre, si scardina, si reinventa. Il ritmo si fa convulso e netto. Non meno di scrittori come Gadda, D'Arrigo, Roversi e Pagliarani, Di Ruscio finisce per dare corpo a opere che, come dice Andrea Cortellessa, "recano su di sé le macchie, gli urti, le ferite della storia: termometri sempre in azione, segnavento che non si fermano mai; e che, così a lungo esposti all'infuriare degli eventi, si rivelano anche accumulatori, giacimenti, immensi archivi viventi d'una storia che continua a passare senza essere mai passata del tutto". "Palmiro", "Cristi polverizzati", "Neve nera" e "Apprendistato", raccolti per la prima volta insieme in questo volume, ben corrispondono a quelle che l'autore ha chiamato "memorie romanzesche" - una complessa, beffarda immagine dell'Italia degli anni cinquanta, l'unica Italia che lo scrittore ha di fatto conosciuto.

551 pages, Paperback

First published March 9, 2014

Loading...
Loading...

About the author

Luigi Di Ruscio

18 books1 follower
Luigi Di Ruscio (Fermo, 27 gennaio 1930 – Oslo, 23 febbraio 2011) è stato un poeta e scrittore italiano.

Autodidatta (consegue soltanto la licenza di quinta elementare), svolge diversi mestieri, e studia da solo classici americani, francesi e russi, la filosofia greca, saghe della mitologia nordica, l'opera di Benedetto Croce. Nel 1953 una giuria presieduta da Salvatore Quasimodo gli assegna il premio Unità. Nel 1957 si trasferisce in Norvegia, dove lavora per quarant'anni in una fabbrica metallurgica, e si sposa con una cittadina norvegese, da cui avrà quattro figli.

Oltre alla produzione libraria, ha collaborato con lavori poetici e interventi in prosa a varie riviste e giornali (tra gli altri: "Momenti", "Il Contemporaneo", "Realismo lirico", "Ombre rosse", "Alfabeta", "il manifesto", "Azimuth").

Ratings & Reviews

What do you think?
Rate this book

Friends & Following

Create a free account to discover what your friends think of this book!

Community Reviews

5 stars
4 (50%)
4 stars
1 (12%)
3 stars
2 (25%)
2 stars
1 (12%)
1 star
0 (0%)
Displaying 1 - 2 of 2 reviews
Profile Image for Sandra.
973 reviews349 followers
Read
July 21, 2023
“Sino a che posso scrivere io vivro’”



Luigi Di Ruscio, sconosciuto fino a quando non me ne parlò un amico di origini fermane, consigliandomene la lettura. L’ho letto, con fatica, e ne sono contenta. E’ stata una scoperta che ha avuto un forte impatto nel mio modo di leggere e anche una brusca virata nelle mie solite letture. Ora che ho terminato di leggere i suoi romanzi non so cosa scrivere come commento. Di Ruscio è stato uno scrittore fuori da qualsiasi etichetta, per lui la scrittura era vita e non può prescindere dalla sua esperienza di vita: nato nel 1930 a Fermo, da una famiglia di origine contadine, ha frequentato le scuole elementari e poi ha iniziato tanti lavoretti, nella nostra terra marchigiana povera e affamata fino al 1957, anno in cui emigrò in Norvegia, ad Oslo, terra in cui visse fino alla morte, nel 2011, lavorando come operaio in una fabbrica e poi pensionato. Il suo destino fu quello di essere un profugo, uno fuori dagli schemi e dovunque straniero: non accettato nella sua terra natale fin da bambino, quando il maestro lo bacchettava per punirlo del suo desiderio di libertà, poi dedito alla lettura e allo studio della letteratura e della filosofia da solo, iscritto al partito comunista alla fine della guerra ma neanche amato dai suoi compagni di partito, infine operaio a Oslo per trenta anni a scrivere solo di Italia, ma sempre trascurato dal mondo letterario italiano. Il suo straniamento fu anche e soprattutto linguistico: finchè visse a Fermo il suo linguaggio era il dialetto fermano stretto, insegnatogli dalla nonna, in Norvegia parlava norvegese ma non sapeva leggere e scrivere che in italiano; l’unica volta in cui lo invitarono ad una lettura pubblica delle sue poesie in Norvegia, si accorse di parlare in dialetto fermano. Questa dicotomia costituisce il cuore dell’attività letteraria di Di Ruscio: egli fu prima di tutto poeta e poi scrittore di uno scrivere ossessivo, caotico e rabbioso, in cui la scrittura, nervosa e sgrammaticata , ripetitiva, disordinata, piena di riferimenti filosofici e storici, colma di disperazione eppure divertente, sgorgava con la forza della lava da un vulcano in eruzione, riportando alla luce quella che lui chiamava la sua “italianitudine”.
Non sono in grado di commentare in modo ampio le “memorie romanzate”, come lui chiamò i romanzi raccolti in questo volume di Feltrinelli, se non dire che “Palmiro”, il primo, è stato di sicuro il mio preferito, il più bello, con episodi dell’infanzia dello scrittore, della sua giovinezza da comunista ateo in un paesino come Fermo, del sesso di gioventù disperato e folle, delle donne e uomini del paese che furono suoi compagni di vita da emarginati, come il nano Ciocca.Poi c'è "Cristi polverizzati", più lungo e articolato, un flusso di coscienza ininterrotto in cui si sovrappongono e si mescolano episodi dell'infanzia, l'emarginazione che lo portò ad emigrare, la vita nel partito comunista degli anni '50, il rapporto (inesistente) con il mondo intellettuale italiano del periodo, viene sbandierato il proprio ateismo, anche se costante è la ricerca di un dio, e l'attacco violento alla Chiesa, oltre che viene evocata la storia di sesso felice e travolgente con una ragazza, Palmina, esuberante e vitale. "Neve nera" è soprattutto il parlare di sè come poeta, raccontare della sua quotidianità ad Oslo, della necessità di scrivere in ogni e qualsiasi momento libero dal lavoro, parlando delle vicende della propria produzione poetica che si intrecciano con considerazioni filosofiche e politiche. Da ultimo c'è il brevissimo "Apprendistato", non un vero romanzo, più un racconto, in cui ritroviamo pensieri già esposti in altri suoi romanzi, ricorsi ed episodi, considerazioni spesso già fatte, come se si trattasse di un romanzo preparatorio agli altri. Non è stata una lettura facile, ma ha lasciato il segno, ho sentito e sento ancora per Luigi Di Ruscio una complicità ed una vicinanza quasi tenere originate dai suoi scritti feroci e potenti. Non voglio dare stelline, non è un’opera classificabile o valutabile; c’è una persona ed il suo essere più intimo, in ogni sua opera, ed al contempo ci stiamo tutti, “tra gli orrori del mondo”, ad “orinare sopra la morte”.
Profile Image for Giovanna Tomai.
423 reviews5 followers
August 3, 2019
Molto interessante la prosa di Ruscio, che non conoscevo.
Avevo letto solo alcune poesie.
Displaying 1 - 2 of 2 reviews