Di “Zonenkinder”, il libro in cui Jana Hensel racconta la sua infanzia vissuta nella Germania Est, la Wende avvenuta durante la sua adolescenza, e la prima giovinezza passata nella Germania occidentale o occidentalizzata a forza, ho già scritto. Come ho scritto del suo disagio di vedersi privata di un passato universalmente definito come “erroneo” nonché del vedersi calare addosso, a lei e al suo mondo, un sistema di valori a cui ha dovuto adattarsi con grande sforzo. Questo libro è uscito come un'appendice a quello, e raccoglie una serie di articoli critici pubblicati su vari periodici, un’intervista a lei, alcune lettere che le sono arrivate, alcune recensioni pubblicate su Amazon dai lettori del suo libro. Oltre alle solite polemiche molto “comode” dei benpensanti occidentali (ad esempio di aver dato una visione idilliaca e parziale della DDR - peraltro non è nemmeno vero) ci sono state una serie di questioni collaterali; innanzi tutto se ci si trovasse di fronte a un memoriale, a un saggio o a un’opera letteraria, come se incasellare il testo da una parte piuttosto che dall’altra dovesse per forza fare la differenza (a nessuno viene in mente un certo Saviano?) e, soprattutto, sull’uso del “noi” collettivo utilizzato dalla Hensel, come se prendesse la parola a nome di un gruppo non piccolo di persone, i “bambini della zona” appunto (Zona era un termine generico che i tedeschi dell’Ovest utilizzavano per definire l’Est, per non riconoscerne nemmeno verbalmente l’esistenza come “altra” Germania - un luogo provvisorio, un relitto della guerra e non molto altro). Questo uso del “noi” ha creato molte discussioni; alcuni lettori dell’Est vi si sono ritrovati e hanno condiviso la posizione della Hensel; altri invece l’hanno contestata, ritenendo che si fosse arrogata un diritto di parlare a loro nome che nessuno le aveva dato. E’ da ciò che deriva il titolo di questo libro, “die Zonenlinder und wir”, dove “noi” (wir) non significa noi lettori, ma il tanto discusso “noi” utilizzato dalla Hensel.