Cosa intendiamo quando parliamo di vite straordinarie? Forse una risposta possiamo trovarla ripercorrendo la storia di Giovanna Zangrandi, come ce la presenta nel suo saggio introduttivo Benedetta Tobagi. Vite in cui la ricerca del proprio vero sé passa per uno pseudonimo, Anna, nome di battaglia assunto dall'autrice durante la Resistenza e protagonista di questo libro. Venti mesi trascorsi tra i boschi e le montagne del Cadore, non più meta di escursioni e discese con gli sci in libertà, ma luoghi dove si combatte la guerra di liberazione. E mentre Anna fa la sua parte, Giovanna scrive, riempiendo quaderni che a un certo punto dovrà sotterrare a 1700 metri, sotto le cime delle Marmarole, nelle Dolomiti orientali, e che recupererà solo a guerra finita. Quei quaderni saranno la materia prima a partire dalla quale Zangrandi ricostruirà la storia di Anna e dei suoi «giorni veri». Veri non solo perché veramente vissuti, ma anche perché della Resistenza l'autrice restituisce un'immagine viva, diretta, tutt'altro che retorica, espressa in una scrittura di grande modernità. «Un racconto svolto con una semplicità così immediata e così scarna che potrebbe apparire addirittura brutale», commentò un'altra scrittrice e partigiana, Ada Gobetti. «Un diario veramente eccezionale cui la tempra di scrittrice di Giovanna Zangrandi dà anche un più che notevole valore letterario».
"La natura è fuori, sento così stasera e dimentico di guardare montagne, valuto ora freddamente l’agglomerato umano. "
Giovanna Zangrandi è uno degli pseudonimi di Alma Bevilacqua, nata nel bolognese ma trasferitasi a Cortina d’Ampezzo dopo la morte di entrambi i genitori. Dopo essere stata indifferente alla vita politica, il suo sguardo cambia successivamente agli eventi dell’8 settembre.
«Ehi, Anna, su con le orecchie: diceva mio nonno “perdere la roba è un guaio, perdere l’onore è peggio, si sa; ma perdere il coraggio, ragazzi, quello è peggio che morire”. È così». È così: domani, 9 Settembre ci sarà da vivere e bisognerà avere i riflessi pronti, credo. Ho caricata la sveglia per l’alba.”
Insegnante, alpinista e partigiana. Zangrandi fu staffetta della Brigata Calvi, in una zona importante ed altamente pericolosa in quanto vicina alla frontiera nazista. I compiti che le affidarono furono veramente rischiosi: trasportare armi, nascondere soldati fuggiaschi, distribuire stampa clandestina.
L’opera è in forma diaristica e contiene sia tratti riflessivi sia informazioni quasi telegrafiche. Il motivo l’ho capito a fine lettura con l’approfondita post fazione di Marina Zancan che ci restituisce un’interessante analisi del testo che scopro nascere da appunti che la Zangrandi prese proprio in quei giorni frenetici. Quando ogni momento poteva essere l’ultimo (e non solo per la pericolosità del nemico ma per la fame e il freddo della montagna), lei sentiva il bisogno di scriverne. Così appuntò in una serie di foglietti quello che succedeva e pensava: un aiuto prezioso per la memoria che nascose tra alcune rocce.
Zangrandi ci ha lasciato una preziosa testimonianza che si discosta da molta letteratura della Resistenza che, spesso e volentieri, ha viaggiato sui binari della retorica.
“I giorni veri” raccontano la storia di un paese ma anche la storia dei singoli fatta di sentimenti contrastanti. Zangrandi ci racconta di come tutta una società di fondava ormai su una cultura dell’odio che diventa il primo motore di tutto:
"Bisogna tenersi caro l’odio che ci pullula dentro da antiche sorgenti, impasterà il dolore e sarà forza, a un dato punto ci si accorge di amare quest’odio, come un figlio che cresce nell’ulva; eppure è qualcosa anche l’odio. "
L'odio perversa ed unisce persone differenti verso un unico obiettivo.
