"La paesologia è una via di mezzo tra l'etnologia e la poesia. Non è una scienza umana, è una scienza arresa, utile a restare inermi, immaturi. La paesologia non è altro che il passare del mio corpo nel paesaggio e il passare del paesaggio nel mio corpo. È una disciplina fondata sulla terra e sulla carne. È semplicemente la scrittura che viene dopo aver bagnato il corpo nella luce di un luogo." La paesologia è la scienza di Franco Arminio. Una scienza inafferrabile eppure concretissima, umorale ma a modo suo esatta. Una disciplina in cui si fondono poesia e geografia: la poesia di una scrittura limpida e visionaria, lavorata col puntiglio e la cura propri della grande letteratura; la geografia del nostro Sud. Arminio gira per i paesi della sua Irpinia, per quelli della Lucania e della Daunia (i paesi invisibili) e della cintura napoletana (i paesi giganti), sconfina in Molise, in Abruzzo, in Salento, si allontana fino alle Marche e al Trentino, e ovunque applica il suo metodo, mette in pratica il suo particolare modo di attraversare i territori e di raccontarli. Il suo sguardo non trascura nulla: le piazze, le strade, i bar, i cimiteri, i paesaggi più sublimi e gli scempi della modernità, lo sfinimento e la desolazione, i lampi e gli slanci. Ne viene fuori un referto preciso e accorato della situazione del Mezzogiorno d'Italia. Un referto che - e questa è una delle singolarità del "metodo Arminio" - prevede annotazioni anche su chi la visita la fa: sull'autore stesso e il suo io errante. E la diagnosi è spietata, però mai cattiva, lucida e al tempo stesso utopica. Perché i luoghi marginali, i paesi più appartati, che Arminio ha eletto come nessun altro a luogo di indagine e di ispirazione, sono anche quelli dove si può meglio immaginare un nuovo modo di abitare il mondo, prendendo atto una volta per tutte che il centro è rotto e non ha visioni del futuro. Con questo libro mite e appassionato, Arminio sembra dirci che se il Sud una volta era oppresso dai "galantuomini", adesso va difeso dalla congiura dei deboli che hanno deciso di affossare l'innocenza e conservare l'avarizia, di taglieggiare l'immaginazione e tutelare la sfiducia. La paesologia diventa allora anche una nuova forma della politica, un modo di resistere allo sgretolamento del presente e di prepararsi al furore del tempo venturo.
Franco Mario Arminio (1960) è un poeta, scrittore e regista italiano, autodefinitosi come «paesologo».
È documentarista e animatore di battaglie civili, battendosi, ad esempio, contro l'installazione delle discariche in Alta Irpinia e contro la chiusura dell'ospedale di Bisaccia.
Nel 2009, con Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia ha vinto il premio Napoli.
Roberto Saviano lo ha definito «uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato».
Nel luglio 2011, con Cartoline dai morti ha vinto il premio Stephen Dedalus per la sezione "Altre scritture". Con Terracarne, edito da Mondadori, ha vinto il premio Carlo Levi e il premio Volponi. Nel 2013 è uscito il suo ultimo libro di prosa Geografia commossa dell'Italia interna.
Nel 2015 fonda la Casa della paesologia a Trevico (AV).
Arminio sviluppa una ricca analisi dei modi in cui la modernità svuoterebbe o pervertirebbe i piccoli centri abitati, ma quando propone soluzioni (malvolentieri e obliquamente le propone, a dire la verità) cade in una serie di contraddizioni che, credo, inducono a riconsiderare anche l’analisi (e i suoi presupposti).
Le vie di uscita che traspaiono dal testo mi paiono tre: il vagheggiamento/recupero dell’identità perduta (delle radici perdute), la creazione di nuovi spazi “autentici” mediante una sorta di libero atto di fantasia (scavarsi le proprie radici?), infine l’esperienza/contemplazione malinconica dello sradicamento (forse meglio: la tentazione della decadenza consapevole).
Questo un esempio della salvezza mediante fantasia.
«Prima del paese mi trovo davanti uno strampalato accampamento. Mi fermo, è una sorta di parco giochi ricavato da una pista di motocross che non ha avuto successo. L’uomo che ha messo al mondo questo carnevale di figure è un ex emigrato, tornato dalla Germania portandosi dietro come bagaglio una profonda depressione. Adesso è qui, prende oggetti in disuso e li scioglie nel miele della sua fantasia infantile. Ne vengono fuori creature felicemente improbabili, una ragnatela di animali di carta e metallo, il sogno e la ruggine distesi su una collina.»
Quanto alle altre due vie (culto delle radici perdute [CRP] e tentazione della decadenza consapevole [TDC]), curiosamente (fortunatamente, forse necessariamente) appaiono spesso unite fra loro — come per disinnescarsi a vicenda, come se ci fosse la consapevolezza che si tratta di vie senza uscita.
