Concerti di campane scandiscono il ritmo di un paese delle colline marchigiane dalla tradizione atipica, archetipo delle dinamiche di vita di un piccola comunità nel periodo tra le due guerre. L'occasione di incontrare personaggi semplici, burleschi, drammaticamente veri. L'occasione di scoprire, su tutti, don Pacì, prete rivoluzionario dal sorriso fanciullesco, eroico, anticonformista. Simbolo e proiezione dell'autonomia intellettuale di Dolores, Prato finalmente liberata da un'educazione repressiva e bigotta.
Ho letto che “Campane a San Giocondo” è il meno autobiografico dei libri scritti da Dolores Prato. Mentre “Giù la piazza non c’è nessuno” è un susseguirsi di ricordi dell’infanzia di Dolores trascorsa a Treia con Zizì, lo zio don Domenico , e zia Paolina, in questo romanzo il protagonista assoluto è un prete, Don Pacì, parroco di Sangiocondo, un paesino che “sorge in una regione collinosa dove le colline stanno ognuna per conto proprio senza formare né blocchi né catene; forse sono confederate tra loro, ma quel che appare è la loro indipendenza”. Don Pacì è figlio di un falegname, destinato a fare il muratore se non fosse accaduto che suo fratello Primo, andato a lavorare in America, con enormi sacrifici riuscì a farlo studiare da prete. Le sue origini popolari mai si persero ed egli sempre operò nella chiesa e nella comunità giocondina con vigore selvatico, al pari di quello di un ulivo che cresceva, per un qualche miracolo della natura, storto e rachitico, abbarbicato al cornicione della chiesa parrocchiale nel punto in cui prende l’avvio il campanile. Eppure tante sono le eco della travagliata vita della Prato anche in questo romanzo, a partire dai luoghi in cui è ambientato: mai vengono nominate le Marche, né il paese di San Ginesio, trasformato nel libro in Sangiocondo, ma è la stessa scrittrice a dirlo in una lettera inviata al prete vero, il parroco di San Ginesio, che ispirò la figura del protagonista. E le parole d’amore con le quali Dolores Prato parla della figura di un sacerdote amato da tutti -meno che dai superiori- per il suo spirito anticonformista che viveva di una religione non di principi ma di azioni concrete che, nel periodo fascista, lo misero in pericolo più volte ricordano l’adorazione che la piccola Dolores aveva per Zizì, lo zio prete. E ancora, il grido di Benedetta, la nipote di don Pacì, davanti alla zia Marietta- che l’aveva cresciuta-morente, “MAMMA!” fa subito pensare a quella parola che Dolores non riuscì mai a dire a sua zia Paolina, che le aveva fatto da madre, e all’invocazione che la piccola Dolores lanciava di notte alla zia “Mamma, venì!”, per chiedere di poter andare nel suo letto. Forse la Prato, nello scrivere questo romanzo, aveva raggiunto una pacificazione-o forse solo una tregua alla lotta interiore- con i fantasmi della sua infanzia solitaria e silenziosa di bimba che “non è stata covata”.
Forse �� vero, questo storia �� la meno autobiografica tra quelle scritte da Dolores Prato, eppure io ho percepito ugualmente la presenza di tutto il suo essere.
La scrittura �� intrisa della sua anima dei suoi pensieri; una scrittura piena di amarezza e (ri)sentimento nei confronti di una vita dura , povera di affetti e amore. Per questo, anche dove c����� dell���ironia, si avverte comunque la piega di un sorriso sempre un po��� amaro. Una scrittura quella di Dolores Prato che si trasforma nell���unico mezzo per far chiarezza, di fronte al muro dell���offuscamento e delle incomprensioni(contro il quale ha lottato tutta la vita).
C����� tanto di Dolores in Don Pacifico per tutti ���Don Pac�����. Un piccolo prete di campagna che dedica tutta la sua vita a un grande sogno rivoluzionario per l���epoca: costituire una comunit�� cristiana a Sangiocondo, paese che nella sua lunga storia,vanta come unica ricchezza solo tanti campanili e interdetti.
Le campane sono tante e tutte attive, sono l�� a scandire la vita dei cittadini, con i loro rintocchi accompagnano i momenti tristi e felici della loro vita, segnata per quasi tutti ,dalla miseria e dalla povert��. Tra tante campane, una per�� ha un valore immenso: il cuore di Don Pac��, cos�� immerso nei problemi degli altri che i battiti del suo stesso cuore si trasformano in rintocchi , ognuno dei quali, lo lega alla vita di ogni singolo cittadino. Cos��, a un battito di gioia se ne alterna uno di dolore, a un battito pieno di paura uno invece, �� colmo di felicit��.
C����� tanto di Dolores in Don Pac�� perch�� alle speranze di questo prete segue pure la disillusione che non tutti i sogni si possono realizzare; perch�� attraverso questo umile prete,la sua storia esprime la possibilit�� di riscatto���..!
Sarebbe bello se Dolores Prato fosse ancora tra noi,almeno comprenderebbe quanto la sua opera la stia riscattando da quell���oblio che sembrava irreversibile per lei���..!!!