Mi riconosci è la storia di un’amicizia. Uno scrittore maturo e uno scrittore giovane hanno camminato in equilibrio sul filo di un’intesa trasognata e terrena. L’hanno fatto senza rete, tenendosi d’occhio. Insieme sono riusciti a guardare dentro il mistero delle parole. Per un tempo più o meno lungo sono stati amici, come possono esserlo uno scrittore maturo che ama l’impertinenza dei giovani e uno scrittore giovane più incline a proteggere che a essere protetto. Poi un giorno arriva la malattia, e la corda su cui camminavano comincia a tremare. È in quel momento, quando il filo lascia cadere il più vecchio, che il giovane comincia a raccontare. Perché solo raccontando dell’altro – del suo funambolismo, e della sua caduta – può sperare di non perdere l’equilibrio. Mi riconosci è un ballo intorno all’abisso delle parole, del nonsenso, del sogno. È la storia della nostalgia di essere vivi che i due scrittori hanno condiviso, e che ora è colmata di gesti, di oggetti che prendono vita, di case che fanno i dispetti, di bambini che sanno scombinare le carte, di sorrisi irriverenti, sardonici, pieni di luce. Mi riconosci è l’omaggio, commovente e stupefatto, di Andrea Bajani alla memoria di Antonio Tabucchi.
Scrittore e giornalista italiano. Autore di romanzi e racconti, ma anche di reportage, opere teatrali e traduzioni di opere dal francese e dall'inglese. Nel 2002 pubblica il suo primo romanzo, Morto un Papa. Nel 2008 vince il Premio Super Mondello, il Premio Recanati e il Premio Brancati con il romanzo Se consideri le colpe . Nel 2011 vince il Premio Bagutta con il romanzo Ogni promessa.
Un’amicizia bellissima. Predestinata. Due che si son cercati dopo essersi letti senza conoscersi, e fu subito colpo di fulmine. Un’amicizia lunga solo quattro anni. Quattro anni densi, significativi, importanti, indimenticabili. Almeno per chi è rimasto, lo stesso che firma in copertina. Un racconto che va dalla fine al principio a un attimo prima della fine, di nuovo alla fine, per finire dopo la fine. Un continuo salto dalla prima persona singolare alla seconda, dall’io al tu.
L’Io è Andrea, Andrea Bajani, scrittore, uno degli scrittori italiani che preferisco, 37enne all’epoca della scomparsa dell’altro, il Tu. Il Tu di queste pagine, Antonio Tabucchi, all’epoca della sua scomparsa di anni ne aveva 69.
Erano amici, erano colleghi, entrambi scrittori. Avrebbero potuto essere padre e figlio misurando la differenza d’età tra loro. Erano probabilmente Maestro e Discepolo. E perché non avrebbero potuto essere fratelli?
Un grande affetto, una grande amicizia tracima da queste pagine. E, come sempre, it’s only love.
Antonio Tabucchi e Andrea Bajani durante una presentazione.
Non credo che l’immedesimazione del lettore in quello che legge sia utile al godimento e alla comprensione, tutt’altro, ho superato quell’età. Ma nel racconto di questi due piccoli stupiti soli viaggiatori, ho finito con l’immedesimarmi.
Per la precisione, con loro condividerei solo la Toscana di Antonio e l’altezza di Andrea.
Eppure, li ho seguiti per salite ponti e discese come se fossi il terzo della comitiva - con gran difficoltà, perché le parole del racconto erano tutte sfocate sotto la nebbia delle lacrime, che sono iniziate a pagina uno e non sono ancora finite - li ho seguiti accompagnato dalle campane di Lisbona che suonavano in memoria di Antonio partito troppo presto, e di Andrea che non vorrebbe lasciarlo andare, ma deve rassegnarsi.
Le campane di Lisbona.
Solo che con queste righe sembra voler fermare il viaggio di Antonio, rallentare la separazione. Mi chiedo se Antonio può leggerle, può ancora ascoltare quelle campane.
Andrea mio, è andata così.
La spiaggia di Vecchiano in provincia di Pisa. Così parlando, affondando i piedi nella sabbia, siamo andati lontano, e quando siamo tornati indietro la spiaggia ci sembrava che non finisse mai. E non trovavamo più l'uscita, e in mezzo a quell'aria che soffiava forte ci siamo guardati e ci è venuto da ridere, a perderci in spiaggia come due bambini.
Nel 2012, a Lisbona, moriva lo scrittore Antonio Tabucchi. L'anno successivo venne pubblicato questo libro a lui dedicato. Sono interessato a Tabucchi. Non conoscevo Bajani. Le aspettative erano alte. Leggendo la prima metà di "Mi riconosci", c'è stata soprattutto delusione; nella seconda parte del testo ho notato invece una significativa ripresa.