«Si va nei luoghi più sperduti e affranti e sempre si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, [TDC] negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare. [CRP]» «Non è la piazza, non è il passato la soluzione, ma le strade abbandonate, le mosche che verranno, i rovi. [TDC] Forse comincia e nascere un Sud che dispera di ricevere attenzioni e cure e proprio per questo diventa più lirico, torna selva, paesaggio, torna acqua che scorre, fuoco che brucia, un Sud lontano dagli imbrogli di chi ancora lo conduce, un Sud che si sgretola e torna luce. [CRP]» «Prima del terremoto i nostri paesi erano una cosa precisa, erano un’aria chiusa, un muro. Ci entravi con diffidenza e il tuo arrivo non passava mai inosservato. Il paese aveva i suoi guardiani. Se guardavi una donna ti potevano picchiare, in qualche modo venivi scortato fino a quando te ne andavi. I preti decidevano molte cose, i padri erano incombenti. Quello che ora chiamiamo comunità era una pentola chiusa in cui bollivano insieme calore e rispetto, risse e cattiverie. Adesso andare nei paesi è più facile. Nessuno si accorge del tuo arrivo. Non disturbi nessuno e nessuno ti disturba. Ti accoglie un’umanità arresa che non ha nulla da chiederti. Adesso puoi vagare in un paese come un fantasma tra i fantasmi. [CRP] […] Tutto questo può essere desolante, come se ogni giorno fosse un palcoscenico su cui va in replica lo spettacolo del giorno prima. Ma tutto questo può essere anche confortante. Si sta più larghi, si sta più soli e quindi più nel vero. [TDC]»
Tuttavia mi pare che la tentazione della decadenza consapevole, la contemplazione dello sradicamento si focalizzino, talvolta, fino a generare un culto — tra il malinconico e il nichilista — della devastazione.
«Una nazione non deve raccogliere, non deve proteggere, deve essere un tetto squarciato, una finestra che cigola, una nazione deve essere un pavimento sfondato.» «L’Irpinia lacerata dal dopo terremoto mi pare più bella di altri territori proprio perché più rotta, perché la cicatrice sta esposta al vento e non guarisce.»
Secondo me qui traspare una sfiducia radicale (magari anche giustificata e comprensibile, eh…) in ogni opera umana.
Sentimento/pensiero, questo, che prende talvolta forme molto nitide.
«I pensieri e le parole con cui arrediamo la nostra vita possono avere la massima precisione, comunque il bersaglio non viene mai centrato. Forse solo la morte coglie nel segno, nel senso che lo interrompe. Solo allora smettiamo di proliferare segni e scuse, gesti di clemenza e di arroganza, allora siamo ridotti al niente che ci costituisce.»
«Un Sud sempre più fatto di eccessi: dove non c’è il caos c’è la desolazione, dove non c’è niente arriva sempre qualcuno che vuole togliere o aggiungere qualcosa. Forse ci sarebbe bisogno di lasciare i luoghi in pace, di lasciare che crescano lentamente come gli anelli di un albero e che invecchino e poi arrivino alla morte. Alla fine anche i luoghi hanno premura di sparire, di sciogliersi nel nulla.» (Dove emerge una confusione tra natura e cultura e si manifesta una specie di istinto di morte innescato dalla stanchezza, dalla disperazione: i luoghi di cui parla Arminio — che qui ce l’ha col paese di Gragnano, ammorbato dalla puzza di carburanti, «apoteosi degli errori urbanistici» — sono luoghi costruiti dagli esseri umani, non sono mai stati «anelli di un albero» e certo non hanno «premura di sparire» — premura che del resto non è propria neppure dei viventi, che al contrario cercano di conservarsi in vita).
Forme nitide, ho detto. Tanto nitide da produrre definizioni e micromanifesti.
«La paesologia è un modo per organizzare la nostra inesistenza in questo mondo di accaniti al contingente.»
(Aspetti positivi della scrittura di Arminio sono la trasparenza e la capacità di sintesi: senza infingimenti o vaghezze è agevole dirsi d’accordo o in disaccordo con lui.)
Oppure le forme nitide di parole significative: scelte, credo, con accortezza.
«… ecco che la città della domenica pomeriggio si rivela senza appigli. Chiusi i negozi. Non esaltante la programmazione cinematografica. Cosa fare? […] la domenica è un pozzo senza fondo e senza luna. E dentro quel pozzo si svolge la nostra vita, attenuata, attutita. Siamo persi. Ci hanno fatto false promesse. […] Non c’è nella domenica avellinese un richiamo insensato da seguire, l’ardore di una chimera comune, di un sogno condiviso.»
Perché «chimera»? Perché il richiamo deve essere «insensato»? Perché, invece, non può essere un progetto (da condividere) a esercitare un richiamo? Arminio sostiene forse che non esistono progetti buoni? Forse perché qualsiasi progetto mira a una trasformazione, cioè a un allontanamento dallo stato attuale, che è facile definire “natura” o “essenza” (possibilità inquietante per la passione identitaria che svelerebbe — scarsamente presente, però, in questo volume). O forse perché coi “progetti” gli abitanti dei paesi del sud sono stati già fregati abbastanza (riflessione, questa, dolorosamente comprensibile — «Ci hanno fatto false promesse»…). In conclusione, l’unico progetto buono è il progetto fallito. Solo il «richiamo insensato» e la «chimera» garantiscono al tempo stesso un movimento, un fare insieme (una occasione di vita?) e la certezza che non ci sarà cambiamento (cambiamento = male, oppure fregatura).
Ma forse sbaglio a cercare la coerenza che si richiederebbe a un’opera teorica o a un manifesto nella timida, evanescente, carsica (e contraddittoria) pars costruens di un’opera che è tutta pars destruens.