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Alfred Victor de Vigny (1797-1863) was born in Loches (a town to which he never returned) into an aristocratic family. His father was an aged veteran of the Seven Years' War who died before Vigny's 20th birthday; his mother, twenty years younger, was a strong-willed woman who was inspired by Rousseau and took responsibility herself for Vigny's early education.
As was the case for every noble family, the French Revolution diminished the family's circumstances considerably. After Napoléon's defeat at Waterloo, a Bourbon, Louis XVIII, the brother of Louis XVI, was restored to power. In 1814, Vigny enrolled in one of the privileged aristocratic companies of the Maison du Roi.
Always attracted to letters and versed in French history and in knowledge of the Bible, he began to write poetry. He published his first poem in 1820, published an ambitious narrative poem entitled Eloa in 1824 on the popular romantic theme of the redemption of Satan, and collected his recent works in January 1826 in Poèmes antiques et modernes. Three months later, he published a substantial historical novel, Cinq-Mars; with the success of these two volumes, Vigny seemed to be the rising star of the burgeoning Romantic movement, though this role would soon be usurped by one of Vigny's best friends, Victor Hugo. Prolonging successive leaves from the army, he settled in Paris with his young English bride, Lydia Bunbury, whom he married in Pau in 1825.
An English theater troupe visiting Paris in 1827 having revived French interest in Shakespeare, Vigny worked with Emile Deschamps on a translation of Romeo and Juliet (1827). Increasingly attracted to liberalism, he was more relieved than anguished at the overthrow of Charles X in the July Revolution of 1830. In 1831, he presented his first original play, La Maréchale d'Ancre, a historical drama recounting the events leading up to the reign of King Louis XIII. Frequenting the theater, he met the great actress Marie Dorval, his mistress until 1838. (Vigny's wife had become a near invalid and never learned to speak French fluently; they had no children, and Vigny was also disappointed when his father-in-law's remarriage deprived the couple of an anticipated inheritance.)
In 1835, he produced a drama titled Chatterton, based on the life of Thomas Chatterton, and in which Marie Dorval starred as Kitty Bell. Chatterton is considered to be one of the best of the French romantic dramas and is still performed regularly. The story of Chatterton had inspired one of the three episodes of Vigny's luminous philosophical novel Stello (1832), in which Vigny examines the relation of poetry to society and concludes that the poet, doomed to be regarded with suspicion in every social order, must remain somewhat aloof and apart from the social order. Servitude et grandeur militaires (1835) was a similar tripartite meditation on the condition of the soldier.
Although Alfred de Vigny gained success as a writer, his personal life was not happy. His marriage was a disappointment; his relationship with Marie Dorval was plagued by jealousy; and his literary talent was eclipsed by the achievements of others. He grew embittered. After the death of his mother in 1838 he inherited the property of Maine-Giraud, near Angoulême, where it was said that he had withdrawn to his 'ivory tower' (an expression Sainte-Beuve coined with reference to Vigny). There Vigny wrote some of his most famous poems, including La Mort du loup and La Maison du berger. (Proust regarded La Maison du berger as the greatest French poem of the 19th century.) In 1845, after several unsuccessful attempts to be elected, Vigny became a member of the Académie française.
