Per il protagonista e voce narrante de Le nostre assenze, la morte del nonno è una perdita incomprensibile, ai suoi occhi non può essere che uno scherzo tirato troppo per le lunghe. Il nuovo romanzo di Sacha Naspini parte da qui. Siamo a metà degli anni ’80. Due ragazzini scoprono una tomba etrusca, decidono di scavarla di nascosto, nel doposcuola. Vent’anni dopo una bambina viene rapita e rinchiusa nella stanza di una pensione americana, insieme a un gattino di nome Spunky. Cosa unisce questi due eventi? Ma questa è anche una saga familiare che abbraccia almeno tre generazioni. Troverete un uomo in fuga dai campi di concentramento, una donna che riscopre il suo primo amore dopo quarant’anni. Troverete un padre ridotto al frainteso di poche parole, una madre troppo giovane per saperlo spiegare al figlio. E un ragazzino povero che vive “al di là della rete”, nel quartiere delle case popolari. Fino ad arrivare all’America, tanto persa quanto trovata, di rabbia. In questo libro l’America significa tante cose. Sacha Naspini racconta in modo magistrale, brillante e bruciante allo stesso tempo, il passaggio improvviso dall’infanzia all’adolescenza, fino alla maturità. La perdita dell’innocenza, il desiderio inesorabile e cieco della vendetta e, insieme, il sentimento inspiegabile dell’amore e di una nuova speranza. O solo di un posto chiamato “casa”. Anche “casa” in questo libro significa molto. Dopo il fortunato I Cariolanti, Sacha Naspini si conferma come una delle migliori voci della narrativa italiana di oggi.
Sacha Naspini was born in 1976 in Grosseto, a town in Southern Tuscany. He has worked as an editor, art director, and screenwriter, and is the author of numerous novels and short stories which have been translated into several languages. Nives is his first novel to appear in English.
La copertina de “I Cariolanti”, il secondo romanzo di Sacha Naspini.
Chiamo Sacha questo giovane protagonista io narrante, che rimane senza nome per tutto il romanzo, perché Naspini in alcune interviste ha dichiarato che questo è il suo romanzo autobiografico.
I turbamenti del giovane Sacha cominciano presto perché mamma ha sedici anni quando lo mette al mondo, e papà pochi di più, ventitre: entrambi troppo giovani per essere genitori, non ancora pronti, se mai si può essere pronti a questo compito. E poi forse mamma e papà non avrebbero neppure davvero voluto stare insieme, il cucciolo Sacha è arrivato troppo presto, inatteso, non voluto.
La copertina di “Ossigeno”, l’ultimo romanzo di Sacha Naspini.
E quindi presto papà se ne va a vivere in un’altra casa, con un’altra donna. E allora mamma comincia a uscire tutte le sere, a fare tardi, rimane a dormire fuori di casa. Meno male che c’è nonna. Ma le assenze sono cominciate, il piccolo Sacha cresce senza padre e con mamma presenza incostante.
Era in quei momenti che tornavo su questa Terra: non c’era nessun grande film da Oscar che ci aspettava. Se qui non succedeva qualcosa, andavamo tutti in rovina. Mio padre si era imparentato con un’altra donna, mamma spariva per giorni e per farsi perdonare mi portava una macchinina a cui durante i giochi facevo fare sempre la parte del perdente. Io avevo una vocazione gloriosa, che però a guardarmi non s’intravedeva per niente.
La copertina de “I Cariolanti”, che le Edizioni e/o stanno per essere ripubblicare.
Sono assenza che pesano, che incidono, fanno crescere dentro un buco nero. Il ricordo che resta è: Mio padre diceva spesso che non c’è niente di più triste di quelle persone che leggono un sacco di libri, immaginando di vivere le storie di altri, per non vivere la propria.
