Si potrebbe dire che dentro un libro come questo, in cui la forma di un romanzo si scompone e si frammenta, i fantasmi della vita si muovono con più naturalezza, si permettono pause, giocano con la nostalgia, si interrogano sul tempo, e sulle intermittenze del presente. I personaggi di Anna Voltaggio sono dentro la nostalgia di un inconoscibile passato, conoscono l’amore soltanto come una forma illusoria, vivono di tenerezze incerte, di desideri rimasti in sospeso, di sentimenti da tenere a bada; e accendono bagliori improvvisi su vite di cui non ci serve sapere più di quanto viene accennato. Spiegano l’erotismo senza dirlo, il piacere senza inseguirlo, modulano l’attesa come un puzzle incompleto, dove le tessere che mancano generano un altro disegno, e mostrano l’errore come unica forma possibile di libertà. In queste pagine popolate di voci perdute sembra che arrivi di tanto in tanto il rumore della vita, dove il futuro si mescola al passato come un paradosso, in un presente che non rinuncia a nulla eppure si smarrisce di fronte ai sogni e ai desideri. In questo libro d’esordio, Anna Voltaggio chiude i conti con ricordi, desideri e ossessioni scegliendo dettagli, cucendo assieme con scrittura asciutta e decisa, che non dimentica le ferite, storie che mettono in luce tutte le nostre incapacità, tutti i nostri difetti troppo umani. «Le silhouette dei personaggi che si inseguono fra un racconto e l’altro, con grazia involontariamente eroica e perciò spesso erotica, camminano sul ghiaccio più sottile, in bilico su cataclismi che non scoppiano mai – o forse sì? Ma non è questo che conta. Quello che conta è lo sguardo affilato, tenero e crudele, con cui Anna Voltaggio li osserva e ce li porge, come regali da maneggiare con cura». Ilaria Gaspari «Siamo tutti fatti della materia sensuale e sfuggente irradiata dai dialoghi di questo libro, dell’impercettibile svanire di ciò che proviamo. I racconti di Anna Voltaggio sono soglie e soste, attimi-imbuto dentro cui vediamo scivolare vite intere, che si incontrano giusto per il tempo di lasciarsi andare». Nadia Terranova
«A volte penso che in fondo so tutto. E allora? Allora niente».
I racconti sono difficili, non è un caso se molti scrittori di romanzi quando scrivono racconti spesso siano insoddisfacenti, e molti scrittori di racconti lo siano altrettanto. Il racconto, che sia quello nel quale si svela via via un enigma, e nel finale tutto si rende chiaro con sgomento, vedi Alice Munro, sia quello nel quale le epifanie sono diffuse e discrete durante il racconto, penso a Lucia Berlin, e il finale aperto rimanda ad altro, be’ hanno bisogno di intensità, umorismo, variazione, curiosità, uno stile che sia originale, fin da principio. Anna Voltaggio trovo che lo sappia fare, mi è sembrato chiaro già dal primo racconto.
Per esprimerci nel mondo delle vaghe stellette, questi 13 racconti, lungo ognuno dieci pagine, sono tutti notevoli e si situano tra le 4 e le 4 stellette e mezza, sino a 5. Ce ne sono alcuni che svettano, ne dico almeno due, “Tommaso” e “Verla”. Hanno titoli di nomi maschili o femminili, il primo, “Clara”, storia di un incontro tra una amante e il suo amante, fa entrare subito nell’atmosfera della raccolta. Quando lei si sfila il vestito, nel racconto si descrive il suono della spilla di metallo che batte sul pavimento, c’è molta attenzione ai particolari, al momento che poi si brucia. Una raccolta di racconti nella quale, come accade per Yasmina Reza in “Felici i felici”, alcuni nomi ricompaiono in diverse vesti in altri racconti, è un mondo di persone perlopiù quarantenni non propriamente insoddisfatte o evanescenti, il titolo molto bello, in fondo lo dice, la nostalgia che avremo di noi, per tutto questo aver visto, sentito, pensato, immaginato e adesso boh. Nota finale: non sono racconti intrisi di sentimentalismo o nostalgie che bloccano, c’è una sensualità sbadata che trovo sia la cifra principale, penso allo splendido racconto intitolato Tommaso, tutti i personaggi sono pragmatici, immersi nella vita quotidiana, mal di denti, tendinite, insonnia, stress, soffrono perfino di una malattia chiamata contentezza.