In later years, Vigny ceased to publish. He continued to write, however, and his Journal is considered by modern scholars to be a great work in its own right. Vigny considered himself a thinker as well as a literary author; he was, for example, one of the first French writers to take a s
Il romanticismo aristocratico e pessimista di Alfred de Vigny e la nascita dei poeti maledetti
Eccomi ad aver letto, ancora una volta, uno di quei fragili e minuti volumetti che componevano la Biblioteca Universale Rizzoli originale ed eccomi ad aver letto, ancora una volta, un testo non più pubblicato dalle nostre case editrici. Questa edizione di Stello risale al 1950, e non mi risulta che da allora ne sia seguita alcuna: fortunatamente, la grande disponibilità di titoli BUR sul mercato dell’usato rende facilmente reperibile il volume anche al lettore di oggi. Il libretto che possiedo, acquistato usato anni fa presso una bancarella, reca in prima pagina la firma, curata ma illeggibile, del proprietario originale (di cui ho interpretato solo il nome, Mario) e la data d’acquisto: dicembre 1953, il tutto scritto quasi sicuramente con il pennino intinto nel calamaio. Allo stesso sconosciuto Mario apparteneva peraltro anche Il cugino Basilio, letto poco tempo fa. Se da un lato mi ha quasi commosso ripensare a questo signore e immaginare i motivi per cui i libri da lui acquistati e così minuziosamente contrassegnati siano andati a finire sulla bancarella di un bouquiniste che li ha venduti ad un prezzo stracciato, dall’altro mi sono ancora una volta chiesto per quale (im)perscrutabile motivo ciò che era consentito al signor Mario nell’Italia povera e ignorante dell’immediato dopoguerra, nella quale la letteratura entrava sicuramente in poche case – cioè trovare un libro come Stello in quella che era allora la collana editoriale più diffusa – sia negato a noi oggi. Stello è infatti, a mio avviso, l’ennesimo libro importante ingiustamente trascurato, visto che è una sorta di manifesto romantico sulla condizione e il ruolo dell’intellettuale – termine che per la verità all’epoca (1832) non esisteva ancora, essendo nel testo usato quello di poeta. Va subito detto, che, a mio avviso, il termine romantico è estremamente vago ed inadatto a caratterizzare compiutamente quest’opera, perché il romanticismo fu un movimento (forse sarebbe meglio dire un minimo comun denominatore) che raccoglie sotto le sue ampie ali tali e tante correnti interne, sensibilità artistiche e posizioni politiche diverse che forse sarebbe meglio parlare di romanticismi: è infatti logico riscontrare significative differenze tra i romantici tedeschi e quelli francesi ed inglesi - derivanti in gran parte dalle profonde diversità dei contesti sociali in cui operavano – ma è sicuramente possibile individuare distanze culturali molto più ampie che semplici sfaccettature tra i rappresentanti del romanticismo in ciascuno di questi paesi: per quanto riguarda la Francia, si pensi ad esempio alle indubbie diversità di fondo che caratterizzano l’opera di Hugo, Gautier, Nerval e de Vigny, quest’ultimo essendo latore di una visione marcatamente aristocratica e pessimistica che non costituisce, per così dire, la cifra intellettuale degli altri autori. Alfred de Vigny, poi conte di Vigny, apparteneva infatti alla nobiltà della profonda provincia francese. Quando nacque, nel 1797, l’ordine che sembrava immutabile nei secoli, che vedeva in questa classe il perno dell’ordinamento sociale, non di rado in lotta più o meno manifesta con il centralismo introdotto da Luigi XIV, era appena stato spazzato via dalle convulsioni rivoluzionarie, e l’aristocrazia tradizionale, oltre che delle perdite materiali ed umane cui era andata incontro, soffriva anche e soprattutto di una irreparabile perdita di identità sociale, che sarebbe stata accentuata se possibile dall’arrivo sulla scena della nuova aristocrazia del primo impero. Il giovane Alfred cresce nel culto del proprio lignaggio offeso, con il padre che gli fa baciare ogni sera la croce di San Luigi e li racconta la gesta dei suoi antenati. Alla caduta di Napoleone entra nell’esercito, che abbandonerà solo nel 1828: da quella esperienza trarrà più tardi una delle sue opere