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L'amicizia è la vera patria (Cahiers)

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Joseph Roth e Stefan Zweig ebbero un intenso rapporto epistolare, che consolidò la loro amicizia. A partire dagli anni Trenta, l’incalzare degli eventi politici invade inevitabilmente la sfera privata e professionale dei due scrittori, che sono costretti ad affrontare l’asprezza del nuovo clima intellettuale imposto da Hitler, verso cui anche molti editori e autori ebrei mostrano un’ingenua quanto fatale indulgenza. In lettere sincere e appassionate, mai tradotte in italiano, i due amici si scambiano giudizi, impressioni e commenti, dove la condizione privata si intreccia alla situazione generale. A un Roth caustico e rabbioso, che esorta l’amico fraterno a reagire con più decisione all’incombere della barbarie, risponde uno Zweig più rassegnato e disilluso, che ha iniziato il tormentato peregrinare in giro per il mondo, alla ricerca di un isolamento artistico e umano. Leggere queste lettere significa immergersi in uno dei periodi più bui della civiltà europea, attraverso lo sguardo di due testimoni che vissero quegli anni con intatta dignità e commovente sofferenza.

64 pages, Paperback

Published January 31, 2019

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About the author

Joseph Roth

654 books831 followers
Joseph Roth, journalist and novelist, was born and grew up in Brody, a small town near Lemberg in East Galicia, part of the easternmost reaches of what was then the Austro-Hungarian empire and is now Ukraine. Roth was born into a Jewish family. He died in Paris after living there in exile.

http://www.josephroth.de/

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Profile Image for piperitapitta.
1,066 reviews496 followers
November 20, 2016
Commenti in tempo di crisi (due commenti in uno) - reprise

Qualche tempo fa, correva ancora l’anno 2016, scrivevo così a un’amica anobiiana: Il carteggio Zweig/Roth è stato il graditissimo regalo di un'amica anobiiana [un’altra, evidentemente!] con la quale condivido la data di nascita. Se ti appassiona almeno uno dei due (I love Zweig, ma ormai ho fatto pace anche con Roth), se ti piace il periodo storico, se la Mitteleuropa è per te un luogo geografico ancora esistente sulle mappe geografiche... beh, cosa aspetti a leggerlo? (Ecco, senza volere ho scritto l'incipit del mio commento!)

Di poi c’è poco altro da aggiungere: Stefan Zweig si conferma essere quello che già aveva dimostrato nella splendida autobiografia “Il mondo di ieri”, ovvero un uomo fuori dal suo tempo, un puro, a suo modo un illuso, un apolide, innamorato delle arti tutte (dalla poesia alla prosa al teatro alla musica) e del genere umano (le uniche parole che ha di biasimo sono nel confronto di Hitler e della sua avanzata - sono ebrei entrambi, naturalmente, per quanto si sentano principalmente ed esclusivamente austriaci) ai limiti quasi dell’ingenuità, mentre Roth si rivela (a me, che poco sapevo della sua storia) molto simile all’ubriacone protagonista de “La leggenda del santo bevitore” (sia pure, qui, talentuoso e affermato intellettuale e uomo di lettere) che tanto avevo odiato, perché incapace di spingere il suo destino dove tutti avremmo voluto che andasse - e nella realtà, Zweig, affettuosamente sempre in pena per lui - in primis.

È molto interessante leggere il loro scambio epistolare, ma solo per amanti del genere (soprattutto quello letterario che rappresentano), perché permette di aprire uno squarcio sulle vite, sulle aspirazioni e sulle speranze, degli esuli austriaci in prossimità della caduta dell’impero asburgico, di seguire, attraverso le lettere, il nascere e l’evolversi di alcune delle loro opere (impossibile, poi, resistere al fascino e alla tentazione di decidere di aggiungerle alle proprie letture e di alternarle alle lettere).

Per tutto il resto (avevo anche scritto che dopo aver letto il suo il mio commento sarebbe stato di cazzeggio puro) rimando all’esauriente commento di lettura di Rosenkavalier: impossibile fare meglio di così ed essere più accurati.

