Nessun semaforo, una manciata di case e negozi, e un campanile che svetta come un faro nel mare verde dell'Alto Milanese, già però punteggiato di fabbriche e fabrichètte che ne stanno cambiando irrimediabilmente la fisionomia. E, soprattutto, volti e voci di un'umanità anch'essa in trasformazione, ma ancora sospesa prima della "rivoluzione". Sono gli anni Sessanta e Settanta, e il paese, con i suoi ritmi lenti, i suoi riti, i suoi "personaggi", riesce ancora per un momento, forse per l'ultima volta, a dare significato e calore alla vita dei suoi abitanti. Villa Cortese, in questo senso, incarna tutti i paesi di un Nord Italia che si avvia al boom economico senza sapere che poi niente sarà più come prima, del tutto ignaro dei costi della travolgente corsa al benessere. Custode fedele di questi ricordi, Giacomo Poretti ce li porge con la delicatezza di chi sa di maneggiare qualcosa di fragile e unico, con il candore di uno sguardo infantile acuto ma privo di malizia. Il suo umorismo non è mai crudele, e non c'è ombra di sarcasmo - semmai affetto e compassione - per un piccolo mondo al tramonto. All'interno di questa storia corale, che si dipana tra colonie estive, scuole, oratori, bar, officine, campi e garage, si susseguono le stagioni della vicenda di un uomo che, lungo il proprio percorso, avvertirà tutta l'angustia e i limiti del paese, l'insidia nascosta nel suo abbraccio protettivo. Così approderà a Milano, la "città verticale" indifferente se non ostile, quasi il rovescio dell'inclusiva dimensione "orizzontale" di Villa Cortese. Eppure sarà qui, all'ombra della Madunina - la copia adulta di quella statuina del presepe che accende nei bambini le prime imbarazzanti domande -, che Giacomo troverà l'amore, creerà una famiglia, diventerà padre e raggiungerà il successo. Ma non per questo si placheranno in lui quell'inquietudine e quello "spavento" che, fin dall'inizio, sono il motore del racconto: attraverso la memoria di quell'umanità "superata", continua la sua ricerca del senso delle cose e della vita. Magari anche a costo di intervistare un atomo di carbonio, e nemmeno di buon carattere.
Giacomo Poretti è un comico, attore, sceneggiatore e regista italiano componente del noto trio comico Aldo, Giovanni & Giacomo. Il 6 novembre 2012 è uscito il suo primo libro, intitolato Alto come un vaso di gerani.
Giacomo Poretti - Alto come un vaso di gerani E' il racconto dell'infanzia e dell'adolescenza di Giacomo, sicuramente segnata dalla sua statura che gli procurava pensieri e riflessioni su quello che sarebbe diventato con quell'altezza. Si passa dai ricordi dei compagni di scuola, a quello dei personaggi caratteristici del paese Villa Cortese, al lavoro in fabbrica, al lavoro in ospedale. E' una lunga lettera dedicata a moglie e figlio, della sua vita attuale non c'è nulla, forse si voleva togliere dall'anonimità del singolo e dalla gloria del trio. Operazione non riuscita. Oggi chiunque scrive un libro, a volte ne escono cose interessanti altre volte, come in questo caso, niente da segnalare. Un racconto garbato ma parecchio noioso. Non capisco perchè quando sai fare bene una cosa non continui a coltivarla e a farla crescere, spero che Giacomo continui con Aldo e Giovanni a fare quello per cui sono noti. 7 Luglio 2013
Ho trovato alcune recensione esageratamente negative. Un comico non deve far sempre ridere, specialmente quando l'intento del suo libro è tutt'altro. "Alto come un vaso di gerani" è scritto bene. Ricordi d'infanzia, sogni, speranze e delusioni, raccontati con un'intimità e una naturalezza commoventi. E bravo Giacomino!
Quando conosciamo un personaggio solo per il suo lato comico rimaniamo spiazzati dalla sua trasformazione, vero? E questo è stato il mio caso; per chi non lo sapesse Giacomo Poretti fa parte del famoso trio comico di Aldo, Giovanni e Giacomo, appunto. In questo libro invece mette completamente da parte l'ironia (seppur velata), per narrarci la sua infanzia e la sua vita. Lo fa sotto forma di lettera a suo figlio, e ci riporta in un mondo che, ahimè, non esiste più. Nato alla fine degli anni 50 Giacomo ci parla del suo piccolo paesino alle porte di Milano, della vita lenta e tranquilla, dei giochi semplici dei bambini all'oratorio, delle estati passate alla colonia in Liguria, dei sacrifici dei genitori per far diventare i figli più che semplici operai. Dei primi amori, dei compagni di scuola, e di quell'età in cui invece il luogo in cui sei nato inizia a starti stretto e vuoi vedere cosa offre il mondo al di là dei confini del proprio paesello. Uno spaccato di vita vera, nostalgica, ricca di sentimento e di pathos, che, a mio avviso, non dovremo dimenticare mai.
Carino, probabilmente migliore per chi ha vissuto a Milano negli anni 60/70 e ne prova nostalgia. Bruttino il pezzo sull'atomo di Carbonio. Per il resto è scritto bene, scorrevole e con pacata ironia.
A tratti una lettura veloce e intensa, ma manca di dettagli della vita dell'autore. Ricca di storie e di pensieri, questa storia si lascia comunque leggere in un pomeriggio salvo poi chiudersi senza una vera fine autoconclusiva.