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There is no Second: The definitive account of the first race in 1851 for what would become 'America's Cup'

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The story of the America’s Cup and how it came to be, has been a rich source of interpretation over its 173-year history. It’s most famous phrase – “There is no second” – sums up a unique sporting event with idiosyncratic rules defined by an ancient document, the Original Deed of Gift of 1857, but has never been attributed and was thought to be ‘apocryphal.’

After extensive research going back to source documents, articles and Royal, Naval and National archives, the name of the ‘signal master’ who may well have uttered the famous line to Her Majesty Queen Victoria onboard the Royal Yacht Victoria & Albert in 1851 is revealed alongside a deep analysis of the circumstances and political climate that resulted in a simple trial of speed around the Isle of Wight between the Old and New World becoming the most famous, and coveted yacht race in the world.

First time author Magnus Wheatley has spent decades reporting on the America’s Cup for a variety of global newspapers, international magazines and websites, and currently works inside the ropes for the Louis Vuitton 37th America’s Cup in Barcelona. Covering the period from the trophy’s acquisition in 1848 by the Marquess of Anglesey through the famous race of August 22nd 1851 itself and on to the trophy’s gifting to the New York Yacht Club and its first defence in 1870, ‘There is no Second’ is a detailed account of how 'America’s Cup' came into being and essential reading for all ‘students of the Cup’ seeking to understand its genesis as the pinnacle of international yacht racing.

206 pages, Paperback

Published May 27, 2024

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1 review
August 7, 2024
As the 37th America's Cup rolls into Barcelona this summer so Magnus Wheatley's perfectly timed book 'There is no second' is published. Who would have thought it. Wheatley the notorious 'enfant terrible' of marine journalism who has spent decades covering the America's Cup - letting rip to anyone who will listen - has always had a deep and profound grasp of the history and importance of the America's Cup. But this book is off the scale. Pacy, compelling, original, meticulously researched and beautifully structured, designed and illustrated its a deep dive into Victorian Britain with a cast of characters to die for. The history of the America's Cup is massive almost overwhelming in its range and complexity. But Wheatley by going back to the very beginning explains and distils many of the original historical threads and characters that have over a 173 year history made the America's Cup what it is today. As Grant Dalton says in the foreword..'Magnus Wheatley's book is a must read for anyone wanting to immerse themselves in the history of this great event and to understand how it has became the pinnacle of the sailing world.' The author has always been talented but this book is as unexpected as it is brilliant. Without doubt one of the best sporting books of the year.