“L'amore si fa dolore, il dolore rancore, il rancore ossessione”, e questo giovane protagonista io narrante che io ho battezzato Sacha come il suo autore si vendica con un compagno di giochi più sfigato di lui, figlio di zingari, magro mentre Sacha è grasso, povero mentre Sacha ricco non è ma povero neppure, affamato mentre chi racconta ha sempre lo stomaco pieno. L’amichetto si chiama Michele, è anche compagno di classe, diventa compagno d’avventure quando scoprono il fascino e il segreto degli etruschi e delle loro tombe nascoste sotto terra in quella Maremma che ha sempre fatto da sfondo ai viaggi letterari di Naspini (L’ingrato, I Cariolanti, Le Case del malcontento, Ossigeno per buona parte).
… Tutto stava andando a rotoli. Con quel trasferimento nel giro di tre anni ero diventato una palla di lardo, quando su al paese ero un figurino. Nonno era morto. Ne avevo un altro che non mi chiamava mai, quando andavamo a fargli visita la prima cosa che mi chiedeva dopo aver detto della guerra e il grisù, era nonna, che adesso forse riallacciava un filo di quarant’anni prima.
Muoiono i nonni, i padri dei padri, le uniche figure maschili su cui il giovane narratore contava e s’appoggiava. Rimane davvero solo. E poi un giorno…
Partito come romanzo di formazione, tra Giamburrasca e Tom Sawyer, a un tratto sembra diventare Martin Eden, ma man mano si trasforma in un thriller affilato come quelli che immagino scriva Stephen King. Ma, prima di tutto, thriller dell’anima, come nella tradizione del Naspini che conosco. E trattandosi di thriller, è buona regola svelare la trama il meno possibile. Anche meno di quello che la quarta di copertina racconta.
Anche qui Naspini costruisce “personaggi di grande densità emotiva”. Anche qui sa toccare corde profonde e speciali. Anche qui si conferma narratore di razza.
L’America, quella cosa che mio nonno non aveva dato a mio padre e che mio padre aveva rubato a me con la forza. L’America voleva dire tante cose. https://www.youtube.com/watch?v=jZE60...
Chiamo Sacha questo giovane protagonista io narrante che rimane senza nome per tutto il romanzo. D’altronde Naspini ha dichiarato nelle interviste che questo è il suo romanzo più autobiografico.
I turbamenti del giovane Sacha cominciano presto: perché mamma ha sedici anni quando lo mette al mondo, e papà pochi di più, ventitre. Entrambi troppo giovani per essere genitori, non ancora pronti, se mai si può essere davvero pronti a questo compito che è tra i più complessi. E poi forse mamma e papà non avrebbero neppure voluto stare insieme, essere una coppia: il cucciolo Sacha è arrivato inatteso, non voluto. Sicuramente troppo presto.
E quindi presto papà se ne va a vivere in un’altra casa, con un’altra donna. E allora mamma comincia a uscire tutte le sere, a fare tardi, a restare a dormire fuori di casa. Meno male che c’è nonna. Ma le assenze sono cominciate, il piccolo Sacha cresce senza padre e con mamma presenza incostante.
Era in quei momenti che tornavo su questa Terra: non c’era nessun grande film da Oscar che ci aspettava. Se qui non succedeva qualcosa, andavamo tutti in rovina. Mio padre si era imparentato con un’altra donna, mamma spariva per giorni e per farsi perdonare mi portava una macchinina a cui durante i giochi facevo fare sempre la parte del perdente. Io avevo una vocazione gloriosa, che però a guardarmi non s’intravedeva per niente.
Sono assenze che pesano, che incidono, fanno crescere dentro un buco nero. Il ricordo che resta è: Mio padre diceva spesso che non c’è niente di più triste di quelle persone che leggono un sacco di libri, immaginando di vivere le storie di altri, per non vivere la propria.
“L'amore si fa dolore, il dolore rancore, il rancore ossessione”, e questo giovane protagonista io-narrante, che io ho battezzato Sacha come il suo autore, si vendica con un compagno di giochi più sfigato di lui, figlio di zingari, magro mentre Sacha è grasso, povero mentre Sacha ricco non è ma povero neppure, affamato mentre chi racconta ha sempre da mangiare. L’amichetto si chiama Michele, è anche compagno di classe, diventa compagno d’avventure quando scoprono il fascino e il segreto degli etruschi e delle loro tombe nascoste sotto terra in quella Maremma che ha sempre fatto da sfondo ai viaggi letterari di Naspini (L’ingrato, I Cariolanti, Le Case del malcontento, Ossigeno per buona parte, Nives).