«Non dimentichi che viviamo in un mondo al tramonto e dobbiamo essere felici, se intanto riusciamo a sopravvivere a questo tempo. Non accusi gli editori, non incolpi i suoi amici, non si batta il petto, ma abbia alla fine il coraggio di ammettere che lei, per quanto sia un grande scrittore, nella vita di tutti i giorni è un piccolo povero ebreo; povero quasi come gli altri sette milioni e dovrà vivere come i nove decimi di questa terra, nella miseria e nella costrizione. [...]
Se lei fosse abbastanza intelligente si libererebbe di tutti questi falsi concetti del dovere. Lei ha
un solo dovere, scrivere libri decenti e bere il meno possibile, per conservarsi per sé e per noi.»
Profile Image for Rosenkavalier.
261 reviews119 followers
Read
May 8, 2026
Commenti in tempo di crisi (due libri in uno)

Qualche tempo fa, comprando regali di Natale in una libreria, mi sono imbattuto nel minuscolo estratto della corrispondenza tra Stefan Zweig e Joseph Roth, distillato dall'editore Castelvecchi a partire dall'opera completa (recentemente ripubblicata a Zurigo in edizione critica, purtroppo solo in tedesco).

L'astuto libraio mi ha immediatamente fatto notare il libro di Volker Weidermann (L'estate dell'amicizia), che da quelle stesse lettere parte per ricostruire fantasiosamente un periodo della vita dei due improbabili amici.

Zweig, il prototipo dell'ebreo occidentale novecentesco secolarizzato. Mite, colto, ragionevole. Un intellettuale cosmopolita che aveva ingaggiato (all'epoca delle lettere di Castelvecchi e dell'estate di Weidermann) un'impari battaglia a palle di carta (per quanto finemente scritte) contro l'inevitabile ed evidente fine del suo mondo.

Roth, l'uomo vitruviano mitteleuropeo, impossibile da inscrivere in una qualsiasi forma geometrica. Ebreo orientale straccione (quando era in vena di autocommiserarsi), fiero antinazista (sempre), ubriacone con la piega triste (troppo spesso).

Entrambi capiscono cosa sta accadendo, entrambi si illudono di illusioni diverse.
Afferranno pezzi più o meno consistenti della verità, li annacquano di fantasie.

[Nota: i molti cultori del senno di poi possono trarre utili elementi di revisione del proprio metodo, leggendo questa selezione di corrispondenza. Se due persone certamente superiori alla media non avevano (o non volevano, o non potevano avere) ben chiara la situazione europea degli anni trenta, stupisce meno allora che nella stessa nebbia vagassero i cittadini comuni, gli uomini della strada, i tanti perseguitati cui si rinfaccia (a posteriori e da salotti dotati di ogni conforto) di non essersi sottratti per tempo ai loro persecutori]

Roth, manco a dirlo, oscilla tra posizioni improbabili, dà del "tu" a Massimiliano del Messico (che, del resto, è un ex ufficiale imperialregio come lui...), dà per scontato, anzi inevitabile il ritorno degli Absburgo ("solo l'Imperatore può salvare l'Austria", "l'Austria sarà una monarchia"). Impersona già in vita, in fin dei conti, il suo celebre funerale (con la bara contesa tra comunisti, nostalgici legittimisti, ebrei, cattolici e chissà chi altro).

La ricostruzione di Weidermann è poco più che un gioco, immagino sia stato molto divertente per l'appassionato autore (come lo sarebbe stato per me). Purtroppo il libro è meno divertente per il lettore, specie se si passa prima per il materiale originario.

Dalle poche lettere riprodotte, i due amici vengono fuori come ci si aspetta, in fondo.

Zweig che cerca "riparo dall'isteria" e sa bene che dall'isteria non c'è riparo, specie se avanza sulla punta delle baionette. Che vuole soltanto scrivere, che cerca di convincere Roth a smettere di bere raccontandogli di aver smesso - per parte sua - di fumare i sigari (e a un certo punto dice che le uniche due persone che ha voglia di vedere sono proprio Roth e Ernst Weiss, scrittore alla cui malasorte editoriale mai mi rassegnerò).
Zweig insomma che è già in fuga, non è ancora in Inghilterra e tantomeno in Brasile, ma ha già deciso di non voler più avere a che fare con la realtà europea.

Roth mi ha sorpreso di più, pur nella sua confusione. Ha ben chiaro cosa sia il nazismo e cosa sia la Germania nazista. Non nutre illusioni sulla profondità del fenomeno e afferma senza incertezze che l'eliminazione degli ebrei è il programma di Hitler fin dal Mein Kampf.
Inoltre, conoscendo la Russia sovietica, ha altrettanto chiaro che Stalin e Hitler sono sostanzialmente la stessa cosa e rimprovera Zweig di seguitare nella frequentazione di Romain Rolland, pacifista passato all'elogio dei Soviet.
Roth che a 38 anni si sente troppo vecchio (e morirà 5 anni dopo), che rimprovera a Zweig di essere vissuto nella consapevole ignoranza di come siano veramente gli uomini, grazie al suo successo e ai suoi privilegi, che rendono facile vivere da idealisti (mentre lui, almeno a parole, era l'irregolare, il maudit, maudit di gran successo sociale e professionale in ogni caso, almeno fino al 1933).