L'incipit m'è parso bruttissimo. Per decine di pagine ho avuto la sensazione di trovarmi in un bla-bla esteticamente deprimente. Solo a metà libro qualcosa si muove, pare addirittura decollare: la scrittura trova una forma consona, la struttura dei brevi capitoli comincia a funzionare. Il testo diventa agevolmente leggibile, perfino interessante : passato prossimo e passato remoto posti in continua interazione; il linguaggio, meno scontato, diventa più allusivo ; anche gli oggetti, le case, paiono animarsi, con orologi che scandiscono il tempo, invano se le stanze sono disabitate : è quasi un invito a entrarci, se non altro per dare un senso a quella scansione del tempo.
"Il lutto, in fondo, è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso" .
Ci sono libri che hanno bisogno di poche parole, come questo di Andrea Bajani scritto in memoria di Antonio Tabucchi. Entrare in punta di piedi, come si entra in casa di amici o conoscenti quando questi sono assenti, cercare di non spostare nulla, di non far cadere oggetti di valore, di comprendere dalle fotografie che fissano attimi di vita già trascorsi, così Bajani ci porta nelle stanze della sua amicizia con Tabucchi. Nata per caso, dalle parole di ammirazione che l'autore già noto aveva speso nei confronti del giovane autore ancora sconosciuto e rimbalzate nel mondo fino ad arrivare al suo destinatario; nata per ammirazione e per quella caparbietà che spinge l'autore giovane ancora sconosciuto a prendere un aereo e presentarsi alla porta della casa di Parigi dell'autore già noto; vissuta con il rispetto di un figlio, con l'ammirazione di un discepolo, con l'amore di un fratello, con quella sintonia inspiegabile, nonostante le diversità evidenti, che solo incontri eccezionali possono rivelare. Anche Bajani, nella realtà dei giorni trascorsi, entra in punta di piedi nelle stanze della malattia che consuma Tabucchi, rispettandone i ritmi, le distanze, facendosi presenza e assenza nella vita dell'amico, conforto e silenzio quando questi glielo chiede, respiro in cambio di affanno, voce quando questa viene a mancare, carezza lontana e vicina. Queste poche pagine, dense di amore puro, sono il suo requiem per l'amico, sono il suo canto elegiaco per accompagnarne e accettarne la morte. Il lutto, in fondo, è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso. Le sue parole sono carezze, lacrime, sorrisi che non si possono raccontare; le sue parole sono parole di conforto, dolore, smarrimento, elaborazione, stima, fratellanza, quel duraturo sentimento reciproco d'affetto e di benevolenza; il vincolo naturale e spirituale che sussiste tra fratelli. A noi, che entriamo in quelle stanze, ora aperte per noi, è richiesta solo l'attenzione; in cambio, la possibilità di toccarle e di lasciarci toccare, di aggirarci in silenzio; avere cura di non spostare nulla.
Vorrei tanto leggere l’ultimo racconto di Antonio Tabucchi, quello dettato al figlio dalla sua stanza di un ospedale di Lisbona, quello di cui parla Andrea Bajani, anche qui .
È lecito usare la morte come tema letterario? Non sto parlando della morte in astratto o di quella di un personaggio di invenzione; la morte di Ivan Il'ic è un po' di tutti noi e sentiamo che ci riguarda perché l'abbiamo incontrata o la incontreremo. No, io parlo della morte specifica e unica di una persona reale, raccontare il suo progressivo distacco dal mondo, a volte rassegnato a volte pieno della rabbia e l'amarezza di chi si accorge che il proprio futuro non esiste più mentre gli altri stanno ancora "in mezzo al tempo". Ė lecito raccontarlo o c'è qualcosa di impudico nell'impastare il dolore altrui e il proprio con le parole giuste e farne infine qualcosa di bello? (Sì, perché la scrittura di Bajani ė decisamente una bella scrittura, levigata, attenta pur mantenendo un tono armoniosamente quotidiano). Era questo che mi domandavo leggendo questo libro in cui l'autore celebra un tributo a Tabucchi, suo maestro, amico e fratello maggiore, raccontandone la malattia e la morte. È un libro misurato, pieno di riguardo, come se Bajani sentisse su di sé lo sguardo dell'amico scomparso e non volesse deluderlo o contrariarlo. E perciò si tiene alla larga dai toni elegiaci per raccontare episodi minori, le telefonate notturne interminabili e a volte sfinenti, le durezze e i malumori, la complicità quotidiana o il dialogo a distanza di due uomini che si erano scelti come amici. Non è un resoconto necessariamente fedele, precisa l'autore; prendere uno scrittore e fare di lui un personaggio, buttarlo a nuotare nell'acqua della finzione replicando il gesto da lui fatto tante volte in prima persona, tradirlo insomma, è il regalo più grande che ho potuto fargli. E a fine lettura mi sono detta che sì, ė un libro bello e che il pudore del racconto rende lecita questa bellezza .