… Tutto stava andando a rotoli. Con quel trasferimento nel giro di tre anni ero diventato una palla di lardo, quando su al paese ero un figurino. Nonno era morto. Ne avevo un altro che non mi chiamava mai, quando andavamo a fargli visita la prima cosa che mi chiedeva dopo aver detto della guerra e il grisù, era nonna, che adesso forse riallacciava un filo di quarant’anni prima.
Muoiono i nonni, i padri dei padri, le uniche figure maschili su cui il giovane narratore contava e s’appoggiava. Rimane davvero solo. E poi un giorno…
Pubblicato dieci anni fa da un’altra casa editrice con un’altra copertina, Le nostre assenze torna in libreria in una nuova veste che non è solo editoriale e grafica: Naspini ha riscritto e modificato un terzo del libro, l’ultima lunga parte. Dove prima mi veniva da dire che partito come romanzo di formazione, tra Giamburrasca e Tom Sawyer, a un tratto sembrava diventare Martin Eden, ma man mano si trasformava in un thriller affilato come quelli che immagino scriva Stephen King – svolta narrativa che un pochino mi lasciava perplesso – ora ritrovo il romanzo più compatto, più struggente, ma anche più divertente, tra le migliori cose scritte dal Naspini che è tra gli autori italiani viventi che frequento di più. Un classico romanzo di formazione che è un gioiellino
L’America, quella cosa che mio nonno non aveva dato a mio padre e che mio padre aveva rubato a me con la forza. L’America voleva dire tante cose. E io non posso che rispondere con quest’altra citazione: Se avessi potuto scegliere tra la vita e la morte // tra la vita e la morte // Avrei scelto l'America… https://www.youtube.com/watch?v=gB2qA...
Purtroppo non sono riuscito a farmi coinvolgere quanto speravo da questo romanzo di Naspini, letto nella recente riedizione E/O dell’originale che risale ad una dozzina di anni fa.
L’autore è conterraneo e profondo conoscitore dei personaggi e dei luoghi presso cui è solito ambientare i suoi romanzi e, rispetto ad altri autori italiani contemporanei, possiede una capacità non comune di allestire una trama solida, credibile, ricca di creatività e di spregiudicatezza.
Questa volta tuttavia ho sentito la mancanza del colpo di genio che nobilita la struttura di altre opere di Naspini, come l’intreccio polifonico di “Le case del malcontento” col suo equilibrato dosaggio di crudeltà e fatalismo, spleen esistenziale e rabbia, compassione e risentimento, oppure la telefonata lunga una vita di “Nives”, ingredienti originali in grado di elevare la qualità di un romanzo ben sopra la media.
E’ vero che anche qui c’è un percorso narrativo che si segue con attenzione e qualche sussulto per le scosse determinate dagli snodi della vicenda, ma è definito da uno stile che ho trovato un po’ scontato e costruito: mi ha ricordato qualcosa di Ammaniti, autore che gradisco poco, rispetto alla fama di cui gode.
“Le nostre assenze” è un romanzo di formazione narrato da un ragazzino cresciuto in un’umanità e una famiglia disastrate e affettivamente assenti, ambientato nel mondo per me inedito dei tombaroli maremmani e, nella seconda parte, del pugilato come strumento adatto a sfogare e sublimare la rabbia interiore alimentata da un’adolescenza circondata da degrado, ingiustizia e indifferenza (ma “Così in terra” di Davide Enia esplorava meglio, secondo me, il rapporto vita/boxe in un contesto esistenziale difficile).
Resta un’apprezzabile narrazione, generosa e a tratti avvincente ma, a mio avviso, non all’altezza dei precedenti, che a onor del vero sono “precedenti” se si considera l’edizione E/O, mentre sono “successivi” e di conseguenza più maturi, se si fa riferimento all’edizione e alla concezione originaria (2012) dell’opera.
“Forse è vero che il rimorso finisce quando finisce la colpa. Ma per me era diverso, la colpa era ormai un animale sottopelle, insediato saldamente. Me lo portavo dietro, qualunque fosse la strada che mi si parasse davanti.”
