La testa di Fairùz è piena di domande, le domande tipiche di ogni tredicenne, ma anche quelle di una giovane musulmana che vive insieme alla sua famiglia in un quartiere multiculturale di Milano. E un tema assegnato dalla prof di italiano le porta tutte a chi sono io? Che cosa fa di me una ragazza italiana e che cosa una ragazza di origini arabe? Perché non posso essere entrambe le cose? Perché le persone ci danno delle etichette invece di provare a conoscerci? Quando un'associazione culturale propone ai ragazzi del quartiere di fare gruppo e realizzare insieme un murales, non tutti reagiscono allo stesso modo, perché non tutti hanno ancora capito che la diversità è una ricchezza, e ad alcuni, come alla banda di Mario - il bullo che sembra capace di interagire con gli altri solo attraverso commenti razzisti -, la diversità fa molta paura. E non tarda a dimostrarlo... Attraverso lo sguardo di una protagonista irresistibilmente genuina e curiosa, Sumaya Abdel Qader ci racconta, con la consapevolezza di chi le ha vissute in prima persona, le sfide e le paure, ma anche le opportunità e la bellezza che la multiculturalità ci offre.
Mi è piaciuto molto questo libro, che propone un punto di vista a me del tutto estraneo, ma affascinante da scoprire. Un libro che andrebbe fatto leggere a scuola.
Forse uno dei migliori libri per ragazzi letti nell'ultimo anno. Una storia su complessità, crescita, pregiudizi, discriminazione e la difficoltà di oltrepassarli.
La trama non è delle più robuste e il tono un po’ didascalico, ma mi è comunque sembrato un libro che riesce a comunicare sullo stesso piano dei ragazzi a cui è rivolto e a trattare temi interessanti (in particolare, la questione identità-cittadinanza e la presenza di pregiudizi inconsci anche in chi ne è a sua volta bersaglio).
Fairuz è una ragazza italiana di origine giordana, musulmana. Ha appena cominciato la terza media. Durante le vacanze estive avrebbe dovuto scrivere un tema per raccontare la storia della propria famiglia, parlando poi di sé e dei propri sogni. Fairuz non l'ha svolto: a tredici anni, non è facile capire chi si è, soprattutto se la propria identità abbraccia culture diverse.
Ho trovato il libro sincero, ma un po' didascalico: come in quasi tutte le storie scritte con un dichiarato intento educativo, qualcosa nella narrazione non funziona. Alcune cose che non mi sono piaciute, in ordine sparso: - tutti gli adulti del racconto sono fari di saggezza e lungimiranza. I genitori di Fairuz, pur nella loro umana imperfezione, sono due persone eccezionali: aperti, progressisti, attenti, teneri, complici. La prof. di italiano è altrettanto straordinaria - e lo è anche Mika, un carismatico educatore di strada che trova sempre le parole giuste. Insomma, gli adulti che ruotano intorno a Fairuz sono, nella quasi totalità dei casi, luminose stelle polari. Le famiglie disfunzionali degli amici, lo zio integralista, il professore di scienze che storpia i nomi stranieri rimangono invece sullo sfondo. Peccato: se fosse stato concesso loro più spazio, la narrazione avrebbe acquistato spessore. - nonostante una delle sezioni del libro si intitoli "scontri", i conflitti presenti nel libro sono piuttosto deboli: nel momento esatto in cui si manifestano, se ne intravede già la soluzione. Il lettore intuisce fin dall'inizio che le tensioni si scioglieranno quando i protagonisti impareranno ad abbracciare la complessità dell'esperienza e della storia di ciascuno. E accadrà: su questo, chi legge non può avere dubbi. L'importanza di "trovare ricchezza nella diversità" viene ribadita continuamente, pagina dopo pagina. I temi del libro sono dichiarati, urlati a squarciagola a ogni occasione utile: un altro aspetto che non ho apprezzato. - lo stile è davvero spoglio, povero di immagini. Capisco e apprezzo l'intento di scrivere un romanzo accessibile a tutti (anche a chi non ha competenze linguistiche solide), ma il confine tra semplice e banale, in questo caso, è davvero labile.