I due alla fine si stimano e si vogliono bene, anche se si percepisce uno sfilacciamento nei loro rapporti, determinato dal rispettivo sprofondare in una crisi simile, la perdita di speranza che condurrà Roth a suicidarsi con l'alcol e Zweig, anni più tardi, ad addormentarsi in una stanza da letto in compagnia della moglie e di una confezione vuota di Veronal.

Si raccontano dei libri che stanno scrivendo, libri che in Germania e in Austria non saranno pubblicati nè letti. Zweig cerca di recitare la parte dell'amico responsabile che si fa carico dei guai dell'altro, sapendo di non averne più la forza e che Roth è, anche lui, ormai irrecuperabile. Roth che fa l'offeso, minaccia di troncare i rapporti, protesta il suo affetto per Zweig e intanto si macera nel livore per i suoi problemi.

L'apolide chic per scelta divenuto apolide disperato per forza e il legittimista absburgico per caso.
Veramente per loro l'amicizia era l'unica patria.
Profile Image for Padmin.
991 reviews58 followers
November 24, 2017
Io proprio amo questi due. Li amo e mi commuovo ogni volta che li leggo.
Già mi era molto piaciuto il libro di Volker Weidermann, L'estate dell'amicizia, che proprio dal loro carteggio era partito. In questo volumetto è raccolta purtroppo solo una piccola parte delle lettere, ma è ugualmente prezioso.
Ho ritrovato la "mia coppia" di amici preferita, così diversi e così uguali persino nel commiato: Roth che si uccide con l'alcol, Zweig (assieme alla moglie) col Veronal.
E che tristezza l'ultima nota in calce al libro.
Siamo alla fine del 1938 e per diversi mesi il solo a scrivere è Zweig. Roth, l'imbronciato orso beone Roth, non risponde più. Stefan sta partendo per gli Stati Uniti e spera di poter incontrare l'amico al ritorno. "Un saluto con tutto il cuore e speriamo che (nonostante tutto!) il prossimo anno non sia peggiore di quello che sta per finire".
Sottolinea l'ultima nota:
"Né prima della partenza né al suo ritorno, Zweig riuscì a incontrarsi con Roth. I due amici non si vedranno più: Roth morirà a Parigi il 27 maggio 1939 [...], Zweig, che non riuscirà ad andare al suo funerale, pronuncerà un discorso in ricordo dell'amico scomparso il 22 giugno 1939".

Cosa mi ha colpito in questo libro (libro che racconta vicende a me già note)?
La firma, mi ha colpito la firma con cui Roth suggella le proprie lettere: il suo vecchio... Sempre così, "il suo vecchio". E dei due, era lui il più giovane, di ben tredici anni.

Concludo facendo volentieri mia questa osservazione di Francesco Clemente per Mangialibri.
"Un’opera epistolare paragonabile alla forma musicale del canone inverso, nella quale l’amicizia intellettuale sullo sfondo storico nel nazismo è la fusione di due temi speculari ma opposti, dove al pugnace e indignato Roth risponde il disincantato (e amante dell’autoisolamento artistico) Zweig".
Profile Image for Maurizio Manco.
Author 7 books134 followers
November 3, 2017
"C'è una compensazione, nel mondo, tra logica e follia. In ogni caso noi, noi che abbiamo ricevuto la spada della ragione, non abbiamo il diritto di buttarla via." (Joseph Roth a Stefan Zweig, 24 luglio 1935, p. 29)
Profile Image for heidola.
216 reviews11 followers
June 4, 2020
“Sia stoico verso il mondo e doni quello che ha di più caro a tre, quattro uomini, non all’’umanità”.
Era il 1937 e Joseph Roth e Stefan Zweig -prima dello scoppiare del secondo conflitto mondiale - nelle loro lettere piene di fraterno sentimento, spiegavano al 2020 l’idea semplice del distanziamento sociale: che l’amicizia è la vera patria, che non l’umanità, ma pochi ed indissolubili legami sono tutto ciò di cui necessitiamo.
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