Due ragazzini scoprono una tomba etrusca e quello a cui andranno incontro segnerà per sempre le loro vite.
Un romanzo nero nei sentimenti dove si racconta il complesso rapporto che si cela dietro un’amicizia, fatto di diversi sentimenti letali che scorrono sotterranei fino ad esplodere e a far crollare tutto. Un romanzo che parla dell’indistruggibile rapporto che c’è tra padre e figlio e che si alimenta, laddove non esiste più la possibilità di camminare a fianco, di un rancore che distrugge. Lentamente ma inesorabilmente. Un romanzo che racconta, nella maniera che ha Naspini stringendoti fino a farti mancare il fiato, di come sia difficile superare ciò che ti ha segnato. Di come per certe colpe non ci sia assoluzione. Di come quello che manca diventa sempre più importante di quello che c’è. Di come un’assenza diventi l’unica presenza possibile arrivando ad ingoiarsi ogni possibilità di nuovo orizzonte.
Un ulteriore passo in avanti da parte di Naspini con il suo nuovo romanzo, Le nostre assenze. E’ un piacere vedere l’abilità dell’autore migliorare, farsi precisa e pungente nonostante avrebbe potuto crogiolarsi nel successo ottenuto con I Cariolanti. Sacha Naspini si dimostra diverso e per questo decide di complicarsi la vita: Le nostre assenze è tutt’altra cosa rispetto al thriller I sassi (Il Foglio Letterario), il particolare e originale Cento per cento (Perdisa) e ovviamente il già citato I cariolanti (sempre per Elliot), con il quale però conserva alcune similitudini come la quantomai strana passione per i pertugi, meglio se stretti e angusti. I protagonisti del romanzo che ha decretato il successo dell’autore vivevano in una fossa, quelli di questo una fossa la scavano, disseppellendo una tomba etrusca.
Protagonista de Le nostre assenze è il legame particolare che si instaura tra un bambino talmente cattivo da maltrattare il suo migliore amico, invece così povero da vivere tra fango e polvere ed essere costretto a indossare i vestiti smessi del compare o bussare puntualmente alla sua porta per riuscire a riempire la pancia quanto basta per sopravvivere. La scoperta di una tomba etrusca potrebbe rendere entrambi ricchi e aprire al sogno di andarsene in America, terra dei sogni e delle libertà. Il proverbiale fulmine a ciel sereno destinato a saldare o distruggere per sempre la strana amicizia.
L’evento è, nell’economia della narrazione, punto di svolta e giro di boa, dato che il libro prende tutta un’altra piega: emergono le passioni dell’autore toscano (tra le quali da sottolineare la boxe) e viene impressa grande accelerazione alla crescita dei personaggi, come se da un momento all’altro avessero subito un dritto e un rovescio. La freschezza de Le nostre assenze sta anche nel fatto che, probabilmente per la prima volta, Naspini, come dichiarato da lui stesso alla trasmissione Fahrenheit, ha inserito nella trama ricordi d’infanzia, principalmente riguardanti i nonni. Ma è l’umore generale del testo a colpire maggiormente: in questo senso l’autore è molto bravo nel saper restituire le sensazioni e le emozioni, che da letterarie divengono reali, sulla pelle del lettore, di una vita pervasa da fantasmi e rammarichi.
La spirale delle splendida copertina è quasi un manifesto: difficile uscirne una volta intrapresa la lettura. Una spirale che è quasi un tornado pronto a sconvolgere le vite dei protagonisti e qualche assolato pomeriggio dei lettori. Da leggere.
…i miei giorni si erano piegati a un volere che avevo inseguito come un miraggio.
