La narrazione è interessante e scorrevole, in grado di incuriosire il lettore e fa il paio con una linearità narrativa spezzata soltanto da qualche excursus necessario ad approfondire il passato e la psicologia dei personaggi. Il romanzo scivola così pagina dopo pagina, catturando il pubblico e proiettandolo direttamente negli avvenimenti, vuoi per la capacità di Bertone di snodare la trama vuoi per il tempo narrativo prescelto – il presente – che gli appare particolarmente congeniale.
Ho trovato davvero interessante lo stile con cui l'autore si propone, ovvero una commistione tra classico e moderno. La struttura del periodo, infatti, tende spesso a essere corposa e presenta un'articolazione che rimanda ai maestri del genere horror e fantastico; tuttavia, i dialoghi asciutti, i neologismi e i riferimenti musicali fanno vertere l'opera su canoni contemporanei. Un fattore degno di nota è l'eleganza di Bertone, che non decade mai, neppure quando le tematiche sfociano nel sesso o nella violenza o nel turpiloquio: la sua penna è signorile e tale resta, dall'inizio alla fine.
Ottimo lavoro anche per quando riguarda i personaggi, che risultano differenti tra loro nella psicologia e nelle azioni, pure nei dialoghi: ognuno è una realtà a sé stante e risultano concreti, anche quando l'autore gioca la carta del grottesco. I protagonisti, inoltre, ben s'incastrano in un'ambientazione in bilico tra realtà e fantasia, tra benessere e decadimento, la quale assume a tratti contorni onirici e a tratti ben definiti, quasi scolpiti.
Ho trovato un libro interessante e un autore che non ha paura di osare. Egli, infatti, attinge alle figure più classiche del vampiro, rimodellandolo a proprio piacere senza però risultare banale. Dimentichiamo, quindi, la disumanità di Dracula e il fascino adolescenziale di Cullen: il vampiro di Bertone è umano, smarrito e, soprattutto, folle. Ho amato profondamente il tono che caratterizza l'intero elaborato, un tono cinico e macchiato di malinconia, rafforzato dagli ambienti ai margini della società in cui si incappa pagina dopo pagina, perversione dopo perversione. Davvero bello, per me, è l'effetto incubo-realtà che l'autore propone: chi legge, infatti, si ritrova spesso a domandarsi se non sia tutto un sogno e se quei luoghi, quei personaggi che popolano lo scritto non siano altro che frutto dell'immaginazione del protagonista. E a tal proposito, Bertone fa di nuovo centro: il suo protagonista non ha un nome e nessuno, nemmeno nei recessi più reconditi dell'opera, lo nomina. E chissà che egli non rappresenti tutti noi.
Ne consiglio caldamente la lettura.
[ Recensione pubblicata sul blog letterario "In nomine artis" in data 1 agosto 2017 ]