Cosa fare quando la persona che ci è più cara si ammala, lottare fino all’ultimo, sognare addirittura di sconfiggere la malattia, o accettare che il distacco è un destino ineluttabile, e che la vita continua? Perdutamente è un romanzo basato su una storia vera che si svolge in una Napoli convulsa e surreale, un inquietante modello di degenerazione metropolitana. È la storia di una famiglia – tanto allargata quanto scombinata – che si trova ad affrontare una delle emergenze più frequenti della vita di oggi: assistere l’anziana madre e nonna che si sta ammalando di Alzheimer. Tutto comincia con un viaggio che la donna ha cercato di intraprendere in segreto. Viene recuperata alla stazione, in stato confusionale, e nessuno riesce a capire dove volesse andare o da chi. È un piccolo enigma, reso più oscuro da una misteriosa lettera-testamento scomparsa, sul quale si favoleggia: vecchi amanti, luoghi sacri del passato... La malattia si aggrava, la convivenza con la donna – che dentro la sua mente è tornata bambina ai tempi del fascismo – si fa ingestibile, ma i suoi stravaganti familiari vogliono scoprire la destinazione di quel viaggio, e decidono di resistere. È l’occasione per un confronto struggente, eppure dai risvolti esilaranti, che penetra nei lati più riposti del rapporto tra genitori e figli. Ma i figli di oggi, sono davvero capaci di essere genitori o sono “figli per sempre”? Tra latitanza e inefficienza dello Stato, mentre si consuma una delirante battaglia burocratica per ottenere la pensione d’invalidità, la famiglia riscopre il proprio senso. Figli e nipoti si trasformano in “badanti estremi”, pronti a creare intorno all’anziana donna un’incredibile messinscena per realizzare il suo sogno di incontrare San Gennaro. Finché la lettera che lei aveva scritto prima di tentare invano di partire spunta fuori. Una lettera che svela tutta l’immensità dell’amore di una madre per i propri figli, e li spinge più che mai a rimanere in trincea fino all’ultimo, perdutamente accanto a lei.
Un po' Paolo Maurensig, Un po' Massimo Gramellini, ma 100% Flavio Pagano. Il primo me lo ricorda per il lessico forbito e di alto registro, seppur spesso piuttosto diretto; il secondo perchè sovente l'autore si soffermava a filosofeggiare sul senso della vita, sulle molteplici possibilità di rivelazione dell'amore -in questo caso specifico l'amore di una madre verso i propri figli e quello che di rimando essi provano per colei che li ha generati, cresciuti, protetti sin dal primo vagito. Un viaggio incredibile alla scoperta della sgangherata quotidianità di una famiglia napoletana, stravolta dall'Alzheimer, patologia subdola, difficile e purtroppo ancora sconosciuta. Un romanzo emozionante e pieno di patos, che coinvolge il lettore fin dalla prima riga, sottoponendolo a una serie di interrogativi di registro pressochè esistenziale. Una prosa brillante, sostenuta con coraggio e abile maestria, oltremodo ricca di spunti di riflessione; spesso ho inforcato la matita per sottolineare il nero su bianco delle pagine. E' il trionfo della vita, che proprio dietro alla morte e alla malattia, in un perfetto paradosso, si mostra in tutto il suo splendore, in tutta la sua forza, con il suo vestito più bello. E nella corsa per la salvezza di chi amiamo senza riserve ci rendiamo conto che in realtà, in un moto di probabile egoismo, chi vogliamo salvare è noi stessi.
Questo libro è la storia vera di una famiglia del napoletano che ad un certo punto viene sconvolta dalla malattia della madre. Già il titolo si può interpretare come un gioco di parole, perduta- mente uguale a mente perduta, persa come quella di questa mamma, che perde quasi tutto, il senso dell’orientamento, del tempo, della famiglia. Ed ecco che allora tutta la famiglia, a cominciare da uno dei figli, entra in gioco e si rimette in gioco per accudire questa mamma tornata bambina, bisognosa di cure, di affetto e di guida. Ci si aiuta con molta ironia a combattere le insidie di questa malattia, non sempre si riesce e si rompono gli equilibri già precari delle famiglie di oggi. Si legge bene fino a circa metà poi pian piano, come il titolo, sembra perdersi pure il libro e la storia insieme, fatta di tante verità ma anche di tante stranezze quasi forzate nel racconto, pieno di fantasmi più o meno inventati secondo me.
Ma il libro non doveva parlare di una mamma malata di Alzheimer? Invece la storia è incentrata su una famiglia disfunzionale. Con disgressioni filosofiche dello scrittore sulla vita. Il libro a tratti mi ricordava fastidiosamente 'Così parlò Bellavista.' Non ho capito se l'insieme dovesse far ridere o piangere; i nomi dei figli Piernunzio e Gianciro... se aggiungeva un altro figlio di nome Carcarlo il quadretto sarebbe stato più completo. Non ho capito la funzione dei vari episodi. Cosa significa la storia del B&B? E la sceneggiata degli angeli? E la notte passata in fondo al pozzo (tra l'altro sarebbe stato interessante capire dove il prigioniero avrebbe fatto i suoi bisognini durante la prigionia). Insomma ho trovato questo libro veramente pessimo.
Bellissimo racconto della storia della famiglia che si trova alle prese della malattia della nonna. Oltre Guareschi dello Zibaldino. Ogni frase è piena di significato, è un libro che dopo essere letto deve essere riletto per catturare altro livello di profondità.