Lo ammetto, ho iniziato questo libro un po’ prevenuta perché dopo aver letto I Cariolanti avevo seri dubbi che Sacha Naspini potesse ripetersi con una storia altrettanto nera e coinvolgente. E l’inizio sembrava un po’ darmi ragione perché la storia non decolla subito, ma si intuisce, si sente a pelle che qualcosa accadrà. E così è stato. In un attimo sono stata risucchiata nella stessa fossa dove viveva Bastiano e che qui ha inghiottito il piccolo Michele. Il resto del libro l’ho letto in uno stato di apnea, annaspando fino alla fine, amando e odiando il protagonista, un bambino che cresce con il miraggio di poter cambiare vita prima e con il desiderio di vendicarsi di chi quel sogno glielo ha strappato poi: suo padre! Ma è proprio così? O tutto l’odio covato per anni e che ha inevitabilmente segnato il suo destino è stato un abbaglio? E’ un libro che parla di perdite, di assenze, di ricerche; si nasce, si cresce, si muore…alla fine della storia si torna più o meno al punto di partenza e tutto proviene e finisce nella terra.
Tutto questo vuoto che si crea tra le persone, spesso senza motivo. Capita che la gente ci veda dentro un mondo, e impazzisce.
A conti fatti chi, tra noi due, ha rubato più all’altro?
Anche in questo libro Naspini dimostra la sua bravura nel delineare dei personaggi che sembrano normali, rivelandone poi le crudeltà e le efferatezze. Un libro che inizia in sordina, che durante le prime 50 pagine pare quasi noioso, per trasformarlo in un attimo in un thriller dalle cupe ombre. Io che sono molto impaziente, stavo valutando l'idea di mollarlo, meno male che ho continuato, mi sarei persa una seconda parte da brivido.
“Le nostre assenze” è un romanzo che colpisce dritto alla pancia, che fa sentire il fuoco bruciante della rabbia, il dolore della perdita, la furia della fiducia tradita, l’impossibilità di venire a patti con certe cose che creano voragini dentro di noi. La storia si apre proprio così, nel bianco accecante di un lenzuolo, di qualcuno che dice al protagonista di non guardare, che non è il caso. Ma lui guarda e quel che vede gli pare uno scherzo: come può suo nonno starsene steso lì facendo preoccupare e piangere tutti? è sempre stato un burlone, ma così non aveva mai fatto. “già me lo vedevo alzarsi di schianto, urlando: “tadaah!” dice al lettore, e nessuno ha la forza e il coraggio di dire forte e chiaro che l’amato nonno non c’è più. È morto, per davvero. È la prima assenza, grande, troppo grande per il bambino che si racconta tra le pagine. E i genitori e la nonna non lo contraddicono, pensano che passerà, capirà, lo assecondano con l’intento di proteggerlo. L’unico che lo inchioda alla verità è Michele, il figlio di una coppia di disgraziati che abita nella zona più povera del paese e che va a casa sua tutte le sere alle 7 per mangiare come si deve e giocare. Anche se i due bambini non vanno d’accordo, anche se Michele elemosina tutto il tempo- cibo, vestiti, amicizia- e sente l’astio del ragazzino, ogni sera si presenta lì. E quella sera in particolare gli scappa detto con tranquillità che il nonno è morto, anche lui ci è passato. E in tutta risposta il protagonista gli spacca quasi la faccia. Nonostante questo episodio i due tornano a giocare insieme e in uno dei loro giochi in campagna trovano uno cratere, nel bosco non battuto dai cacciatori e da lì potrebbe emergere un tesoro. uno di quelli che avrebbe messo fine alla loro vita mediocre, fatta di povertà, case popolari, mediocrità. Un tesori di quelli che il babbo gli diceva lo avrebbero fatti diventare milionario, che gli avrebbe dato l’America, fregandosene dei Beni Culturali, della legge e delle conseguenze: con gli agganci giusti sarebbe andato tutto alla grande, un tombarolo certe cose le sa o le impara. Così i ragazzini, abbagliati dal sogno, spinti dalla necessità e dalla curiosità, si immergono nel cratere, ignorando il pericolo e riuscendo a tirare fuori uno scudo. Ma, quasi come se la terra volesse qualcosa in cambio, lascia lo scudo e smottando, franando e borbottando si prende il più piccolo, sporco e povero. Un’altra assenza. Enorme e terribile. Perché mentre Michele è lì