più note, Servitù e grandezza militare. Frequenterà il cenacolo di Victor Hugo, scrivendo soprattutto poemi, ed intorno alla metà degli anni ‘30 il suo dramma Chatterton sarà un grande successo. Nel 1837, tuttavia, a seguito della morte dell’amata madre, della fine della relazione con l’attrice Marie Dorval e dei contrasti nati con gli altri esponenti del cenacolo si ritira in un castello del sudovest della Francia, pubblicando pochissimo e scrivendo un diario che sarà edito solo molto dopo la sua morte. Marcel Proust, significativamente, vide in lui il più grande poeta francese del XIX secolo. Stello, una delle non molte opere in prosa di de Vigny, è come detto edito nel 1832, nel periodo di massima attività dell’autore. Poco più di un anno prima la rivoluzione di luglio ha portato la grande borghesia al potere, e ciò non può che acuire il pessimismo dell’aristocratico de Vigny verso le cose della politica. Pochi anni prima ha pubblicato Cinq-Mars, un romanzo storico nel quale, rileggendo l’episodio del complotto del Marchese omonimo per destituire Richelieu, ha esaltato l’eroismo dell’aristocrazia e la sua devozione agli originari ideali monarchici che avevano fatto nascere la nazione francese. Ora egli, nella nuova situazione politica, si pone il grande interrogativo: come deve comportarsi il poeta rispetto al potere? Che ruolo può e deve giocare? Stello è la sua risposta a questo interrogativo, che può essere in qualche modo considerato uno degli interrogativi chiave che sempre si sono posti gli intellettuali e i filosofi nonché gli uomini e gli apparati di potere. Due sono gli unici personaggi del racconto: Stello, un giovane poeta che un giorno si ritrova affetto dai diavoli blu, un profondo disagio verso tutto e tutti, tanto che per disperazione pensa di mettere la sua arte al servizio della politica, e il Dottor Nero, un loico che per guarirlo da questi suoi stravaganti pensieri gli racconta le vicende di tre poeti vissuti pochi decenni prima, di cui è stato testimone diretto, morti tragicamente proprio a causa del loro incontro con il potere e con gli uomini che lo detenevano. Ognuno dei tre è vissuto sotto sistemi diversi, ma tutti sono stati ugualmente loro vittime, sia pure in modo diverso. I tre poeti (le cui vicende sono reali anche se molto rielaborate dall’autore) sono, in ordine: Nicolas Gilbert, poeta satirico francese morto pazzo trentenne nel 1780, Thomas Chatterton, autore di poemi scritti nell’inglese del XV secolo, avvelenatosi diciassettenne nel 1770, e André Chénier, la cui vicenda di poeta ghigliottinato durante il Terrore conosciamo in Italia grazie soprattutto all’opera di Umberto Giordano. La vicenda di Nicolas Gilbert apre le narrazioni del Dottor Nero. Gilbert è stato come detto un autore satirico, feroce critico dell’Ancien Régime nel quale viveva, dell’aristocrazia corrotta e del clero libertino, degradati dall’influsso nefasto dei Philosophes. Emarginato sia dai circoli intellettuali sia da quelli aristocratici, visse gli ultimi anni in miseria (anche se in realtà percepiva un qualche appannaggio reale) e morì pazzo, si dice ingoiando la chiave di un cassetto dell’Hotel-Dieu in cui era ricoverato. Nel racconto il Dottor Nero visita Gilbert dal suo protettore, l’arcivescovo di Parigi, diagnosticandone la pazzia. Chiamato dal re Luigi XV (de Vigny introduce un anacronismo che non ho saputo spiegarmi, visto che nel 1780 quel re era già morto da alcuni anni) per liberare la sua amante da una pulce, Nero chiede al Re di aiutare il poeta, ricevendo dal monarca un deciso rifiuto, visto che i poeti attentano con i loro scritti all’autorità assoluta rappresentando un pericoloso contropotere. Il racconto si chiude con la vivida descrizione della morte di Gilbert, assistito da Nero. Segue la vicenda di Thomas Chatterton, dalla quale de Vigny trarrà, come accennato, qualche anno più tardi un lavoro teatrale. Chatterton crebbe nella parrocchia di Sainte-Mary-Redcliffe a Bristol (tra parentesi, la più bella chiesa gotica della città, vale la visita), imparando a leggere da antichi testi medievali. Sedicenne, scrisse un romance in un affascinante inglese antico, attribuendolo ad un immaginario monaco del XV secolo, Thomas