(La copertina dell’editore Neri Pozza è a cura di Alice Canosi, davvero bella)
“Scrive sul suo corpo abbassando il mento e guardando sé stessa: la – nostalgia – che avremo – di noi.”
Clara, Lucilla, Nina, Vita, Arturo, Lorenzo, León, Penelope, Verla, lole, Tommaso, Ulisse e Cartesio sono i nomi dei protagonisti di queste storie, apparentemente slegate che sono accomunate da un filo conduttore: storie di uomini/donne che hanno fissato la propria vita ad un chiodo da cui, per un motivo o per un altro, non riescono a staccarsi. Uomini e donne che non riescono a cambiare, che fanno continuamente promesse che non possono mantenere. Uomini e donne pavidi, che non rischiano, con il cuore bloccato dalle paure, incapace di “saltare oltre l’ostacolo”. Cuori condannati a vivere nella nostalgia, perché si negano il diritto di essere felici
“Sarah non pensa al tempo che passa e neanche al tempo che rimane, vive come se trovasse sempre qualcosa di nuovo, io invece come se l’avessi perso o riposto da qualche parte che non ricordo. La nostalgia per Sarah è un sentimento ambiguo e sembra che viva in un costante futuro a portata di mano. Io no, io vivo in un respiro presente, regolare e costante, in una placida monotonia che non può essere interrotta. Sono lucida in questa uniformità e me ne prendo cura.”
Cuori in perenne attesa di ciò che potrebbe accadere e non accade, in bilico tra passato e futuro, schiacciati e vinti dalla paura del fallimento, incapaci di sacrificare la propria comfort zone: famiglia, lavoro, affetti, abitudini
“Un giorno, […] le avevo detto: «Non mi manca niente». «Ti manca il coraggio». Sarah non sa niente di coraggio. Per essere felici ce ne vuole tantissimo. Le pare che tutto si possa decidere cosí su due piedi, non sa tentennare e crede che il mondo la perdonerà sempre, ma la sua improvvisazione costante è soltanto un’attesa.”
Cuori irrisolti, attanagliati dall’incompiutezza, con la paura costante del futuro e la nostalgia di un passato che distrugge il presente, perché è tremendamente faticoso mantenere tutto esattamente com’è.
Il racconto che mi è piaciuto di più di tutti è l’ultimo, Cartesio, un sommelier che, per il covid-19, perde l’uso dell’olfatto e del gusto e che per questo è costretto ad abbandonare le sue certezze, a dubitare, ad azzardare
“«A provare i dadi per lasciare andare le illusioni e accettare la sconfitta. Cosí potrà vedere cosa c’è oltre». «È stata una giornata molto lunga» dice Cartesio perché non si sente a suo agio. «Alcune giornate sono molto lunghe per essere sorprendenti. Dovrebbe entrare». «Non ho neanche soldi da poter giocare». «Qui non servono i soldi». Cartesio la guarda perplesso. «E cosa allora?» «Il coraggio». Cartesio torna a guardare oltre la porta, gli sembra che la sala, il tavolo da gioco, i dadi, abbiano acquisito una nitidezza che prima non avevano. Gli sembra, in quel momento, di avere messo a fuoco come stanno le cose.”
Comincio l’anno con il libro di esordio di Anna Voltaggio, da molti anni lavora nell’editoria e ha per la prima volta superato l’argine per diventare a sua volta scrittrice. La scelta è stata di scrivere un libro di racconti; scrivere racconti non è facile ma io credo che ci sia riuscita benissimo, con equilibrio e con uno stile asciutto e rigoroso. I protagonisti dei racconti sono essenzialmente dei quarantenni, fotografati nel momento in cui prendono consapevolezza del furto che è stato fatto alla loro generazione, del futuro. Tutte le generazioni precedenti hanno vissuto e sperato in un mondo migliore, a loro questo non accade, vivono nella precarietà, senza un tracciato da seguire, compiendo continuamente degli errori; nostalgia dunque, di quello che avrebbe potuto essere e non è stato, sensazione di incompiutezza, occasioni mancate e responsabilità da assumersi. Per me è un buon libro, non omogeneo forse, ci sono racconti molto belli, altri un pochino di meno, ma comunque una scrittrice da tenere d’occhio e non sottovalutare.