Ben Wood / Island Images
Profile Image for Fabio Pozzo.
10 reviews
February 8, 2025
"Scrivo sull'America's Cup perché sono sono affascinato dal trofeo. Mi ha stregato fin da bambino, perché è così difficile da vincere e perché richiede tanta tecnologia e abilità che si uniscono al momento giusto. ma prima ancora, ci sono le persone e il ruolo dell’essere umano ad entusiasmarmi. Sono infatti fermamente convinto, e questo è confermato dalla storia della Coppa, che i vincitori si trovino sempre nel momento giusto della loro carriera e che, col senno di poi, sia sempre ovvio chi e perché avrebbe vinto”, mi racconta Magnus Wheatley.
Un giornalista diventato tale per caso e – ovviamente – per passione. “Inizialmente ho intrapreso una carriera nel settore finanziario, ma un incontro casuale con l'allora redattore sportivo del Financial Times nel 2001 mi ha portato a diventare giornalista di yachting e da allora ho coperto tutte le edizioni della Coppa per diversi giornali, riviste, TV, radio e canali podcast/vodcast internazionali”, la sua breve auto-bio. Oggi è chief writer della 37a America's Cup Louis Vuitton che si aprirà a breve a Barcellona. Spagna a parte, vive ovviamente a Cowes, sull’Isola di Wight, dove tutto nasce. “La mia casa è giusto a pochi passi dal palazzo della Regina Vittoria - Osborne House -. Sono sposato, ho un figlio e tutti noi siamo appassionati di vela, regate e sport acquatici”.
Con Magnus parlo del libro che ha appena pubblicato, “There is no second” (Seahorse Publishers Limited, 206 pagine) che fa riferimento a quella frase – “There is no second” – che è alla base della leggenda dell’America’s Cup. L’avrebbe infatti pronunciata il Signal-master a bordo dello yacht reale Victoria & Albert il 22 agosto 1851 in risposta alla domanda della regina Vittoria se gli yacht della flotta che circumnavigava l’Isola di Wight fossero in vista, e chi fosse il primo e chi il secondo. Una regata, quella, che diede inizio alla saga della Coppa: vinse la goletta America, il trofeo – “delle 100 ghinee” – venne portato dal suo equipaggio Oltreoceano e fu rimesso in palio, come trofeo perpetuo, in una sfida che aveva nel “Deed of gift”, vale a dire dall’atto di donazione della Coppa, firmato da tre dei cinque armatori dell’America al New York Yacht Club, la sua magna charta. Da qui, l’8 luglio 1857 (l’atto originale era stato scritto nel 1852, con 240 parole), l’America’s Cup, o anche Coppa (di) America.
Magnus, malato di Coppa tanto da aver cominciato a tenere tutti i ritagli che la riguardano nel 1987, anno della prima edizione che aveva seguito (“Prendevo il treno presto per andare a scuola a Southampton e ritagliavo i resoconti dei giornali Times e Telegraph per bloggare sull'evento...”), ha proprio scritto su questa frase iconica. E forse, apocrifa. E ha anche scoperto chi fosse quel Signal-master rimasto fino ad oggi sconosciuto, a dispetto della storia della sua presunta risposta.
I nomi misteriosi
Magnus ha impiegato due anni in ricerche che lo hanno visto scandagliare gli Archivi Reali, gli Archivi della Royal Navy e infine gli Archivi Nazionali di Kew, a Londra. Qui, in quest’ultimo data-base ante litteram, ha aperto documenti navali che erano sotto il riserbo da 173 anni. E qui, ha fatto la sua scoperta. "I salari degli equipaggi della navi della flotta di Sua Maestà venivano mandati ai familiari, per evitare che i marinai li consumassero – spiega Wheatley –. E’ stato quindi registrato un elenco dettagliato di questi pagamenti. E insieme a quelli di numerose altre navi della flotta reale, ho trovato il resoconto dettagliato della Victoria & Albert. Avevo quasi rinunciato a sfogliare le 400 pagine del registro perché, a metà strada, il resoconto relativo alla Victoria & Albert riportava solo due stipendi per i membri dell'equipaggio - quelli del capitano e del primo ufficiale -. Ma poi ho continuato a cercare, finché, nella parte anteriore del registro, mi sono imbattuto nell'elenco completo e da quelle informazioni sono riuscito a risalire ai registri navali degli Yeomen of the Signals. Ed erano imbarcati soltanto due segnalatori sullo yacht reale, in quel memorabile giorno del 1851”. Dunque, abbiamo i nomi. Anzi, il nome, perché verosimilmente a rivolgersi alla regina era stato il più anziano dei due. Non vi rovino la sorpresa, spoilerando il frutto della ricerca del collega.
Non c’è secondo
Alla regata in sè, Wheatley ci arriva per gradi. Descrive anzitutto l'ambiente socio-politico in cui è nata, con la scarsa partecipazione della delegazione americana alla Grande Esposizione del Principe Alberto, manifestazione che la regata celebrava. E non nasconde che la gara stessa fu molto più combattuta di quanto si pensasse inizialmente, con l'Aurora - un veloce cutter - che si avvicinò all'America nelle fasi finali della gara e il Wildfire, uno yacht non iscritto, che quasi certamente batté l'America sull'acqua.
Aggiungo, di mio, che l’Aurora stazzava 47 tonnellate contro le 171 dello schooner americano, e che aveva tagliato il traguardo solo 8 minuti dopo. Che su una regata di 53 miglia, il giro dell’isola di Wight, non erano poi un’infinità. Inoltre, con i tempi compensati, oggi Aurora sarebbe risultato vincitore con largo distacco. Non solo. Probabilmente, quel giorno anche il comitato di regata (ante litteram) non era stato cristallino. E sì, perché America passò la prima boa, passaggio obbligato, quella della Torre di Nab, a sinistra, anziché a destra, come era consuetudine. Era così consueto che nessuno si prese la briga di avvertire gli americani, nè era stato indicato sul bando di regata. C’era stata anche una protesta dell’equipaggio di Brilliant, 392 tonn, che però era stata respinta. In aggiunta, va detto anche che i cutter più favoriti, sono usciti incidentalmente di scena, per fortuna di America. Arrow era finito sugli scogli e Alarm si era fermato a prestare soccorso. Mentre Freak e Volante erano entrati in collisione. Ma restiamo al libro...
La conversazione passata alla storia
Veniamo alla famosa citazione “There is no second”. Grant Dalton, il Ceo di Emirates Team New Zealand e organizzatore della 37a Coppa a Barcellona, dice all’autore che è il migliore slogan per questa sfida. “Se non si vince, non si ha nulla. Nessuno entra in America's Cup per non provare a vincerla, è troppo costosa e troppo difficile”. Già, però, come nasce questo claim efficacissimo? Tanti hanno detto che è da considerare come un racconto “apocrifo”. Sì, ma come dimostrarlo? O, diversamente, come dimostrare il contrario? Ed è qui, che ha lavorato Wheatley. Intanto, cominciamo dalla frase completa.