Rowley. Trasferitosi a Londra, scrisse per giornali politici, ricevendo compensi irrisori e morendo letteralmente di fame. Si uccise con l’arsenico nella sua povera stanza nel 1770, non ancora diciassettenne. Nel racconto di de Vigny, il Dottor Nero frequenta la pasticceria della famiglia che ospita Chatterton: Kitty Bell, la giovane proprietaria, lo ama e ogni giorno gli dà di nascosto qualcosa da mangiare. Il Lord Mayor di Londra, Mr Beckford, ha promesso di aiutare Chatterton, e un giorno si presenta nella pasticceria. Nel drammatico colloquio con il giovane cerca di convincerlo ad abbandonare l’inutile poesia per un’occupazione pratica, e gli offre un posto come suo cameriere. Chatterton, profondamente ferito e sdegnato, torna precipitosamente in camera e si avvelena. L’ultimo racconto del Dottor Nero, di gran lunga il più esteso, riguarda la tragica fine di André Chénier, che egli incontra quando è già imprigionato a Saint-Lazare, pochi giorni prima di essere ghigliottinato. Il dottore cerca invano di dissuadere il padre di André dal chiedere la grazia a Robespierre: il potere di quest’ultimo è in bilico, e la cosa migliore da fare è non ricordare all’incorruttibile la prigionia di André, il che significherebbe sicuramente la sua condanna a morte. Il Dottore, chiamato a consulto da Robespierre, assiste impotente, insieme al fratello di André, alla firma della condanna a morte del poeta a seguito delle perorazioni di suo padre, quindi, dalla sua finestra sulla Piazza della Rivoluzione (Place Concorde) alla sua esecuzione. Due giorni dopo Robespierre cade e viene ghigliottinato a sua volta insieme a Saint-Just e Couthon: eroe misconosciuto della vicenda sarà il domestico del Dottor Nero, il cannoniere Blaireau, che si rifiuta di puntare il cannone verso la sede della Convenzione che ha dichiarato fuorilegge il triumvirato. Il libro si chiude con la resa di Stello alle argomentazioni del Dottore, quindi con la sua guarigione dai diavoli blu e con la stesura, da parte del dottore, della sua ricetta, cioè dei comandamenti cui deve attenersi l’azione del poeta. Egli deve dare a Cesare quel che è di Cesare, cioè non avere contatti con la politica, deve essere solitario, non appartenere ad associazioni od organizzazioni, che ne limiterebbero o incanalerebbero l’ispirazione, deve ”Solo e libero, compiere la propria missione”; deve essere come le rondini, guardare il mondo dall’alto e non farsi mai toccare dagli uomini. Da quanto detto emerge come Stello sia da considerarsi uno dei principali manifesti del romanticismo francese: contribuì infatti alla nascita del mito tipicamente romantico, e poi decadente, del poeta maledetto, incompreso e deriso per la sua arte e destinato ad una fine insieme tragica e gloriosa. Ovviamente per costruirne il mito de Vigny si concede alcune licenze poetiche, come aveva già fatto in Cinq-Mars, presentandoci i tre personaggi come poeti vittime della loro purezza: in realtà sappiamo che Gilbert riceveva un sussidio dal Re e che André Chénier fu condannato molto più a causa delle sue attività politiche violentemente antigiacobine e a favore di un costituzionalismo monarchico che per le sue poesie, del resto alla sua morte quasi tutte inedite. Il più puro, il più autenticamente romantico di tutti appare il giovanissimo Chatterton, la cui commovente vicenda non a caso de Vigny tornerà a sviluppare. Il romantico distacco dalla politica che de Vigny propugna in Stello è comunque pienamente, consciamente ed esplicitamente politico, come politicoè del resto tutto il libro. Le tre vicende che compongono l’opera sono infatti ambientate nei tre sistemi politici sperimentati all’epoca di de Vigny: l’assolutismo monarchico, il liberalismo borghese di stampo anglosassone e la repubblica democratica e rivoluzionaria. Ciascuno di questi tre sistemi e delle forme che assume in essi il potere è in conflitto con il poeta, il primo perché lo teme, il secondo perché lo ritiene inutile, il terzo perché deve reprimere ogni forma di dissenso che metta in discussione la necessaria unità del popolo. Potere e poesia sono quindi strutturalmente inconciliabili, e da ciò deriva che il poeta debba agire in solitudine. Tuttavia, anche se i poeti