Una bella scoperta, questo libro. Non è facile scrivere 13 racconti, farlo bene, riempirli di delicatezza e poi intrecciarli in modo sottile. Non è facile nemmeno da comprendere, un libro come questo. La scrittura si fa specchio dei caratteri e dello stato d'animo dei personaggi, quindi è incostante, variabile tra un capitolo e l'altro: in alcuni è rilassata e procede piano piano, in altri è scattante, quasi scostante. Riflette la psiche di chi narra, che è perfettamente messa a nudo. I personaggi sono ben costruiti, a volte evanescenti, ma per questo funzionano: possono essere chiunque, e invece sono proprio loro. Piccole manie e grandi cuori da riempire, un po' come chiunque. C'è un occhio attento ai dettagli, che li osserva e li racconta come fossero favole, la smania per ciò che dovrebbe essere privo di significato e invece lo contiene tutto. E c'è poesia, ovunque. In ogni immagine, quasi dipinta. I personaggi si muovono in esistenze in bilico, chi è in procinto di chiudere un matrimonio, chi l'ha già chiuso, chi si innamora di un pazzo, chi è amante, chi è solo. Le loro sono storie diverse, che hanno in comune una nostalgia indistinta, per la vita o per quello che avrebbe potuto essere e non è. Tutte ugualmente belle.
È una bella raccolta di racconti, scritta da una penna raffinata, con delle belle idee e un bel prosare. I racconti che hanno i nomi da donna sono, secondo me, i più riusciti con un paio davvero notevoli che mi hanno fatto, per un momento, gridare al capolavoro. Poi arrivano quelli con i nomi maschili e ci si perde un po', anche il linguaggio mi è sembrato meno curato. Nel complesso un buon libro, con un titolo bellissimo, ma solo per chi ama i racconti.
Io amo i racconti? Sì se sono i capolavori indiscussi della Munro ma ce ne sono anche altri che mi hanno colpito. Come quelli della Parrella dei primi tempi e questa raccolta me l'ha ricordata un po'. Un'autrice da tenere d'occhio, perché la sua scrittura è stata, a tratti, folgorante. Qualche delusione lungo il percorso, ma ci sarà tempo.
Piccolo mondo infelice Ad un'iniziale sensazione di disorientamento è seguita la realizzazione che tutte le storie sono in qualche modo collegate perché i personaggi ritornano e ci sono dei temi ricorrenti, per cui mi sono trovata a riflettere sulla verità, sul coraggio, sull'errore, sull'amore non corrisposto e sull'incapacità di amare e di vivere. I rapporti presentati nei vari racconti sono di vario genere: rapporti tra amanti, tra coniugi, tra sorelle, tra genitori e figli o tra amici. Ogni personaggio ha la sua unicità ma diventa un elemento di questo romanzo corale che, mostrandoci tante imperfezioni, ci invita a guardarci dentro per capire cosa desideriamo e poter poi scegliere la vita che fa per noi, senza temere le cadute perché si tratta di esperienze comuni che sono necessarie per imparare, crescere e finalmente cambiare.
13 Racconti. Il tema collante di tutti è l’amore: amore per qualcuno che ricambia o no, amore che finisce, l’amore verso gli altri, verso se stessi… Questo libro è uno di quelli che mi lasciano “orfana” perché ho il grande rammarico di non sapere come continuano i racconti, dove vanno a finire, e rimango sospesa in quel limbo. Come dicevo belli i racconti e anche la scrittura, ma non avendo trovato in nessuno di essi una vera conclusione per me
"Il treno intanto è partito come una possibilità dall’esito incerto. La sicurezza di farcela è solo un calcolo di probabilità, pensa Vita, una questione statistica, tra il punto di partenza e quello di arrivo ogni cosa è precaria, la perfetta linearità dei binari non conta niente quando un treno ci corre sopra a trecento chilometri all’ora."
Mi sono piaciuti molto questi racconti, così tondi e ben costruiti e veri, intrecciati, anche, così da sembrare un po’ un romanzo. L’unico difetto è quello di tutti i racconti: ti lasciano con la fame, come un buon antipasto a cui non segue nulla.
Spaccati di vita in piano sequenza, scritto molto intensamente. Mi ha restituito la sensazione di un viaggio in treno non particolarmente lungo ma che non dimentichi.
Molto ben scritto, racconti evocativi e intensi tutti in qualche modo intrecciati tra loro. Avrei solo voluto fossero un pochino più lunghi. Ottimo esordio!