“Say Signal-master, are the yachts in sight?”.
“Yes, may it please Your Majesty”
“Which is the first?”
“The America”
“And who is the second?”
“Ah Your Maiesty, there is no second”.
Chi ha registrato questa conversazione, in origine? Non c’erano reporter sullo yacht reale e il giornalista del Times che si occupava del resoconto della regata - menzionato come “own reporter”, senza firma, scrive l’autore - si sa che fosse su un piroscafo che seguiva la regata. E ancora, si sa anche che il Times poteva contare anche su “spotter”, osservatori lungo i punti chiave dell’Isola di Wight: forse il reporter si era consultato con questi ultimi, ma sicuramente in un secondo tempo (non c’erano i cellulari). Lo stesso reporter aveva inviato il suo primo pezzo la sera del 22 agosto 1851 al giornale, via telegrafo (la regata s’era tenuta il 18 agosto!), rimandando al 25 agosto il resoconto più dettagliato, che apparve successivamente anche su The Illustrated London News (riportato integralmente nel libro).
Il passaggio che ci interessa è il seguente: “Alle 6.30, girando verso i Needles, non si vedeva nessuna vela, ma la brezza era così leggera che si poteva pensare che tutte le regate fossero finite, ed era evidente che l'America aveva vinto la Coppa, a meno che qualche cutter leggero non si fosse avvicinato con la brezza del crepuscolo e l'avesse superata. I piroscafi ... tornarono verso Cowes e il Royal Yacht, dopo aver costeggiato l'America a metà vapore per un breve tratto, proseguì verso Osborne. Al largo di Cowes c'erano innumerevoli yacht e da ogni parte si sentiva la voce: ‘L'America è la prima?’ e la risposta era ‘Sì’, ‘Qual è la seconda’" e la risposta era ‘Nessuno’”.
Nessuno? Premesso che c’era lo yacht irlandese, Wildfire, che aveva preceduto la goletta America, ma essendo fuori gara - non iscritto - non contava; e fatto anche salvo l’Aurora, lo yacht che era arrivato dopo l’America di 8 minuti, come poteva sentire quel reporter del Times - si chiede Wheatley - che al largo di Cowes, tra gli yacht, da ogni parte si sentiva dell’America prima e di “nessuno” sulla sua scia?
Ecco allora una possibile spiegazione dell’arcano. L’autore ci dice che grazie ai registri navali e all'articolo del Times del 25 agosto 1851, sappiamo che il Royal Yacht Victoria & Albert era stato accompagnato nel Solent dallo yacht Fairy, una nave d’appoggio di Sua Maestà. La prima unità, con a bordo la Regina, si era ancorata nell’Alum Bay, al riparo dei venti e della corrente principale, rimanendo a destra - guardando ad Est lungo il Solent - del passaggio dei Needles. O meglio, entrambe gli yacht reali si erano avventurati sino ai Needles alle 16.20, poi la Victoria & Albert era ritornata nell’Alum Bay alle 16.30. E alle 17.47 la goletta America aveva doppiato quegli scogli.
Dunque? Secondo quanto scrive Wheatley, il Fairy era rimasto di vedetta, pronto a segnalare alla Victoria & Albert con le bandiere. La nave si sarebbe stagliata oltre i Needles, diretta verso Ovest. Ma, ci fa sapere l’autore, in quella posizione era incredibilmente difficile vedere che accadeva nella Freshwater Bay, “dove i cutter più piccoli, Wildfire e Aurora, avrebbero quasi certamente navigato con la marea meno avversa”. I registri navali non riportano la posizione precisa della HMY Fairy quando avrebbe segnalato a mano con le bandiere al Victoria & Albert. “Tuttavia - si legge nel libro - possiamo affermare con assoluta certezza che sarebbe stato necessario mantenere una linea di vista tra le due imbarcazioni e, in questo caso, un calcolo a occhio nudo collocherebbe l'HMY Fairy a ovest della punta dei Needles, nel canale principale del fairway, ma non troppo al largo, per una buona pratica marinaresca”.
Per Wheatley, quando l'America, che aveva preso una rotta più meridionale rispetto ai cutter, è arrivata ai Needles, da bordo del Fairy era stata segnalata con le bandiere la news alla Victoria & Albert e ricevuta dallo Yeoman of the Signals di quell’unità. Che poi, probabilmente - chi può dirlo? - aveva riferito alla Regina.
Potrebbe tornare. Dal Fairy non vedono altre barche se non l’America, lo segnalano ai colleghi sullo yacht reale, dove il segnalatore anziano riferisce a Sua Maestà, dicendole che ha vinto la goletta americana e che “non c’è secondo”. Perché quelli del Fairy non l’avevano visto.
Il segnale - scrive ancora l’autore - sarebbe stato una mera registrazione dei fatti “che lo Yeoman of Signals del Fairy poteva vedere o di cui sarebbe stato informato e che avrebbe ritrasmesso alla Victoria & Albert”. “L'interpretazione di quel segnale e il successivo racconto a una regina curiosa, presumibilmente seduta sul ponte di poppa nell'attesa di vedere il vincitore doppiare i Needles ed entrare nel Solent, è forse un felice incidente di deduzione, piuttosto che un'analisi o una sinossi puntuale della regata stessa”.
Già, ma perché poi il reporter del Times scrive che su molti yacht era stato sentito quello scambio di frasi che diventerà storico? “Mentre la segnalazione sarebbe stata diretta alla Victoria & Albert, diversi altri piroscafi nella zona, e quasi certamente quello che trasportava il giornalista del Times, avrebbero decodificato il messaggio della HMY Fairy…”. Ecco da dove nasce il “There is no second”!
La barca sparita
L’Aurora secondo i registri del Royal Yacht Squadron aveva terminato la regata alle 20.45, a soli otto minuti dall'America. “È interessante notare – scrive l’autore – “che nessuno dell'equipaggio americano parlò dell'Aurora dopo la regata, e il fatto stesso che il nome Aurora non sia inciso sul trofeo dell'America's Cup insieme ad altri 13 concorrenti elencati è un'aberrazione che si perde nel tempo”. Ma che impreziosisce le parole pronunciate dallo Signal-master.
Una spiegazione? Secondo Wheatley i resoconti dei giornali dell’epoca risentivano anche di “un sottofondo di dissenso da parte dell'establishment, che si adattava perfettamente a una narrazione che faceva molto comodo agli americani”. Non a caso, si riporta del “notevole incoraggiamento della Regina Vittoria nei confronti dei marinai gentiluomini dello yacht America, che visitò il giorno dopo della regata”, cambiando così “la retorica spietata dei media britannici nei confronti del Nuovo Mondo”. Da qui, l'inizio, forse, della “relazione speciale” tra Gran Bretagna e America.