sono destinati a soffrire e a divenire a volte dei martiri, sono superiori al potere perché mentre questo è l’espressione di un determinato momento storico le opere poetiche vere sono destinate all’eternità, come dimostra il fatto che ancora oggi veneriamo Omero a dispetto dell’opinione su lui e sull’arte come mera simulazione della realtà espressa da Platone nella Repubblica. De Vigny nelle ultime pagine del libro, riprendendo i temi già al centro di Cinq-Mars, intona anche un elogio funebre politico alla Nobiltà francese, un tempo casta di Bramini sempre devota alla Francia, schiacciata e fatta a pezzi sia dal potere assoluto del Re sia da quello assunto dal popolo, nonostante abbia sempre operato in favore sia dell’uno sia dell’altro. Stello, nei cui due personaggi sono esplicitamente rappresentati la ragione e il sentimento di de Vigny, è quindi una sorta di seduta di autocoscienza nella quale l’autore esplicita le basi teoriche sulle quali si fonda il suo romanticismo aristocraticamente pessimista, che lo porterà ad essere presto emarginato e ad applicare su di sé il solitario isolamento prescritto dal Dottor Nero, pur non disdegnando, direbbero i maligni, di premere a lungo per essere ammesso all’Académie française. Resta da dire che molte pagine di Stello, in particolare quelle dedicate alla tragedia di André Chénier, sono dotate di una grande potenza espressiva: il colloquio del Dottore con Robespierre e Saint-Just e le successive pagine sul 9 Termidoro valgono da sole la lettura, e questo nonostante una traduzione che ormai mostra tutti i suoi anni, costruita seguendo un gusto ormai distante dal nostro. In attesa di una nuova traduzione, che non so se mai verrà, ho potuto conoscere quest’opera non secondaria grazie al piccolo, fragile libretto grigio appartenuto tanti anni fa al Signor Mario.
Marc Eideldinger dans son introduction à cette édition de GF Flammarion annonce qu'avec "Stello, Alfred de Vigny a montré à Baudelaire et sa génération comment être des poètes maudits. L'article, plus nuancé de Wikepédia, propose plutôt que "Stello" a fait une grande contribution à la légende du "poète maudit". En fait, le projet de Vigny est tout autre; c'est un règlement de comptes avec Platon et les philosophes du XVIIIe siècle s de la plume d'un royaliste.. Vigny raconte trois histoires des poètes qui meurent jeune de façon tragique: -1- Thomas Chatterton (1752-1770): -2- Nicolas-Joseph-Laurent Gilbert (1750-1780); et -3- André Marie Chénier (1762-1794). Vigny est très clair. Le poète qui est fidèle à sa vocation devient inévitable l'ennemi de ceux qui sont au pouvoir ou ceux qui le cherchent. Un noble, Vigny déteste surtout les révolutionnaires qui ont infligé le Terreur à la France. Il insiste cependant que le problème a commence avec Platon qui voulait bannir les poètes de sa République parce qu'ils ne faisaient qu'imiter la vie et refusaient de participer aux débats dialectiques qui visaient à améliorer le monde. Vigny voit les choses d'autre oeil. À son avis Homère le poète vaut plus cher que Platon le philosophe. Le poète communique la beauté divine à son public. Le philosophe incite les gens à s'entretuer et à persécuter les artistes. Vigny dit clairement que le poète ne doit jamais se mêler de la politique. Ce que l'on trouve chez Vigny est l'expression de la révolte romantique contre la raison. Il n'est pas le précurseur de Baudelaire et sa génération des poètes bohémiens.
This is a sort of Socratic dialog between a man and his therapist/alter ego. If you've read Cicero's Republic, there are some similarities. In the same way the Cicero went through three forms of governments, discussing their benefits and drawbacks, Vigny discusses the treatment of three forms of government towards artists, specifically poets. Spoiler alert...none of them are good. The discussion is pretty one sided, with Dr. Noir making his points in the form of short stories. Each story pulls details from the life of an actual poet. It's very interesting, and some of his political observations are quite entertaining. Vigny came from an aristocratic background and seems to have little use for elected politicians. He's not very complimentary of royalty, either.