La storia del giovane orfano Timoteo, cresciuto in una grande casa piena di ragazze bellissime e abilissime narratrici di novelle fatate, allevato da un cuoco-frate-brigante a suon di racconti di ribaldi avventurieri e bombaroli, i calcagnanti del titolo, e con la testa piena delle superstizioni inculcategli dalla vecchia domestica Pia, è un romanzo di formazione fra l'avventuroso, il fiabesco e il picaresco, dove la trama, solida ma semplice, risulta quasi un pretesto per dar vita alle centinaia di storie minute che popolano queste pagine, vere protagoniste di una narrazione altamente romanzesca, in grado di mettere in scena un utopico mondo alla rovescia, una gran fiaba al contrario dove i valori sociali e morali risultano completamente sovvertiti, in cui re e principi devono essere inesorabilmente assassinati per il bene del popolo, mentre i banditi e i masnadieri, tutti mossi da principî anarco-socialisti, sono i soli veri eroi; e Timoteo non ha pertanto ambizione più grande che quella di diventare un giorno un vero calcagno e ricoprirsi di gloria e onori come i protagonisti delle storie con cui è cresciuto, nelle quali è facile cogliere l’ispirazione a racconti più antichi, alla tradizione orale dei paesi, alle fiabe, al folklore, alle leggende, giù giù sino alle ballate medievali e al Roman de Renart, che quel mondo alla rovescia lo aveva, se non inventato perché è un topos vecchio come la notte, di certo esaltato con estrema sagacia.
I contorni del mondo in cui Timoteo si muove sono nebulosi, spesso realtà e finzione si fondono; la cucina della Casa della Buona Volontà riecheggia, oltre che degli strepiti di fra' Gaetano e della vecchia Pia, degli echi ippoliteschi della cucina di Fratta, e tuttavia qui ci troviamo in un passato, probabilmente d’ispirazione lombarda, volutamente indeterminato e temporalmente indeterminabile, più metafisico che storico, quasi un passato dell'anima.
L'uso che l'Autore fa della lingua ha una duplice valenza, se da una parte utilizza una buona dose di leggerezza per trasporre tutta l’inconsapevolezza dello sguardo con cui il fanciullo Timoteo assiste e partecipa agli eventi, dall'altra presenta una qual certa originalità la scelta d'aver rispolverato e, suppongo, in parte reinventato ad hoc l'antico furbesco, la non-lingua degli esclusi dalla società che qui diventa la parlata in contrappunto di chi la società la vuole ribaltare, di quei dritti della Birba che bavardano fra loro in serpentina mentre gabbano gonzi e bracchi stando ben attenti a non finir mai in buiosa.
Sotto quest'aspetto la vicenda del giovane Timoteo assume i tratti di un intrattenimento dotto e al contempo fiabesco, di conseguenza accessibile a tutti e, come ogni racconto favolistico che si rispetti, anche I calcagnanti persegue una morale: il più grande tesoro popolaresco sono i racconti della tradizione tramandati di bocca in bocca, guai a dimenticarli, perché senza di essi perderemmo parte della nostra identità.
Secondo fra’ Gaetano le streghe non esistevano, ma se esistevano erano socialiste e il problema non erano loro ma i principi, che fossero azzurri o di qualsiasi altro colore. A dire la verità non sembrava gli dispiacesse troppo quando la vecchia Pia raccontava le sue fiabe a Timoteo, anche se erano meno avvincenti di quelle della Ninetta, e sebbene bofonchiasse a volte i suoi “baggianate, baggianate da beghine” diceva anche che le storie del popolo erano più importanti di quelle che i signori scrivevano nei loro libri, e che il giorno che i padroni fossero riusciti a portare via tutte quelle storie e il popolo se le fosse dimenticate e avesse potuto solo comprarle un tanto alla pagina, sarebbe stato il giorno che i padroni avevano vinto.