sotto, agonizzante, senza più aria, il protagonista scappa, si porta via lo scudo, lo nasconde e si nasconde, raccontandosi che non c’era più niente da fare, ma divorato da un senso di colpa infinito. E non può parlarne con nessuno, terrorizzato dalle conseguenze, inchiodato dai giudizi che si dà e che lo divorano. Sarà per questo che da palla di grasso inizia a perdere peso. Perde chili, ma il peso che sente dentro lo schiaccia sempre di più. È come una pentola a pressione che si riscalda sempre di più, man mano che in paese iniziano a comparire volantini con l’immagine di Michele con la scritta “scomparso”, e il colpo di grazia, quello che lo fa quasi esplodere è il comportamento del padre, che tradisce ancora e sempre la sua fiducia. A dar sollievo sarà il trasferimento a Follonica, dove scopre la box, il sacco, i guantoni, che gli permettono di sfogarsi fino a quando va a dormire e ha incubi terribili su quel giorno, con Michele morente e pensa che avrebbe dovuto esserci lui lì sotto, o altre volte si dice che era inevitabile. E troverà un nuovo amico, uno che come lui si porta dentro i traumi di un fatto brutto che gli è capitato, uno che l’ha riconosciuto. Questa amicizia è un punto luminoso in un cielo molto cupo, che quasi si spegne durante un incontro, quasi come fosse di box, col padre arrestato per aver cercato di piazzare il reperto trovato dal figlio. È una delle scene più intense del romanzo e più liberatorie. E pur sapendo che è sbagliato, si comprende quanto dolore c’è dentro un ragazzino che non sa a chi potersi rivolgere, non sa come gestire quelle assenze così grandi e profonde dentro di lui. Una psicologa e una confessione lo libereranno dai suoi demoni, gli daranno una visione dei fatti più oggettiva, lo aiuteranno a mettere le cose al loro posto. A uscire da quei cunicoli cupi e bui che si è scavato dentro. Una cosa così enorme per un bambino, e dopo, per il ragazzo che è diventato. Un libro breve, ma intensissimo, che racconta della perdita più dolorosa, che costringe a crescere troppo in fretta- quella della fiducia in un genitore che si credeva un idolo -e di altre perdite che possono fare molto, molto male e farci chiudere in noi stessi. Ma, se si ha un po’ di fortuna, forse col tempo e col perdono di se stessi, si riuscirà ad “aprire un varco e sbucare da qualche parte”. Durissimo e feroce, ma allo stesso tempo bellissimo. 5 stelle è il mio voto. Ps. Ho scritto e riscritto la recensione non so quante volte perché ci sarebbero così tante cose da dire: lascio due righe solo per dire che, attraverso la figura della nonna che va ad abitare con la figlia e il nipote quando quel farabutto se ne va di casa con l’amante, si parla di altre assenze, che riguardano gli anziani: i ricordi di amori di gioventù non vissuti, di fantasmi che abitano il cuore e la mente, dell’incertezza di come l’altro abbia vissuto, quanto l’altro abbia rimpianto ciò che non c’è stato. e, poi smetto, la madre del protagonista, che l’ha avuto a sedici anni: in lei c’è l’assenza della gioventù, che poi si va a riprendere. Tante assenze, quelle descritte da Naspini. Ognuno ha le proprie, ognuna di queste ci definisce un po’. Buone letture e alla prossima!
Toscana, metà degli anni ottanta. Un ragazzino di nove anni di cui non sappiamo il nome si accinge ad andare con la sua famiglia dal suo amato nonno.
Il rapporto tra i due è sempre stato scherzoso per cui, pur avendo visto l'anziano ricoperto da un velo bianco per proteggerlo dalle mosche, il ragazzino aspetta la fine "di quello scherzo che stavolta aveva imbrogliato proprio tutti"; quando realizza che l'assenza del caro nonno è reale, la sofferenza è immensa.
Il giovane protagonista ha un amico, Michele, proveniente da una famiglia di estrema indigenza, che viene bullizzato sistematicamente.
Un giorno, dopo la scuola il ragazzino va alla ricerca di tesori nascosti insieme a Michele, nella zona della Toscana in cui vissero gli Etruschi.
Il nostro protagonista vorrebbe diventare un "tombarolo", come suo padre, così da renderlo orgoglioso di lui. Sarà proprio la scoperta di una tomba etrusca a segnare inesorabilmente la sua vita...