Sarò sincera, inizialmente ho faticato con questa lettura con cui sentivo solo una sintonia intellettuale. Poi, però, è trovato una sintonia più di "pancia" che mi emozionato tantissimo.
Non metto stelline per rispetto dei testi autobiografici ma sarebbero tantissime.
"Certo è ben strambo questo nostro povero «risorgimento»… non me la sento di metterci la maiuscola. E viverlo giorno per giorno, ora, agli inizi clandestinissimi qui (più che in Italia occupata dai tedeschi, in questa Italia fatta diventare Reich, oltreconfine) è ben singolare: Cristo, se è diverso e piccino e miserabile e lontano dalla Storia che si leggeva sui libri. Ma quella, alla fine, chiudevi il libro, questo ti ci senti preso come quando si casca in una gran cotta per un ragazzo. E questa qui è maledettamente peggio e senti che non te ne libererai più anche se ci resterai viva. Esisteva il mio paese = Italia, la mia gente e adesso la cotta ce l’ho presa, l’avevo nel sangue, è sbroccata fuori, ti resterà nel sangue."
Una specie di diario postumo dell’esperienza di staffetta partigiana della scrittrice, un documento abbastanza raro e prezioso che forse non è nemmeno giusto valutare in stelline, tanto lo si percepisce autentico e importante. Fatti dolorosissimi, ambienti difficili quasi ostili (la montagna del Cadore più o meno), la resistenza caparbia e fiera di tanti irriducibili costi quel che costi, una scrittura ruvida e aspra come la montagna stessa e coloro che a questa riescono ad adattare la propria vita.
Grazie Giovanna Zangrandi, Anna, Alma Bevilaqua per aver custodito i tuoi quaderni tra le cime delle Marmarole, per averci reso tangibili quelli che per te furono i giorni veri “di un periodo storico, ma anche i giorni veri dell’intimo di molti di noi.” Grazie per la solitudine attraversata, per la fame subita, per il freddo e le scarpe rotte, per il tuo essere stata donna talvolta ruvida, montanara, rabbiosa e poi incantata. Ti dobbiamo tanto, più di quanto la nostra mente possa comprendere e sfiorare.
Pubblicato per la prima volta nel 1963 e non più ristampato, I giorni veri sarà per molti un’autentica scoperta, non solo come testimonianza umanissima di vita partigiana offertaci da una donna di straordinaria forza morale (e fisica), ma soprattutto come l’opera che più compiutamente ci rivela la “genuina bellezza” di una scrittura al femminile tra le più originali del dopoguerra. In forma di diario, l’autrice rivive i 18 mesi della sua esperienza resistenziale tra Cortina e Cadore, staffetta in una delle brigate (la “Calvi”) che costituivano la più importante formazione partigiana del Bellunese. Un diario intenso e doloroso, scritto con mano sicura e parole essenziali, rimasto nacosto nel "lungomare" lo spazio risicato dinanzi alla spelonca che l'ospitò in quei mesi terribili. Chi leggerà sentirà la paura, la fame, il gelo di quelle notti. Resterà senza parole di fronte al coraggio della staffetta e ai suoi avventurosi viaggi scavallando forcelle con g.i sci e facendo chilometri in bicicletta senza poter mangiare a sufficienza, riscaldarsi e lavarsi. Un libro da non perdere, una storia da non dimenticare. Buona lettura.
Un racconto vero e vivo, che ci porta a entrare con un balzo nei giorni della resistenza tra i monti cadorini. Anna riesce attraverso le sue parole e far rivivere il freddo, il dolore, la paura, la fame, la fatica, ma anche il coraggio, la fratellanza, la determinazione, la tenacia. I luoghi narrati prendono vita, emerge lo spirito delle genti che li hanno vissuti lasciandone il segno.
This is an edited version of the diary of a woman who served as a courier for the WWII partisans operating against the Germans in a mountainous and predominantly German-speaking area of northeast Italy. The author later became novelist. Reading it in Italian was a challenge because of a difficult vocabulary and its informal and idiomatic style as a diary.