Un classico della storiografia sulla Resistenza, edito in occasione del ventennale della lotta di liberazione, scritto da Pietro Secchia (1903-1973) e Filippo Frassati (1920-1991), due storici e protagonisti di quella straordinaria stagione di rinascita del nostro paese. Realizzazione grafica di Giuseppe Montanucci. Ricerche fotografiche di Fernando Etnasi, con la collaborazione di Ando Gilardi, Giuseppe Montanucci, Alberto Palombi, Alfredo Zennaro. Cartine di Carlo Castelli. Legatura editoriale, coperta in cartoncino rigido in similpelle di colore rosso, titolo impresso in oro al dorso con riquadro, muto il piatto (in calce sulla dx del piatto logo della pubblicazionem un elmetto tedesco attraversato da una saetta, simbolo dell'azione antifascista). All'interno numerose immagini in b/n.
Nato da una famiglia operaia, Pietro Secchia frequentò brillantemente il liceo classico, ma per la sua povertà fu ben presto costretto a cercarsi un lavoro.
Nel 1919 si iscrisse alla FIGS (l'organizzazione giovanile socialista) e con essa partecipò agli scioperi del biennio rosso. All'impegno sindacale intanto aveva aggiunto quello politico: nel 1921 aderì al nuovo Partito Comunista d'Italia, di cui nel 1928 divenne membro del Comitato centrale.
Per aver manifestato pubblicamente la sua avversione verso Mussolini e il suo regime, fu arrestato nell'aprile del 1931 e condannato a diciassette anni e nove mesi di reclusione dal Tribunale Speciale. Sempre del 1931 è il suo volume La lotta della gioventù proletaria contro il fascismo, pubblicato a Berlino a cura dell'Internazionale giovanile comunista.
Amnistiato, nel 1936 fu inviato al confino nell'isola di Ponza e poi a Ventotene. Dopo l'arresto di Mussolini e la caduta del regime, il 19 agosto del 1943 fu liberato con un provvedimento del governo Badoglio. Il provvedimento, inizialmente più restrittivo, era stato poi esteso fino a comprendere anche i carcerati comunisti e anarchici, per le pressioni degli esponenti dei partiti antifascisti.
Tornato in libertà, partecipò alla Resistenza entrando a far parte del Comando generale delle Brigate d'assalto Garibaldi.
Pur sostenendo una politica rivoluzionaria che preparasse la prospettiva di un'insurrezione armata, come Longo ed altri partigiani comunisti, aderì nel 1944 alla cosiddetta svolta di Salerno di Palmiro Togliatti, che spinse il PCI alla collaborazione con gli altri partiti antifascisti e con le istituzioni del Regno del Sud.
Nel 1948 Togliatti lo nominò vicesegretario del PCI, carica che mantenne fino al 1955. Nel 1946 fu deputato all'Assemblea Costituente e nel 1948 fu eletto senatore nelle file dei Fronte Democratico Popolare e tale rimase fino alla morte.
Dal 1946 al 1954 fu anche il responsabile dell'organizzazione e del settore Propaganda del partito: durante la sua gestione il PCI toccò il massimo numero di iscritti della sua storia, superando il tetto dei due milioni.
Spesso non in linea con la politica di Togliatti e considerato a volte come sua possibile alternativa, nel 1954 vide la sua posizione all'interno del partito iniziare ad indebolirsi: fu infatti prima affiancato e poi sostituito da Giorgio Amendola nella direzione organizzativa. Secchia e altri elementi vennero così progressivamente emarginati, formalmente per una politica di "rinnovamento", in realtà per far perdere potere e influenza nel partito agli esponenti meno propensi ad attuare politiche "riformiste" e di accomodamento. La scomparsa di Stalin e il XX Congresso del PCUS avevano reso particolarmente scomoda la posizione delle componenti che erano legate ad una visione più organicamente leninista sia nel partito, sia nell'ambito più vasto dell'elettorato del PCI. Costretto ad abbandonare la responsabilità dell'organizzazione nazionale, venne nominato responsabile, dal 1955 all'inizio del 1957, della segreteria regionale lombarda. Diresse successivamente l'attività editoriale del partito.
Dalla fine degli anni sessanta si dedicò molto alla politica internazionale e lottò per l'emancipazione e l'indipendenza dell'Africa. Nel gennaio 1972 volò in Cile dove sostenne il governo progressista di Salvador Allende. Al suo ritorno in Italia fu colto da una malattia. Ormai debilitato, morì nel luglio del 1973.