2 reviews
August 6, 2024
This is a highly readable account of the origins of the America’s Cup and an indispensable guide if you are curious about the history of the most famous yachting race in the world. The 37th America's Cup takes place in Barcelona from August this year so this is great preparation.

A leading writer on the America’s Cup, Magnus Wheatley’s painstaking trawl through the archives of the race’s 173-year-old history has enabled some fresh perspectives on how this race actually played out. His pacy narrative is peopled by memorable characters from the swashbuckling Marquess of Anglesey, who donated the trophy in 1848 to the Royal Yacht Squadron, to the urbane John Cox Stephens, one of the owners of the yacht 'America' which claimed the trophy for the New York Yacht Club in 1851, to the railway tycoon James Lloyd Ashbury whose ultimately doomed attempt to regain the trophy for Britain in 1870 gives poignancy to the story. Queen Victoria, plays a starring role - the encouragement given to the crew of the 'America' following their win at Cowes established an increasingly warmer relationship between Britain and America. The monarch’s attitude was in marked contrast to the barbed invective generally aimed towards the New World by the British press. Also revealed are the names of the previously unknown two yeomen of the signals, one of whom uttered the phrase ‘There is no second’ to Queen Victoria as the yacht America ran down the Solent on that memorable day in late August. This seems important as their names are symbolic of the thousands of sailors who manned these boats as they brought sporting glory to the names of their wealthy owners and an enthused public.

'There is No Second' is an excellent introduction to the world of the America’s Cup and also to the debates around how it was subsequently written into the history books. Was it all quite as clear cut as it seemed? Just how groundbreaking was the 'America' as a boat and was there really no second? Wheatley’s conclusions might stir some feathers. I hope that he continues his history into the 21st century as there is so much more to relate.
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