📖"Le nostre assenze" è il romanzo più autobiografico di Sacha Naspini, un susseguirsi di avvenimenti, emozioni e colpi di scena ben ritmati.
📖 L'io narrante è il protagonista senza nome, un ragazzino con un padre assente e una madre troppo giovane e presa da sé stessa, la storia di un adolescente che si ritrova a dover crescere senza punti di riferimento, a parte la nonna venuta apposta dall'Abruzzo in Maremma per non lasciare il nipote allo sbaraglio più totale.
📖Con un linguaggio diretto, crudo e a tratti "irrispettoso" del giovane protagonista, Naspini è in grado di catapultare il lettore nel difficile mondo adolescenziale.
📖Il ragazzo si troverà a dover colmare le pesanti mancanze, a nutrire sentimenti sempre più fagocitanti, cupi, rabbiosi, di vendetta.
📖 L'autore ci racconta una storia familiare ma anche di amicizia, di bugie, segreti e scoperte, dolore e disagio dipingendo un degrado crescente, sia esternamente che nell'animo umano.
📖Un romanzo viscerale, crudo nella sua bestialità, nero, cinico, difficilmente classificabile ma assolutamente irresistibile.
Dopo “Le case del malcontento” voglio recuperare tutti i suoi lavori. La prosa di Naspini mi piace, la leggo con passione e anche questo racconto mi ha preso e coinvolto. Assolutamente uno dei miei autori preferiti, che ormai consiglio a chiunque!
Un romanzo di formazione ma di quelli che vanno in alto alto a toccare la dolcezza e poi in basso, quello più profondo e crudele. "Con l'occasione del romanzo, Sasha Naspini costruisce un'autobiografia che narra in maniera bruciante i sentimenti intensi e contraddittori della prima adolescenza. La smania inesorabile e cieca di rivalsa. O semplicemente il desiderio di un posto chiamato casa. Raramente riporto pari pari un pezzo di quarta di copertina ma questo è semplicemente perfetto nella sua sinteticità. Questo libro ci racconta quanto sia difficile crescere che sia nell'agio come nel degrado. Crescere. Quando tra quelle quattro mura ci sono i tuoi genitori che fanno finta che non esisti o semplicemente quando nella misera quotidianità non ti vedono. E poi mamma o papà sparisce, per sempre, perché si sono separati, o come credo io, perché non hanno saputo separarsi, e quindi tutta quella rabbia deve pur venir sfogata in qualche modo. E Michele che già di suo è uno sfigato; Michele c'è sempre, quindi è perfetto per il caso e in ogni caso, ma perché poi? Perché non se ne va mai, neanche quando si becca un Transformer in faccia. Ahh Michele, era un pazzo perché non aveva niente da perdere.
Cartomanzia, rabdomanzia, archeologia; o più che altro illusione, abbandono e quel sogno Americano sempre pronto ad insinuarsi per distorcere la realtà. La verità è che, in modi diversi, ma sono sempre i genitori a tracciare il sentiero, e soltanto poi, ognuno lo percorre a sentimento. Che libro ragazzi, dovete leggerlo per la potenza narrativa travolgente!
“Tutto questo vuoto che si crea tra le persone, spesso senza motivo. C’è chi ci vede dentro un mondo, e impazzisce.”
Primo libro che leggo di questo autore, e ringrazio l'amica anobiana per avermi regalato una lettura così bella e spiazzante. E’ un romanzo che tiene incollati alle pagine e alla fine resti con le farfalle nello stomaco. E non è solo una questione di intreccio, è piuttosto la psicologia del protagonista che spiazza sin dalle prime battute, trascinandoti poi in un vortice di ossessione e di vendetta senza pace e senza perdono. Forse è vero che il rimorso finisce quando finisce la colpa. Ma per me era diverso, la colpa era ormai un animale sottopelle, insediato saldamente. Me lo portavo dietro, qualunque fosse la strada che mi si parasse davanti. Sicuramente leggerò ancora di Naspini.