E mi scusi ancora una cosa, signor personaggio, avevi concluso, io non so che gusti abbia lei. Ma se le va una pastasciutta all'italiana, e uno champagne alla francese, sarei contento di averla a cena. Si metta la giacca per favore, e si porti dietro il suo compare. #quote
Quella tra Antonio Tabucchi e Andrea Bajani è stata sicuramente una grandissima e sincera amicizia. Forse quattro anni sono brevi, nel giro di chiave del tempo infinito, ma l’intensità dell’affetto che trasuda da queste pagine è tutto. L’affetto che unisce due anime che si sono riconosciute nella scrittura e che si sono capite, amate e odiate non solo come l’allievo prediletto e il suo mentore, ma come un padre e un figlio. E accanto al Tabucchi ironico, che gira per il cimitero di Vecchiano con una Lacoste senza coccodrillo, che si spaccia al telefono per un fratello che non ha mai avuto, ecco che si delinea il Tabucchi rimpicciolito dalla malattia, come l’ultima matrioška, quella ormai indivisibile, e ancora più piccolo nella scatola che lo conterrà per sempre nel cemitério Dos Prazeres. Scritto con una prosa delicata, fatta di parole e silenzi. Silenzi che scorrono nelle pagine bianche, che si alternano tra un capitolo e l’altro e che riverberano tutte le parole lette, come neve che riverbera il sole. Più che un requiem a un artista perduto, lo definirei un’ode ad un’amicizia immortale.
I libri di Andrea Bajani si rivelano sempre un’esperienza di immagini e sensazioni uniche. Un testo in memoria di un caro amico, un continuo ripercorrere e riarredare il vuoto lasciato. Il meraviglioso campionario messo in piedi è un inno all’amicizia e a quanto il dolore debba essere condiviso per poter creare nuove spettacolari forme che decorano il nostro mondo.
Este libro es como una extensa carta que le escribió el autor, Andrea Bajani, a su amigo Antonio Tabucchi (también escritor) después de que el último falleciera. En la narración el lector encuentra numerosos puntos en común con Bajani y lo que escribe, no en vano todos pasamos alguna vez por el drama de perder un ser querido, ya sea amigo o familiar. La dulzura y el amor que sentía por su amigo quedan reflejados con gran talento literario porque no resulta empalagoso y sí muy cercano.
«La solitudine dell'artista è un numero da circo non annunciato, diceva un poeta. Centinaia di persone sotto un tendone con i visi che seguono un punto senza respirare. Le facce di tutti i bambini del mondo, e anche quelle dei grandi, bambini anche loro per concessione dei figli. Fuori da lì, il mondo. Dentro, al centro della pedana, un omino, che è lì per dimostrare che dentro il suo mondo c'è anche il pericolo, ma è lui a provarlo per tutti. Per questo lo applaudono ogni volta i bambini, e soprattutto lo applaudono ogni volta tutti gli adulti. Per essersi preso cura del pericolo del mondo, per averlo maneggiato al posto loro. Qualche volta, alla fine del numero, i bambini gridano, chiedono il bis. Gli adulti, invece, tacciono. Altre volte non succede nulla, e l'artista del circo se ne va via nel nulla, così come dal nulla è comparso. Si toglie il cappello, saluta il suo pubblico con un inchino e poi se ne va»
Il dolente ricordo di una amicizia fra due scrittori, l’autore stesso e Antonio Tabucchi, quattro anni di frequentazioni fino alla morte di quest’ultimo avvenuta nel 2012 dopo una lunga malattia. Bajani evita la celebrazione agiografica per buttarsi nella dimensione più privata, di un rapporto nato per caso tramite la casa editrice di entrambi, tra due scrittori di generazioni diverse e con trent’anni di differenza d’età ma destinato a durare. Inizia dal funerale per poi ricordare gli anni trascorsi e infine tornare nuovamente alla cerimonia di tumulazione delle ceneri. Si procede per brevi capitoli con immagini, ricordi, momenti. Tabucchi è presentato come una persona schiva, di poche parole e fine ironia, che si divide fra Lisbona, Parigi e la natia Toscana. Bajani è amico di famiglia, la frequenta a più riprese, non è solo collaborazione fra scrittori per eventi e presentazioni. La malattia irrompe a minare questo perfetto equilibrio e diventa il racconto di un uomo minato dal cancro, sconfitto nel corpo ma non vinto nell’animo fino alla fine. Mi riconosci è il primo libro che leggo di Andrea Bajani, la qualità della scrittura c’è e non si discute, la narrazione è fluida, anche se inizialmente frammentaria poi procedendo ritrova coesione. Leggerò altro di lui (così come dopo tanti anni tornerò a qualcosa di Tabucchi che già conoscevo). Tre stelle e mezzo.
Bella storia di un'amicizia speciale (quasi da invidiare), anche nel modo di ripercorrerla a posteriori. Eppure sono molto perplessa. Non lo so, non mi ha convinta. A tratti ho percepito distintamente il tentativo (o l'ambizione) della scrittura di ricalcare "troppo" quel quid sospeso e intriso di saudade del mio amato Tabucchi. Una con/fusione che non mi ha permesso di riconoscere invece la "cifra" di Bajani. Riproverò, leggendolo altrove, anche se lo stesso Tabucchi mi ha fornito una parziale spiegazione nelle pagine della sua ultima fatica.