Il romanzo si snoda nelle terre del medio Friuli tra il 1526 e il 1529, periodo in cui il pittore Giovanni Antonio de' Sacchis, "il Pordenone", dipinge le tele per la pala dell'altare della chiesa di san Lorenzo; mentre schizza i bozzetti preparatori e commissiona allo speziale del luogo i colori, la pacifica contea di Varmo é scossa da oscuri omicidi, compiuti privando le vittime del cuore. Il comandante della guarnigione del castello, non riuscendo a far luce sulle morti si trova supportato nelle indagini da prete Michele e da Martino da Madrìsio, speziale e alchimista; tra una messa e un'indigestione, pre' Michele distrae Martino dai suoi uffici di speziale e dalla mugnaia Mèliga, conducendolo in lungo e in largo attraverso le contee, alla ricerca dell'assassino.; ma il movente rimane oscuro e i due stentano nel procedere verso la verità. Alcuni uomini straordinari, che appartengono a quella schiera di sciamani votati al Bene, conosciuti nel Friuli del XVI secolo con il nome di benandanti, vengono in loro aiuto; dalle loro visioni e dalle battaglie combattute in spirito a ogni cambio di stagione contro l'esercito del male, sanno che un immane pericolo minaccia uomini e natura.
Ho acquistato il libro tempo fa, convinta soprattutto dal riassunto offerto dalla seconda di copertina: si promettevano un'ambientazione nel Friuli cinquecentesco - con tutto ciò che a livello storico e folklorico la scelta comportava - e una serie di misteriosi omicidi da risolvere. Beh, non si può dire che la sinossi mentisse, né si può dire che l'autore abbia curato poco il suo lavoro di documentazione, il che dà alla storia una patina molto caratteristica. Nondimeno, a livello puramente narrativo, il libro ha, a mio modesto parere, dei problemi, e se alcuni possono tutto sommato ascriversi al mio gusto peculiare (e quindi sono problemi per me, ma non necessariamente per qualcun altro), altri temo siano più gravi e mi stupisce che non siano stati notati in fase di editing. Il Giardino del Benandante racconta fondamentalmente dell'indagine svolta dallo speziale Martino e dal prete Michele su alcune morti cruente e misteriose che turbano la quieta vita dei borghi di Varmo e Belgrado, nella Bassa friulana. Si scoprirà che a monte vi è un diabolico piano di vendetta tramato da una sopravvissuta all'eccidio della Zobia Grassa - diabolico in senso proprio, perché la donna ricorre ai servigi di uno stregone per prendersi la rivincita sui nemici, identificati nella famiglia Savorgnan, e il piano prevede nientemeno che la deviazione del fiume Tagliamento per travolgere il castello di Belgrado, proprietà appunto di questi ultimi, in occasione del matrimonio di uno degli esponenti del clan, così da estirpare in un colpo solo l'intera stirpe. Le prime uccisioni, però, arrivano davvero molto tardi nel libro - se non ricordo male, verso la fine della prima parte, e comunque il ritmo delle vittime cresce solo una volta giunti alla seconda. Questo perché tutta la prima parte è occupata da una parentesi tutto sommato minore che riguarda la preparazione di colori magici per una pala commissionata ad un pittore locale. E' vero che questa pala alla fine della storia servirà come strumento rivelatore e quindi è giusto che sia stata menzionata, ma lo spazio che le viene dedicato è seriamente spropositato, il che ritarda immensamente l'inizio dei giochi - ricordo di aver controllato almeno un paio di volte la sinossi iniziale perché a un certo punto credevo di essere stata imbrogliata. Questa tendenza alle ampie digressioni, che occupano troppo spazio narrativo e che spesso nemmeno trovano una giustificazione nella trama successiva, è uno dei problemi principali. Un altro problema, che va a braccetto con quest'ultimo, è la sovrabbondanza descrittiva. L'autore, come ho detto, si è documentato molto bene e sembra tenerci davvero molto a inserire tutta una serie di dettagli e minuzie per rendere più vivido l'ambiente che descrive. Il che non è un male di per sé, ma lo diventa quando questo piacere per la descrizione diventa bulimico - come ad esempio all'inizio, quando viene illustrato praticamente ogni angolo e ogni dettaglio della bottega dello speziale Martino. Questa è sì uno scenario piuttosto ricorrente, ma nulla in quella descrizione è rilevante per la storia in sé, se non l'unico dettaglio del quadro dell'arcangelo Michele. Che ovviamente