Avevo comprato questo libro soprattutto per l’ambientazione: Padova negli anni ’50, con Teresa che fa la portinaia in un palazzo del centro. Attraverso numerosi flashback emerge il suo passato e un segreto legato agli anni della guerra, quando prestava servizio presso una famiglia ebrea. La materia narrativa ha molto potenziale emotivo e storico e per questo mi aspettavo un maggiore approfondimento. Invece ho avuto la sensazione che il romanzo elencasse fatti e personaggi senza davvero fermarsi su di loro. I passaggi sono rapidi, i personaggi spesso solo accennati, come se la storia avesse fretta di arrivare al finale senza concedere spazio alla costruzione emotiva. Più che un romanzo compiuto, a tratti sembra un lungo racconto che avrebbe avuto bisogno di respirare di più. Paradossalmente, ho apprezzato molto la nota finale dell’autrice, in cui attraverso episodi autobiografici, spiega la genesi di alcuni personaggi femminili: lì ho trovato una profondità e un’autenticità che nel testo narrativo mi sono mancate. Resta una buona idea di partenza e un’ambientazione che ho amato, ma nel complesso non è un libro che mi ha convinta fino in fondo.