L'adolescenza è terra bruciante, ricerca, ignoranza e conquista di qualcosa che si crede di conoscere. I genitori sono figure mitiche, da imitare anche quando non sarebbe proprio il caso. È quello che succede a due ragazzini provenienti da famiglie apparentemente molto diverse, ma legati da una profonda inquietudine. Dalla frequentazione dei due nasce un'amicizia, poi invidia reciproca, sopportazione e condivisione di un segreto. Il protagonista al quale l'autore non da un nome, è quello che conosciamo meglio grazie alle descrizioni della sua vita, vive nella zona di Grosseto, i suoi genitori sono molto giovani e forse non ancora adulti, il ragazzo è cicciottello e vive con disagio questa condizione che sfocia nella violenza. Michele è il suo unico amico, magro e carino, ma proviene dalla zona povera e vive nelle case popolari. Michele riceve dall'amico tutto quello che lui non usa più. abiti, giocattoli, cibo avanzato e anche quel sentimento di disprezzo che i bambini credono di percepire. Nei confronti di Michele, l'amico si sente sempre in credito, una sorta di perfidia dovuta al fatto di non ricevere mai nulla in cambio. I due undicenni trovano un luogo che sembra custodire un tesoro sepolto. La smania di arrivare a qualcosa di misterioso e prezioso, porterà i giovani a situazioni avventate e sempre più pericolose con il procedere dello scavo. Il tesoro diventa l'unica cosa che conta, uno scopo da perseguire a tutti i costi. L'autore è bravissimo a dipingere le tragedie con un tocco distinguibilissimo di intensità che sembra non risolversi mai. Un malessere esistenziale, assume una dimensione crescente nei confronti di un padre, che passa da esempio a simbolo di vendetta personale. L'animo del giovane è tormentato e pieno di dubbi che forse non potranno mai risolversi in una vita piena di rancore che sfocia in picchi di violenza che sa di liberazione. Tra le caratteristiche dell'autore, c'è la capacità di essere diretto, senza descrizioni superflue, in un continuo accumulo di disagio emotivo.
Un romanzo breve, asciutto, scritto per sottrazione. C’è sempre nella scrittura di Naspini un filo rosso di ansia che corre lungo la trama, mette a disagio e stimola ad andare a vedere. Qui sono le assenze appunto che contano: dal nonno, al padre, all’amico, quello che manca è quello che conta. Questo autore fa per me, e, lo ribadisco, è uno dei migliori che abbiamo in circolazione.
Incipit Fuori dalla stanza bianca mi dicevano che non ero obbligato a entrare, ma se proprio volevo farlo che ci pensassi bene, perché dopo non l’avrei scordato più. Le nostre assenze Incipitmania
Sacha Naspini si rivela sempre uno scrittore di alto livello: stile sempre curato in ogni parola, personaggi cesellati e storie mai banali. Romanzo di formazione dove serpeggia, come spesso succede nei libri di Naspini, cattiveria, cupidigia e invidia.
Un libro che è un pugno nello stomaco, e una lunga riflessione sui desideri, sulla ricchezza e sul prezzo da pagare per cercare di ottenerla. Nonostante quel che si dice in giro, per me non è il miglior Naspini, ma va bene così.
Non mi è piaciuto; me ne stupisco perchè mi aspettavo molto. Invece non mi ha catturato nè la trama nè la scrittura e i personaggi non riuscivano a uscire - secondo me - dai propri contorni appena accennati.
Spietato Naspini sa creare personaggi terribili nella loro "innocente spietatezza", non saprei come altro definirli. Quel ragazzino protagonista, che narra in prima persona la storia e che in nome di una fame d'affetto fa quello che fa, seminando sulla sua strada poveri innocenti che non hanno altra colpa se non quella di incrociare il suo cammino, quel ragazzino alla fine cerca pure un suo riscatto difendendo e proteggendo la sua bambina. Ma, se penso al povero Michele e alla piccola Dea, non so quante possibilità gli avrei dato, personalmente. Bravissimo Naspini ad impostare la storia in modo da non esprimere alcun giudizio, anzi lasciando al lettore l'ultima impressione, l'ultima parola, lasciandoci ancora una volta stupiti dalle capacità dell'essere umano quando cerca la sua dimensione.