il lettore perde di vista subito, sommerso com'è dalle informazioni di quanti vasi sono disposti sugli scaffali, di cosa sono fatti, di cosa contengono ecc. E questa sovrabbondanza sfocia spesso anche nell'ostentazione dotta fine a sé stessa - a un certo punto l'autore spinge i personaggi a discutere su cosa sia l'ossimiele o blocca il pittore di fronte alla porta dello speziale costringendolo a riflettere sul significato simbolico di un uroboro. Non ha nessuna utilità per il prosieguo dell'azione, nondimeno dev'essere precisato. Altra caratteristica che mi ha fatto storcere il naso è lo stile scelto per i dialoghi, palesemente artificioso. Tutti i personaggi usano lo stesso registro - un italiano colto, con un tocco di desueto per renderlo più d'epoca, credo - che siano conti, alchimisti, preti, garzoni, mugnai o fabbri ubriaconi. Certo, questa è una scelta precisa, non è obbligatorio aderire al realismo a tutti i costi. Personalmente però ho trovato che così anche le parti dialogiche, solitamente più incalzanti e snelle, finissero per appesantirsi. Ultima nota 'soggettiva': a volte ho avuto l'impressione che il libro non sapesse bene a che pubblico rivolgersi. A volte si ha l'impressione che l'autore volesse scrivere fondamentalmente una storia friulana per Friulani. Altre volte, però, aggiunge al narrato delle chiose che a un Friulano davvero non servono, come se invece si preoccupasse di rendere chiaro il discorso a un pubblico più eterogeneo. Mi spiego meglio con un esempio: a un certo punto vengono menzionati alcuni piatti tipici come il frico e la brovada. Sono istituzioni gastronomiche della regione: piacciano o meno, chiunque viva qui sa di cosa si tratta, eppure l'autore ci tiene a spiegare che piatti siano e come si preparino. Poche righe dopo, però, fa citare a un suo personaggio la Val Degano: dubito che un potenziale lettore di Milano o di Palermo possa avere idea di dove si trovi, ma stavolta nessuna indicazione sussidiaria, nemmeno vaga, viene aggiunta. I difetti più gravi, però, sono altri e riguardano alcuni anacronismi (procedure autoptiche di default all'inizio del '500? Non credo fosse una prassi lecita...) e alcuni buchi logici che non credo si possano giustificare in nessun modo, nemmeno appellandosi all'elemento fantastico che pure è presente. Come già spiegato, il piano malefico consiste nel colpire i Savorgnan nella loro roccaforte, il castello di Belgrado, deviando il corso del fiume Tagliamento affinché lo investa e travolga tutto il clan riunitosi per un matrimonio proprio lì. Il suddetto piano sarebbe stato ordito molti anni prima dal patriarca della famiglia antagonista Della Torre e non sarebbe stato messo in atto a causa dello scoppio della Zobia Grassa e dell'uccisione dello stesso patriarca Della Torre nei tumulti. Ma a) come poteva sapere il Della Torre che i Savorgnan avrebbero deciso di celebrare un matrimonio e di riunirsi tutti insieme in quell'occasione (cosa piuttosto improbabile, visto che al tempo il clan era diviso da faide interne)? E soprattutto, problema ancora più grande, il castello di Belgrado venne assegnato alla famiglia qualche anno DOPO la Zobia Grassa: come potevano i Della Torre nascondere in un quadro piani di deviazione del corso del fiume contro un castello che, nel 1511, nemmeno era di proprietà dei loro nemici? Il buco logico è enorme se si considera che lo stesso autore, nei primi capitoli, ricorda questa cessione. E ancor più incredibile risulta la scoperta di centinaia di Lanzichenecchi nascosti nei tunnel sotterranei del castello di Belgrado: com'è possibile che nessuno si sia accorto di nulla, non fosse altro che tutti quei soldati dovevano essere in qualche modo sfamati e compensati? La parte finale, con i combattimenti e lo svelamento dell'azione, ha il pregio di avere finalmente un buon ritmo, anche se penso che la soluzione del giallo (e del colpo di scena finale) diventi chiara già molto prima dello show down. Peccato per il nonsense logico del piano di distruzione, che per me fagocita il senso intero del romanzo. L'idea dell'ambientazione e della costruzione deduttiva era carina, ma temo si sia voluto forzare un po' troppo la materia per farle toccare determinati binari obbligati (la Zobia Grassa, i Benandanti) a prescindere da quanto ciò fosse producente per la storia in sé.
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